Le classi operaie sono ormai tre

Se si osserva l’andamento delle opzioni politiche della classe operaia, in qualche modo determinato, anche se non meccanicamente, della specifica posizione sociale, diventa difficile pensare alla mitica ‘ricomposizione’.

di Sergio Vicario | 20 novembre 2017

Secondo il sociologo Antonio Schizzerotto ‘Le classi operaie sono ormai tre’. Lo ricorda Dario Di Vico in un capitolo del suo ultimo, particolarmente interessante libro: ‘NEL PAESE DEI DISEGUALI. Noi, i cinesi e la giustizia sociale’ – Egea 1917.

La prima classe operaia è composta da quei lavoratori coinvolti nel processi di cambiamento tecnologico e dalle conseguenti, diverse tecniche organizzative. Si tratta, come scrive Di Vico, di ‘una forza lavoro cognitiva molto coinvolta nei processi di controllo/regolazione delle macchine. E ricorda, riportando le parole del sociologo Luciano Pero,  che: “Si tratta di figure tenute in palmo di mano dai datori di lavoro perché, oltre a interagire con sistemi tecnologici complessi, hanno fatto proprio un concetto di responsabilizzazione. Quando accade qualcosa di imprevisto nel flusso produttivo questi operai non parlano con il loro capo, ma interrogano il sistema e la soluzione che viene fuori da questo confronto poi è destinata a fare scuola”.

Sempre Luciano Pero, in un recente convegno organizzato a Milano da Mondoperaio, ricordava che grazie anche al contributo di queste forme di partecipazione si ottengono forti incrementi di produttività, nell’ordine del 10/15% annuo.

In termini quantitativi, si stima che nel solo comparto metalmeccanico questi lavoratori rappresentino il 20% dell’1,5 milioni di addetti.

E’ evidente che tali competenze richiedono forme diverse di motivazione e remunerazione rispetto alle normative contrattuali vigenti e minacciano le attuali forme di rappresentanza sindacale. Non a caso, Marco Bentivogli, segretario generale dei metalmeccanici della Cisl, è più volte intervenuto sottolineando la contraddizione tra l’andare in direzione del 4.0 e il conservare l’inquadramento definito nel 1963.

La seconda classe operaia è quella che lavora, soprattutto, sulle catene di montaggio, con mansioni predeterminate e con vincoli organizzativi stringenti. Si tratta di lavoratrici/lavoratori a forte sindacalizzazione che come materia di scambio con l’azienda hanno principalmente la contrattazione della flessibilità, avendo un raggio di crescita professionale limitato.

“E chiaro – sostiene Dario Di Vico – che la seconda classe operaia è più portata a ragionare in termini di rivendicazioni egualitarie e non vede ascensori sociali nei paraggi. Non è un caso che prenda piede un nuovo tipo di scambio rappresentato dalla diffusione del welfare aziendale”.

A contrastare un destino apparentemente ineluttabile c’è tuttavia la novità introdotta dal recente contratto nazionale dei metalmeccanici che, seppur in modo limitato, introduce il diritto per tutti gli addetti alla formazione, costringendo in tal modo le aziende a farsi carico di progettare nuovi percorsi professionali per il proprio capitale umano.

C’è infine la terza classe operaia che sta fuori dalle fabbriche, collegata soprattutto ai servizi di logistica, rappresentata soprattutto da facchini, per lo più, extracomunitari. Un vero e proprio proletariato dei servizi che lavora spesso alle dipendenze di cooperative border line che lo sfrutta al di fuori delle normative contrattuali, ma che non si sente rappresentato dalle grandi confederazioni sindacali e preferisce affidarsi ai Cobas, dando vita a trattative anche violente.

Di questo proletariato, con un lavoro fortemente ripetitivo, fanno parte anche le badanti. Lavoro solo in parte mitigato dalle relazioni con l’anziano e con i suoi parenti.

Si andrà, dunque, soprattutto in conseguenza dell’introduzione della tecnologia nei diversi processi produttivi, verso una parziale ricomposizione dalla classe operaia o cresceranno le disuguaglianze?

Se si osserva l’andamento delle opzioni politiche della classe operaia, in qualche modo determinato, anche se non meccanicamente, della specifica posizione sociale, diventa difficile pensare alla mitica ‘ricomposizione’. Secondo le rilevazioni di Ipsos della primavera-estate 2017, il 40,3% dei suoi consensi va al M5S, il 19,6% alla Lega e solo il 18,1% al PD, a cui si aggiunge un 5,3% di tutto il resto dei partiti e movimenti alla sua sinistra. Con buona pace di chi continua a coltivarne il mito di ‘classe generale’.

 

Sergio Vicario (http://www.mu-me.it)

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