Le povere doti di Trump come negoziatore

Negoziare nel mondo degli affari è una cosa ma al livello di politica internazionale si tratta di un’attività molto più complessa che l’inquilino della Casa Bianca non ha ancora capito.

di Domenico Maceri | 5 giugno 2018

“Abbiamo bisogno di leader che sappiano siglare grandi affari per gli americani”. Così Donald Trump nel 2015 agli inizi della campagna elettorale per la presidenza degli Stati Uniti. Per Trump i politici americani non sapevano negoziare per la mancanza di esperienza imprenditoriale che lui invece possiede a iosa.

Negoziare nel mondo degli affari è una cosa ma al livello di politica internazionale si tratta di un’attività molto più complessa che l’inquilino della Casa Bianca non ha ancora capito. La storia recente della sua presidenza ce lo conferma.

Trump ha agito in maniera unilaterale abbandonando il trattato di Parigi sul clima firmato da quasi tutti i Paesi del mondo senza nessuna negoziazione né alcun tentativo al compromesso. Nel caso di NAFTA il 45esimo presidente ha minacciato di stracciarlo anche se fino ad adesso non lo ha fatto. Ciononostante, i dazi sull’acciaio e alluminio europei si applicheranno anche al Messico e il Canada. Trump ha anche abbandonato il trattato sul nucleare con l’Iran isolandosi dagli altri sei Paesi firmatari che invece continueranno a seguirlo. Nel caso di affari interni le capacità di negoziare di Trump con il Congresso non hanno prodotto leggi bipartisan. Di nuovo il 45esimo presidente ha agito da solo usando però il suo partito ma mancando l’agognato bersaglio di eliminare l’Obamacare, la riforma sulla sanità, odiatissima dai repubblicani. L’unico “successo” legislativo di Trump consiste della riforma fiscale avvenuta però senza supporto del Partito Democratico per mancanza di capacità negoziatrici del presidente.

Le povere doti di negoziatore di Trump però si stanno confermando appieno ultimamente nelle trattative con la Corea del Nord. I rapporti sono iniziati con attacchi puerili reciproci fra il 45esimo presidente e il leader nordcoreano Kim Jong-Un. Minacce da ambedue le parti sono continuate dandoci l’impressione che ci si era avvicinati alla possibilità di un disastroso scontro nucleare. Poi è emerso il disgelo con la strategia nordcoreana di avvicinarsi alla Corea del Sud che ha servito anche da apertura a Trump. Per riscaldare i motori Kim Jong-Un ha liberato tre prigionieri americani causando grande gioia a Trump il quale ha gradito prendendosi il credito ma ringraziando profusamente il leader coreano. Si era arrivati a stabilire il vertice per il 12 giugno a Singapore, organizzato con la mediazione del presidente sudcoreano Moon Jae-in. Questi ha dimostrato la sua soddisfazione dando però il credito a Trump, suggerendo persino che il presidente statunitense meriterebbe il Premio Nobel per la pace.

La strategia di Trump condotta in parte anche dai suoi subordinati ha rimesso tutto in discussione costringendo il 45esimo presidente a cancellare il vertice ma al momento di scrivere sembra che alla fine si terrà. I nordcoreani avevano dato segnali che Kim Jong-Un non si sarebbe presentato a Singapore per le dichiarazioni di John Bolton, consigliere  di Trump sulla sicurezza nazionale, reiterate da quelle del vicepresidente Mike Pence. Ambedue avevano suggerito che nei rapporti con la Corea del Nord gli Stati Uniti  potrebbero seguire il modello della strategia libica. Si ricorda che nel 2003 gli Stati Uniti avevano raggiunto un accordo secondo cui la Libia avrebbe abbandonato le sue ambizioni nucleari. Nel 2011 però, Muammar Ghedaffi,  il leader libico, perse il potere e fu alla fine ucciso da forze ribelli.

I coreani conoscono molto bene la storia e non hanno preso bene l’asserzione di Pence che se la Corea del Nord non raggiunge un trattato “potrebbe fare la fine della Libia”. Il viceministro di affari esteri coreano Choe Son Hui ha ribattuto dicendo che il vice di Trump è “ignorante e stupido” minacciando allo stesso tempo un “duello nucleare”.

Dopo una recente riunione con il presidente della Corea del Sud Trump ha deciso di cancellare il vertice per impedire a Kim Jong-Un di farlo prima. Trump, però, ha agito in modo conciliatorio annunciando il suo annuncio con una lettera nella quale lasciava la porta aperta a riattivare il vertice.

La negoziazione di trattati internazionali richiede tempo e pazienza che Trump non ha dimostrato di possedere. Si ricorda che il trattato con l’Iran sul nucleare richiese parecchi anni di negoziati. Il 45esimo presidente ci dà l’impressione che lui potrà fare molto meglio e in grande fretta. Kim Jong-Un ha molto prestigio da guadagnare sedendosi al tavolo da pari a pari con il leader della superpotenza globale che altri presidenti americani rifiutarono di fare in assenza di accordi verificabili prestabiliti. Il semplice fatto di avere accettato il vertice consiste infatti di una concessione da parte di  Trump. Il problema fondamentale però rimane nella mancanza di credibilità storica dei leader americani.  Considerando il fatto che il 45esimo presidente non mantiene la sua parola anche se si raggiunge un accordo, potranno fidarsi  i nordcoreani? La loro carta “vincente” si basa sulle armi nucleari che non possiede l’Iran e che Ghedaffi non possedeva nemmeno. Si vedrà fra breve se il vertice fra i due leader si terrà ma con le capacità di negoziatore di Trump c’è poco da sperare anche se la semplice idea del dialogo è un fattore positivo.

Nelle sue attività imprenditoriali Trump ha dichiarato bancarotta sei volte con conseguenze molto serie per le banche e i suoi collaboratori. Gli antecedenti negoziatori del 45esimo presidente lasciano poco da sperare ma almeno il dialogo con la Corea del Nord rimane aperto. Questo è l’aspetto più incoraggiante. Si vedrà se risulterà sufficiente.

Domenico Maceri

Domenico Maceri, PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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