Le vie dell’eterno

di Angelo Giubileo | 2 ottobre 2018

Se lo spazio è reale, il tempo deve essere immaginario, e viceversa (Hendrik Lorentz)

Si narra che Immanuel Kant uscisse di casa ogni giorno per la sua consueta passeggiata (divenuta poi la Philosophengang) sempre allo stesso orario pomeridiano, si dice le 15.30, e che in base a questo fatto gli abitanti di Konigsberg regolassero i propri orologi. Salvo quanto sia accaduto il giorno in cui, impaziente di avere notizie in merito ai fatti della rivoluzione francese, sia uscito in anticipo rispetto all’orario più che tradizionale. Percorrendo le strade, così come ogni via dal più remoto passato a oggi, e poi quelle che ancora eventualmente seguiranno, le possibilità di prevedere e quindi prendere una o altra direzione sono notoriamente quattro: nord, sud, est/ovest. Oppure, ritengo, ancor più in origine e quindi piuttosto all’inizio, come direbbe Heidegger: alto, basso, avanti/indietro.

E tuttavia, anche l’alto e il basso sono, a definirle in tal modo, già astrazioni che hanno tuttavia più immediatamente a che fare, potremmo dire, con lo spazio che occupiamo. O meglio: che l’umano occupa. Si tratta bensì di “categorie”, nel significato di Aristotele, che costituiscono già astrazioni dalla realtà, concetti estrapolati da una realtà che, allo stesso modo del verso avanti/indietro, potremmo anche immaginare capovolta. Così che, semplicemente, l’alto sia il basso e viceversa. Questo qui, è un nodo assolutamente fondamentale, che tiene conto essenzialmente della posizione dell’umano nell’universo; e che, senz’altro, costituisce l’origine di tutto ciò che, con un solo termine, definiamo “antropocentrismo”.

L’altra distinzione, avanti/indietro, forse è stata o almeno appare meno immediata; legata così com’è all’immagine della freccia del tempo, che sembra scorrere inesorabilmente dal passato verso il futuro; ma il pensiero e la scienza non escludono che possa verificarsi anche il contrario. Anche se, in effetti, è pur questo il presupposto che fonda ogni narrazione storica, il cui concetto – senza operare distinzioni di sorta – andrebbe ragionevolmente esteso anche al periodo che testardamente e stoltamente definiamo ancora con il termine di “preistoria”.

Alto-basso-avanti-indietro e il “gioco”, alla maniera di Wittgenstein ma anche di Nietzsche in base a diversi profili della medesima questione, è fatto. O anche, semplicisticamente: il dado è tratto; perché questa è una storia che ha a che fare essenzialmente con simboli, numeri e dei. Così come accadde a Cesare, prima e dopo la sua morte.

A che serve sia questo gioco che dare i numeri? Serve essenzialmente all’umano, avrebbe detto Filolao, a uscire dall’ambiguità dell’essere. Più propriamente: “ … Senza di essa (la potenza della Decade) ogni cosa sarebbe indeterminata, oscura e confusa”. Ma questo è un approdo che, eventualmente, occorrerebbe pur sempre raggiungere. E invece, non è così che, quanto meno finora, sia accaduto. Posto che, per l’umano, sia un traguardo possibile.

Ma, potreste obiettarmi: perché dici questo? E subito, vi rispondo: perché questa storia già astratta dell’inizio ha a che fare essenzialmente con la realtà viceversa concreta dell’umano, una storia che contrappone il senso del “Limite” a quello dell’“Illimite”, anche se in proposito preferirei usare il termine ”Senza-Limite” (apeiron) riferito all’uso di Anassimandro.

Cosa c’è nello spazio che oltrepassa il limite? Vano si rivelerà il tentativo di identificarlo con l’“Infinito”, perché – come ha ben evidenziato Giovanni Semerano, tra i tanti ormai – si tratta piuttosto di “un equivoco millenario”, già ampiamente discusso e quindi risolto nel contesto delle antiche civiltà del Vicino Oriente. La qual cosa, in questo viaggio iniziale a ritroso nel tempo, in qualche modo potrebbe anche bastarci; considerato anche che tali siffatte evenienze possano invece anche avere avuto un’origine, uno sviluppo e un esito più risalente indietro nel tempo; evenienze che oggi – come sempre accade, perché la storia dell’umano si ripete sempre uguale – per molti aspetti stiamo rivivendo. Ma, ripetiamo, In qualche modo può soddisfarci, e per un motivo essenziale: perché tale storia risale fino alle origini dell’invenzione della scrittura, forma di astrazione per eccellenza, quasi quanto quella dei numeri.

