L’attuale scontro globale tra dazi e immigrazione

In attesa di chiarire i rapporti di forza con gli europei, la cui unione cercano di indebolire, gli americani provano a rallentare la crescita degli orientali che mirano all’egemonia per poi affrontare Pechino.

di Fabrizio Amadori | 30 luglio 2018

Gli Stati Uniti hanno soppiantato gli imperi coloniali sostituendoli con varie scuse via via che perdevano potere. Il piano Marshall, lungi dall’essere un sistema creato in nome di ideali, era orientato a ricostruire un mondo europeo e occidentale dominato pienamente dagli Usa. Nei paesi non europei gli statunitensi andarono più per le spicce, sostituendosi agli ex imperi, come dicevo, ma anche sostenendo quelle piccole minoranze filoamericane che non a caso venivano riconosciute come uniche legittime rappresentanti  di un popolo che con gli Usa, e con le mire predatorie del loro enorme sistema produttivo, non volevano avere nulla a che fare. Dai tempi del Vietnam molte cose sono cambiate. Il peso degli Stati Uniti si è parzialmente ridimensionato, e questo nonostante siano rimasti per un certo periodo l’unica superpotenza globale (la Cina non lo è ancora innanzitutto per ragioni finanziarie e di proiezione militare), così come i rapporti di forza tra Occidente, guidato da Washington, e il resto del mondo (per non parlare poi di una maggiore sensibilizzazione dell’opinione pubblica americana stessa). Io credo però che Trump snobbando il G7 non faccia altro che provare a ribadire che l’Occidente o ha la testa a Washington o vale poco, e ciò in chiave anticinese in primis. Le corse in avanti di Francia, notoriamente riottosa ai diktat americani (ultimi quelli sull’Iran), e ora pure Germania, locomotiva d’Europa che Trump cerca in tutti i modi di screditare puntando anche su obiezioni legittime da un punto di vista finanziario, non sono capite da una leadership americana che, conti alla mano, non comprende cosa non vada bene agli europei della cosiddetta “pax americana”. Tutto questo per suggerire che gli Usa hanno accettato una Ue finanziaria perché pensavano di poterla guidare in virtù della propria schiacciante superiorità in tale settore: non così una unione reale, fondata sull’integrazione militare, economica e culturale, capace di destabilizzare vecchi equilibri. Gli Usa, insomma, non vogliono che Bruxelles diventi un clone di Washington in grado di metterli all’angolo. Ma sanno anche che in un mondo in cui i rapporti tra i popoli si stanno delineando pure da un punto di vista etnico e “razziale” (anche da qui il tentativo di “deispanizzazione” degli Usa tramite l’incivile lotta all’immigrazione clandestina sulla frontiera meridionale, dove il richiamo all’appartenza “wasp” è ancora forte), gli Stati Uniti, soprattutto quelli di Trump, non possono creare un blocco di partenza diverso da quello transatlantico, e ciò in chiave innanzitutto anticinese. In attesa di chiarire i rapporti di forza con gli europei, la cui unione cercano di indebolire, gli americani provano a rallentare la crescita degli orientali che mirano all’egemonia in attesa di affrontare Pechino, il loro vero nemico naturale, tornati pienamente alla guida di una coalizione  euro-americana. Tra parentesi: è ovvio che il confronto con i nordcoreani, e la loro legittimazione come (fantomatica!) potenza, ha avuto l’unico scopo di provare a ristabilire l’influenza di Washington sull’Asia orientale, influenza che Pechino, come il Giappone anteguerra, cerca di erodere da tempo puntando sulla sua forza economica – quella che gli Usa tentano di ridimensionare – e militare-tecnologica (quella derivata anche dal furto di materiale segreto americano che Washington non ha più intenzione di tollerare). Il leader cinese odia quello nordcoreano non certo (o non solo) per questioni personali, ma perché sta permettendo agli americani di fare il gioco che volevano in tale zona del mondo. Se aggiungiamo che i cinesi con il loro surplus commerciale con gli Usa (conseguenza innanzitutto del bassissimo costo del lavoro in Asia) comprano, oltreché i titoli di Stato americani, aziende a stelle e strisce all’avanguardia con cui fare il salto di qualità nella concorrenza globale, ebbene, l’attuale politica Usa è abbastanza facile da capire. Una politica, quindi, che non si riduce certo a una rinegoziazione generale dei dazi, quasiché davvero Europa e Cina agli occhi di Washington – ripeto, la Washington trumpiana in primis – pari siano, specialmente in una prospettiva media e lunga.

Fabrizio Amadori

Genovese, nato nel 1971, diplomato al liceo classico "Mazzini", laureato in filosofia all'Università Statale del capoluogo ligure, ama la letteratura in lingua tedesca e russa. Residente a Milano dal 1999, dopo varie esperienze, prima come responsabile di pizzeria (Germania) e poi come docente in Italia e all'estero (Zambia), si occupa da gennaio 2007 di comunicazione per le aziende (dalle piccolissime alle multinazionali). Al suo attivo ha numerose pubblicazioni - articoli e interviste - su giornali e riviste culturali nazionali ("Filosofia", "Avanguardia", "Poeti e poesia", "Ideazione", etc.). Da ricercatore in ambito letterario ha scritto soprattutto di teoria della scrittura (si veda, ad esempio, il suo breve saggio "Ragionare alla Poe", "Avanguardia" n. 59). E' stato il primo a parlare di "narratologia deduttiva". Ottenuta nel 2000 una borsa di studio e ricerca da una Fondazione italo-americana per sviluppare il discorso iniziato col suo pamphlet "Giovani e potere" - o "Giovani, sesso e potere" a seconda dell'edizione - (prefazione di Dino Cofrancesco), ha potuto lavorare a stretto contatto, tra gli altri, con Anita Desai e Philip Levine. Polemista, si è occupato per i giornali anche di cultura. Di recente ha iniziato a pubblicare alcune poesie - o "testi rimati" come li definisce lui - sulla rivista "Poeti e poesia". Già membro della segreteria della "Enzo Tortora" di Milano e Consigliere generale della "Coscioni", si è occupato come oratore del referendum per l'abrogazione della Legge 40 portando a casa anche un importante risultato: convincere il quotidiano "Liberazione" - di ispirazione comunista - ad usare come allegato per la campagna il materiale dell'associazione radicale.

Rispondi

Il suo indirizzo e-mail non verrà pubblicatoI campi obbligatori sono marcati *

*