L’AUTODISTRUZIONE SECONDO GLI UNIVERSITARI

di Redazione Pensalibero.it | 8 ottobre 2018

“E alla fine c’è la vita” ci svela un’esistenza dura e cruda

È uscito il romanzo d’esordio di Davide Rossi dal titolo “E alla fine c’è la vita”.

Storie parallele di universitari sbandati e perduti si intrecciano nella città di Pavia, psichedelica e conturbante, investendo il lettore con un carico di emozioni e cruda realtà.

Marika, Marianna, Marco e Mario studiano poco e abusano di tutto ciò che è lecito e illecito, fregandosene della società, delle regole e del futuro incerto che gli aspetta. Vivono il presente senza risparmiarsi, autodistruggendosi fegato e vita, scrutando l’orizzonte disillusi, stanchi e provati dal loro giovane passato.

Non è un gioco la vita, eppure osservandoli sembrerebbe il contrario, mentre vagano per le stradine innevate alla ricerca del prossimo locale ove rimpinguare il loro tasso alcolico o svenire in attesa della morte della notte.

Le loro vicende si incroceranno, intrecciando rapporti e sentimenti, scontrandosi e amandosi, senza mediazioni di sorta, senza mezze misure.

La loro camminata, incerta e insicura, in equilibrio precario li esporrà al baratro, buio e sconosciuto, del conformismo. Cambiare l’unica soluzione, ma ne varrà davvero la pena?

Davide Rossi ci porta dentro un mondo estremo, ai più sconosciuto, delle feste universitarie e dei rapporti superficiali, portati avanti tramite birra e marijuana, che si consumano nello stesso istante che si creano, che vivono lo spazio di una notte, quella che tutti vorrebbero essere del riscatto. Invece niente, solo una patologica apatia ad accompagnarli, tristi e disarmati di fronte a un futuro duro e asettico, che li aspetta solo per fagocitarli.

Un esordio interessante, con uno stile particolare: molti dialoghi, una descrizione minimale, all’interno di uno schema narrativo simile alla sceneggiatura, che avvicina il romanzo alla cinematografia. Una lettura veloce e stimolante che vi lascerà dentro di voi tante sensazioni, difficili da spiegare, perché la vita, alla fine, è complicata.

Rispondi

Il suo indirizzo e-mail non verrà pubblicatoI campi obbligatori sono marcati *

*