Dopo millenni e millenni di ricerche, in ambito matematico, nel tentativo di sintetizzare il percorso concluso dal matematico austriaco Kurt Godel, ecco cosa scrivono in proposito i due divulgatori, Ernest Nagel e James R. Newman: “In un mondo causale, i principi logici non concernono più la verità, ma l’azione”. E, in effetti, salvo poi riscoprire che se il mondo dell’umano non è detto che sia causale, piuttosto  non si sa cosa sia, nè in effetti cosa sia quella “verità” di cui viceversa tanto si parla.

Riprendendo un’affermazione dello scienziato Tullio Regge, lo stesso Semerano annota che “l’idea di infinito si affaccia nella storia dell’uomo nel momento stesso in cui egli comincia ad interrogarsi sul senso della sua presenza sulla terra e si pone le domande fondamentali che ci assillano oggi: l’inizio, il futuro, la fine, le dimensioni del tempo e dello spazio, le spiegazioni ultime”. E quindi, siamo in presenza di un’antichissima storia, che continuamente si ripete fino ai giorni nostri, e presumibilmente oltre.

Lo spazio dell’umano qui ora in discussione è quello che risale circa verso la fine del IV millennio e.a., quando, in base alle ultime riscoperte scientifico-archeologiche, sembra che sia nata, in particolare, la scrittura cosiddetta “cuneiforme” o “piramidale”, termine quest’ultimo usato per la prima volta già da Pietro della Valle. La scrittura cuneiforme è in origine pittografica e solo poi, a causa degli usi sostanzialmente comunicativi del linguaggio, assoggettata a mutamenti lessico-grafici che ne ridefiniscono le forme simboliche.

(Apro qui una brevissima parentesi: il filosofo Gorgia di Lentini avrebbe poi sintetizzato che una verità non esiste e se pure esistesse non sarebbe conoscibile, ma se anche fosse conoscibile non potrebbe essere mai trasmissibile).

Il mutamento di forme, così come analizzato da Samuel N. Kramer, conduce alla riscoperta di almeno 18 segni fondamentali, ha precisato lo studioso Helmut Uhlig, “dalla più antica scrittura ideografica, attraverso la rotazione di 90 gradi e i primi segni cuneiformi, alla scrittura assira corrente degli anni immediatamente precedenti la svolta dei tempi – in una tavola sinottica (in I sumeri, Garzanti 1997 pp. 70-74) intesa a rappresentare la nascita e il mutamento della più antica scrittura umana”. Che qui di seguito appare in una delle sue versioni alfabetiche successive.

Per farla in breve, ma soprattutto nella forma definitiva astratta precedente alla propria scomparsa, noterete anche dalla figura suesposta che i tratti dello stilo, per mano dello scriba, ripetono essenzialmente tre segni o figure, facendoli ruotare di posizione nello spazio in uso, e quindi in base al materiale per il tempo di allora disponibile, a partire come sembrerebbe da lunghe o meglio rettangolari piuttosto che poi larghe o meglio quadrate tavolette di argilla.

Nel discorso inerente allo spazio, si è sempre trattato di una questione innanzitutto di forme geometriche. Nella scrittura cuneiforme, uno di questi segni rappresenta essenzialmente un asse, cardine, asta su cui poggia un altro segno a forma comunque di triangolo, con il vertice rivolto alternativamente verso il basso o verso l’alto (a esempio, per la lettera “d”; che presenta entrambe le forme rappresentative), ciò che è detto anche “cuneo” o forma “piramidale”.

E’ giunto qui ora il tempo di fare una premessa necessaria al nostro discorso: le nostre ricerche costituiranno sempre un’ipotesi, che, come ha evidenziato bene Karl Popper in tempi moderni, occorre sempre supportare e verificare alla prova dei fatti; e quindi: mai niente di definitivo. In altro modo, avrebbero detto – mi sia permesso – i miei “amici” (filoi) dell’antica Mesopotamia, abitiamo e proveniamo dall’Abzu-Apsu, che nella mitologia e cosmogonia più antica babilonese, “non compare mai come dio personificato. Egli è il luogo profondo, irraggiungibile, nascosto, ‘il cui interno nemmeno gli dei sono in grado di scorgere’” (ibidem). Ovvero, il regno esiodeo del kaos, ma, nell’errata trasposizione cristiana, anche quello che sarebbe poi divenuto il regno basso e tenebroso di Satana contrapposto al regno alto e luminoso di Dio.

E dunque: l’asse e il cuneo triangolare. Il mio maestro, peccato non averlo potuto incontrare (ancora?) per le vie del tempo!, Giorgio de Santillana, a proposito della figura dell’asse avrebbe tirato in ballo l’asse terrestre (e la teoria della precessione degli equinozi), l’albero della conoscenza, il timone della nave, lo scettro del potere regale e sacerdotale, il bastone del pastore, i numeri romani e quant’altro di simile e necessario. Quanto invece al triangolo, ha scritto pagine altrettanto memorabili e significative. Ma di questo ci occuperemo, viceversa in dettaglio, più avanti.

Segni cuneiformi o piramidali, così sono stati definiti. E non credo sia un caso. Nel tempo in cui la più antica scrittura sumerica prendeva forma, nell’area geografica contrapposta, prima che la questione assuma i caratteri propri della geopolitica, quella “occidentale” della Mezzaluna fertile, si apprestava a fare il proprio ingresso nella storia l’epoca cosiddetta “dei faraoni”. In entrambi i casi, sia a est che a ovest, le due “culture” (?) – corrispondentemente, s’intende, mesopotamica e egizia – costituiscono tuttavia – è bene dirlo subito – piuttosto un’astrazione dell’uomo, che, semplificando, preferisce chiudere la realtà in uno spazio di comprensione limitato, sostanzialmente al fine di dare un senso alla propria esistenza. Anche se invece, direbbe Vasco Rossi, “un senso non ce l’ha”.

E dunque, contemporaneamente, la simbologia del triangolo prende – direbbe poi Aristotele, preceduto da Pitagora, come vedremo – maggiore “ forma e sostanza” di discorso. In Egitto, è evidente, la forma del triangolo per antonomasia descrive la vita del faraone che, dio egli stesso, edifica il tempio del passaggio dalla propria vita mortale alla sempre agognata dall’umano vita immortale. Mentre diversamente, guardando in basso anziché in alto, con il vertice del triangolo rivolto quindi verso il basso, l’umano mesopotamico sembra mostri piuttosto maggiore inclinazione o attenzione verso l’immagine del triangolo pubico femminile, ma anche maschile, e in entrambi i casi, attraverso il metodo della fecondazione naturale, che fino a un recente passato costituiva l’unica via praticabile dal quale emergesse la vita, almeno quella umana-antropomorfa.

Ma, per dirla ancora in breve, quegli egizi non vissero separatamente da quei mesopotamici, e neanche comparvero all’improvviso nella storia con tratti esclusivi di discontinuità rispetto ai rispettivi avi. A tale proposito, vi fornirò una sola immagine e un solo esempio, grazie a Google, e in base a quanto riportato da Francesca Zambon nella sua tesi di laurea: “… il ruolo della ‘falsa barba’ del periodo faraonico che poteva essere portata solo sul mento dei sovrani e da alcune divinità”. Acutamente, ella riflette: “Non vi è dubbio che la mascolinità degli individui sia indicata esclusivamente dalla barba, una caratteristica sessuale secondaria piuttosto che primaria (come l’organo sessuale maschile o l’astuccio fallico). In questo modo gli uomini non sono quindi rappresentati attraverso il loro aspetto sessuale di per sé stesso, ma attraverso lo status sociale”.

Nell’area di allora, il processo di sedentarizzazione dell’umano può così dirsi almeno in qualche modo completo ed è anche per tutto ciò che nasce la scrittura. Decifrando un’iscrizione risalente al 2800 circa e.a., fu appreso il linguaggio del cuneiforme riportato nelle tavolette d’argilla più antiche. In proposito, ancora Uhlig scrive: “L’iscrizione che ha permesso di sciogliere l’enigma consta di tre sole sillabe. Le prime due – en e lil – formano un nome a noi ben noto: Enlil. Ma il nome del dio sumerico non basta da solo a provare che la lingua dell’iscrizione sia il sumero … Senonchè il terzo segno è una freccia (Apro un’altra breve parentesi: e come si sa, oltre ogni riferimento all’era umana nuova del cacciatore che subentra a quella più antica del raccoglitore, ogni freccia è rappresentata simbolicamente da un asse su cui poggia un triangolo con il vertice rivolto verso l’alto). E fu appunto questa a mettere i paleografi sulla pista giusta. La lingua della tavoletta – così conclusero – doveva essere una lingua in cui il segno ‘freccia’ avesse un senso in rapporto col nome di Enlil. In sumero freccia si dice ti. E ti significa anche ‘arma’ e ‘vita’. Ecco dunque svelato il mistero: En-lil-ti è sumero e vuol dire ‘Enlil è vita’. O più liberamente: ‘Dio dà la vita’. Ciò rivela contemporaneamente un aspetto della simbologia sumerica. Nella breve iscrizione, la freccia non è più il simbolo delle armi, e dimostra come i sumeri, profondamente radicati nel mito, non tardassero a spostare la scrittura dalla sua origine pratica”. Cosa che dimentichiamo spesso: l’origine pratica di ogni teoria che in qualche modo serva. Mentre sarebbe perfino ragionevole ammettere che la vita consiste essenzialmente in ciò che è praticabile, fosse anche una teoria o quasi altrettanto pura immaginazione.

L’umano dunque, da nomade diventa stanziale, e il cammino sembra non interrompersi neanche con la vita terrena. Ma, ancor prima che nomade, egli stesso, l’umano, giacque presso il dio ozioso, divenuto il motore poi “immobile” di Aristotele, ben prima che il dio della Bibbia gli affidasse il compito di custodire e coltivare il giardino dell’eden, quel “dio ignoto” a tutta l’antichità di cui Paolo di Tarso dice in parte il falso: “quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio”. Ma, le vie percorse dal dio-umano di Paolo di Tarso erano state già interamente ed esattamente percorse dall’eponimo sumerico che fu Gilgamesh. E non solo in senso figurato, come in parte vedremo.

Come dicevamo, la fertile terra della Mezzaluna è stata storicamente territorio diviso dagli storiografi mediante il racconto del dominio di due antiche “civiltà”: egizia a ovest e sumerico-accadico-mesopotamica a est. Senza tanti giri di parole, ciò che ancora oggi chiamiamo “occidente” e “oriente”, anche se Parmenide dice molto bene che si tratta solo di nomi che l’umano usa per dare forma alle cose che accadono, e, sin da principio, note come tenebra e luce. Perfino nella Bibbia si legge ancora l’eco di quanto arcinoto e cioè che, dal buio, fiat lux. Anche se, come precisa sempre Parmenide, di una tale forma, ingannevole, di descrizione o narrazione dell’Essere non ci fosse alcuna necessità. E dunque ciò che rappresenta l’Occidente potrebbe allo stesso modo rappresentare l’Oriente e viceversa. In fondo, il kosmos anche dei Greci è sempre stato uno soltanto.

Ogni spazio, così come quello dell’area in questione, è quindi classificato, chiuso, ridotto in una “dimora”, nient’affatto heideggeriana, mediante elementi quali: limite (confine, all’opposto il senza-limite di cui abbiamo detto) del territorio, clima, impatto della natura e in specie dell’umano sull’ambiente, struttura sociale. Per gli abitanti del tempo significò av-via-re percorsi dal nomadismo al sedentarismo e viceversa, trasformarsi da raccoglitori in cacciatori e viceversa, da agricoltori in pastori e viceversa, provvedere all’allevamento del bestiame o viceversa, costruire villaggi o viceversa abbandonarsi da soli nell’immensità dello spazio desertico circostante, canalizzare o meno il sistema naturale delle acque e cercare così di prevedere e regolare in qualche modo i fenomeni alluvionali (considerata l’eco del diluvio in tutte le cosmogonie antiche), dare forma al processo di strutturazione della società ancor prima forse d’intraprendere la fase finale di commercializzazione dei prodotti, ovvero nient’altro che, in definitiva, una forma di “globalizzazione”, relativamente al mondo praticabile di allora.

Entrambi i territori, dell’est e dell’ovest, pur presentando elementi sostanziali comuni, sono caratterizzati da una diversità geografica determinante: il territorio dell’Egitto è attraversato interamente, dalla valle al delta, dal Nilo, così che sin dall’epoca pre-dinastica dei faraoni sarà fondamentale distinguere corrispondentemente il regno del nord da quello del sud dell’Egitto. Scrive la Zambon: “Fisicamente, il Nilo si è fatto vero e proprio filo conduttore ed ha collegato le varie entità regionali sotto un unico regno: lo stato egiziano. Se pensiamo all’Egitto, effettivamente pensiamo ad un’unica terra, presieduta e governata da un unico uomo e che necessariamente è unita in un principio di ordine universale che ha il compito di combattere il Caos che dimora al di fuori dello stato egiziano (Apro, personalmente, un’altra breve parentesi: perché è proprio questo il senso del limite di ogni spazio che esclude ciò che pur è al di fuori di esso). Una situazione completamente diversa la troviamo in Mesopotamia: il concetto di Stato infatti si esprime attraverso l’esistenza delle città-stato (Altra mia breve parentesi personale, suffragata peraltro anche dalla tesi della Zambon: così come emerse dal contesto del territorio e degli altri fattori di cui abbiamo detto), città che avevano il compito di centralizzare il surplus e di ridistribuirlo e che avevano aree di competenza che confinavano laddove iniziava la sfera di competenza di un’altra città-stato vicina che ne possedeva le caratteristiche”.

Nacque innanzitutto così l’idea che ci fosse e ci sia un “occidente” e un “oriente”, occupato e da occupare, idea che si tramanda ancora oggi, salvo poi ricredersi sulla validità ed efficacia di un’idea o teoria che intenda esportare la democrazia, anche questa tutto sommato un’idea come le altre, molto spesso priva della “sostanza-fisica” (aristotelica) tuttavia necessaria.

A noi, cosa potrebbe più di tanto interessare se ci sia stato o meno un periodo “semaineiano” nel quale l’ipotesi, secondo Petrie, è che, si legge sempre nella tesi della Zambon, “la fase finale del periodo di Naqada fu contrassegnato da una rottura completa che prese la forma di un’invasione da parte di popolazioni provenienti dall’est, e fu da questi ‘invasori’ che le dinastie faraoniche emersero. La teoria degli ‘invasoro’ dall’est fu sostenuta da Hans Winkler quando scoprì immagini rupestri che rappresentavano imbarcazioni dal fondo piatto caratterizzate da prue e poppe verticali, le quali erano chiaramente tipologie di navi mesopotamiche, che contenevano figure umane che indossavano delle piume”? Poco o nulla.

Quel che infatti rileva ed è certo è che ciò che chiamiamo “contaminazioni” erano già presenti da tempo nei due spazi del territorio intero della Mezzaluna, così che la tesi della Zambon non può che concludere: “Durante il periodo tardo predi nastico e agli inizi di quello dinastico, la Mesopotamia apportò una serie di innovazioni che l’Egitto recepì ma fondamentalmente gli elementi mesopotamici verranno in alcuni casi desemantizzati e fatti propri dall’Egitto, e in altri verranno caricati di significati che in Mesopotamia non possedevanoTuttavia, il contesto socio-culturale profondamente diverso, porta con sé anche tutta un’ideologia e soprattutto una visione della vita che risulta quasi antiteticala regalità (Altra mia breve parentesi: in cui si esprime il cambio storico-epocale dall’ordine naturale del matriarcato a quello artificiale, da non confondersi con quello antropocentrico già avviato, del patriarcato) egiziana era esattamente ciò che potremmo definire un’istituzione divina; nel paese di Sumer il sovrano era colui il quale veniva delegato dalla divinità, e mentre per questo motivo i sovrani egiziani vissero come le divinità, i più antichi re mesopotamici, ‘grandi uomini’ come essi stessi li definivano, erano sostanzialmente dei sottoposti della divinità” (ibidem).

E inoltre, cosa dire di ciò che sarebbe accaduto dopo le vicende terrene del regno, alla morte del faraone o alla deposizione del re sumero? Il faraone avrebbe proseguito il suo percorso nel tempio piramidale edificato per il passaggio all’oltretomba e all’immortalità; la divinità appannaggio del re sumero sconfitto avrebbe invece traslocato o semplicemente sarebbe stata asportata, mediante il trasferimento o la semplice rimozione delle statue rappresentative a essa dedicate, a significare che quella o quelle divinità non dimorano, in effetti, più qui, e dice l’illustre assirologo Mario Liverani “si sono trasferite (volenti o nolenti) nel paese vincitore”.

Il segno geroglifico più antico, allo stato attuale della ricerca, per la parola “dio”=netjer, è un segno astratto rappresentato da una specie di asta con in cima una sorta di bandiera o comunque un pezzo di stoffa. L’asta ci riconduce all’antico asse e a quant’altro a cui in parte abbiamo già accennato. Tanto che qui sarebbe quindi il caso di ritornare in fine alla più antica simbologia sumerica e alla derivante forma finale della scrittura cuneiforme, usata dagli assiri nel I millennio circa e.a.

Scrive Christopher B.F. Walker, in La scrittura cuneiforme edizione italiana del 2008 alla quale espressamente rimando, che: “Talora, i numeri erano usati come una sorta di crittografia. Perciò, i nomi di molte delle divinità principali potevano essere, e spesso lo erano, scritti con dei numeri”.

Come facilmente si nota, il sistema prevede in definitiva l’adozione di due simboli essenziali, l’uno per “1” e “60”, l’altro per “10” e i relativi multipli, essendo il sistema adottato sia decimale che sessagesimale. Fatta questa parentesi, Walker rappresenta immediatamente nel prosieguo del suo testo che i seguenti nomi di divinità Adad/Samas/Sin/Ea/Enlil sono rappresentati corrispondentemente da una/due/tre/quattro/cinque volte la forma simbolica rappresentativa del numero 10. Noterete allora anche, in tutta la sua evidenza, che il numero 10 presenta nella sua forma simbolica un triangolo con il vertice rivolto verso l’alto, a differenza del numero 1 in cui la forma del vertice del triangolo è rivolta verso il basso.

Limitandoci a ciò, e rinviando a ogni relativo approfondimento di sorta, prima di concludere vorrei però compiere un altro salto nel tempo e, accompagnato dal mio citato “maestro”, parlare brevemente di Pitagora e dei suoi seguaci o fedeli. Giorgio de Santillana riporta, “dagli scritti di Ippolito, un vescovo cristiano di epoca tarda (,che) … (Pitagora) nei suoi studi della natura, fuse in una sola disciplina astronomia e geometria (Mia breve parentesi: potremmo pur dire, principalmente, scienza del “tempo” e scienza dello “spazio”), musica ed aritmetica. Così egli asserì Dio essere una monade, ed esaminando con grande attenzione la natura del numero, disse che l’universo genera melodia ed è tenuto insieme da armonia (…). E, preso da meraviglia di fronte alla struttura dell’universo, stabilì che agli inizi i suoi discepoli dovessero osservare il silenzio, quasi fossero mystae (iniziati ai misteri) accolti nell’ordine del tutto: quando poi riteneva che essi si fossero abbastanza impadroniti dei principi della verità ed avessero perseguito la sapienza in grado sufficiente nello studio delle stelle e della natura, li dichiarava puri e li autorizzava a parlare”.

In realtà, come dice subito più avanti nel testo, “maestri leggendari come Epimenide (Altra mia breve parentesi: di cui ricordiamo soltanto il celeberrimo paradosso del mentitore, risolto definitivamente solo con l’introduzione nel sistema discorsivo dei numeri “immaginari”) e Pitagora sembrano dunque trasformarsi nella figura tradizionale dell’insegnante iniziatico, però mirano” – soltanto – “a mutare e reinterpretare gli antichi riti”, per un fine che è essenzialmente quello di “giustificare all’uomo le vie del Signore”, ovvero del dio-umano quale che sia … “Il corpo non è (sarebbe) altro che una prigione temporanea o ‘tomba’ dell’anima vivente. Ma lo spiritualismo incipiente qui si limita ad accentuare l’unitarietà di tutto ciò che ha vita: un vincolo di parentela unisce (unirebbe) l’uomo agli dei sopra di noi e agli animali sotto di noi, poiché ogni vivente può salire o discendere per la scala dell’esistenza, fino in cima o fino in basso”. Quell’immortalità o mortalità per l’umano, la cui sfida con la Natura, che anch’esso comprende, dura piuttosto da sempre.

A commento della figura, leggendola dal basso verso l’alto e da destra verso sinistra – magari, in altre versioni, lo farete leggendo la figura orientata al contrario -, il significato appare evidente: “Sappiamo ben poco di quanto accadde nel periodo più antico in cui la confraternita (Altra breve annotazione: “pitagorica”, ma con termine moderno più ampio potremmo dire ugualmente confessionale e segreta o anche “massonica”) fu attiva. Sembrerebbe che i numeri fossero allora concepiti soprattutto come serie di monadi. La seguente costruzione divenne fondamentale. Si prenda la serie di numeri interi e si costruiscano con essi dei quadrati successivi: le squadre da falegname ovvero ‘gnomoni’ delimitati dalle linee ‘costruiscono’ i successivi quadrati dei numeri: qui si rivela la virtù del Dispari, poiché i gnomoni sono una progressione di numeri dispari. Solamente l’Uno è Parimpari. La Tetraktys era un numero triangolare costituito dai primi quattro numeri:

1+2+3+4=10, numero perfetto, generato dalla monade e, a sua volta, concepito come generatore di tutte le altre combinazioni di numeri e figure che costituiscono quello che si chiamò Kosmos, o ‘bell’ordine’”.

Ma, si tratta di una storia ripetuta, relativa a una serie di astrazioni, da cui – precisa ancora l’autore – “deriva lo schema di tutta la metafisica greca”, e non solo. E aggiungendo, immediatamente: “La cosmogonia del Libro dei Morti egiziano è di una sottigliezza che non sfigura al confronto: ‘Io sono Atum quando ero solo in Nun …’. Atum, come la Monade, vuole stare per ‘non c’è altro’”.

Ma, in effetti, non è così. Se, come supponiamo, “sta bene definire la realtà come corpo geometrico, il cosmo stesso, perfettissimo Essere concepito come racchiuso nel dodecaedro (…) se qualcuno pone la domanda indiscreta: ‘Tutto questo in che cosa si trova?’ il grande Archita è pronta ad affrontarla: ‘Supponendo’, egli dice, ‘che io arrivassi ai limiti estremi dell’universo e spingessi fuori il mio bastone, che cosa troverei?’. La vaga risposta generica ‘il nulla’, rimane invalidata, poiché se in quel nulla ora è inserito un bastone, vuol dire che almeno esso può esservi contenuto. Quindi deve esserci uno spazio, come qui. Siamo così tornati a quello che ci aveva suggerito il principio di ragion sufficiente – l’Illimitato”.

Giunti quasi al termine di questa lunga riflessione, non possiamo però dimenticare la “figura” di Gilgamesh; in breve, così come sintetizzata dall’archeologa Flaminia Cruciani nel libro appena edito dal titolo Lezioni di immortalità: “… mentre si è propensi a considerarlo un personaggio leggendario, alcuni studiosi ritengono che abbia effettivamente regnato a Uruk, intorno al 2650 a. C. Preceduto dal segno cuneiforme della stella, che designava il carattere divino, il nome di Gilgames è uno dei pochissimi, nella Lista reale, a essere divinizzato”. Che non sia stato il primo, né senz’altro l’ultimo, è lecito dubitarlo.

Ma – al contrario di ciò che hanno preteso pretendono e pretenderanno Pitagora e tutti i suoi seguaci o fedeli, passati presenti o futuri – resta invece da dire che la storia di Gilgames celebra da sempre l’inadeguatezza dell’umano di fronte al mistero della natura. Così, che la storia continui.

Angelo Giubileo

Angelo Giubileo Vicedirettore per il Sud di Pensalibero. Filosofo e giornalista, esperto di previdenza obbligatoria e complementare. Già cultore della materia presso le cattedre di Filosofia del diritto, Teoria dell’interpretazione e Logica giuridica all’Università degli Studi di Salerno. Socio fondatore dell’ Associazione Nazionale per la Rosa nel Pugno e collaboratore per il gruppo parlamentare della Rosa nel Pugno. Responsabile di processo presso l'INPS. Tra le sue pubblicazioni: Etica della conoscenza (Salerno, 1999), I fondi pensione nel pubblico impiego (Giubileo-Sarti, Parma 2003), Conviene aderire a Espero? (Giubileo- Sarti, Parma 2006), Terzo Rapporto INPDAP sulla previdenza complementare (AA.VV., Roma 2011), "Sulla natura delle cose" ( 2016), "Scritti politico-liberali" (2016), "Il mondo come possibilità" (2017). Intensa anche l'attività giornalistica su quotidiani e periodici tra i quali: Corriere di Como (pubblicazione distribuita insieme al Corriere della Sera), Cronache di Salerno, I Confronti (on line), Spazio economia (on line), Affari pubblici (on line), Salerno notizie (on line), Pais (periodico cartaceo d'informazione scolastica)

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