L’assordante silenzio della classe dirigente

Con la crisi politica degli anni ’90, la gestione del potere si è in larga misura trasferita dalla potestà della politica a quella delle dirigenze della Pubblica Amministrazione, delle magistrature inquisitorie e amministrative, supportate dalla scenografia anti-casta.

di Mimmo Merlo | 14 maggio 2018

Dopo il previsto esito elettorale del 4 marzo, era più che mai immaginabile che sarebbe stato assai difficile trovare il compromesso necessario per dare vita ad un governo di coalizione che non scontentasse le proprie ‘tifoserie’ e che fosse in grado di risolvere i gravi problemi del Paese, ma ciò non sembra preoccupare troppo.

Solo in pochi sembrano rendersi conto di una verità pericolosamente spiacevole: quella di un’opinione pubblica nazionale da tempo prigioniera di una ‘comunicazione che vive di cronaca, di eventi tanto impressivi quanto transeunti, di emozioni fibrillanti’ che per Giuseppe De Rita rappresentano il ‘primato della cronaca che sta distruggendo ogni capacità di fare cultura e classe dirigente di governo’, in uno scenario elettorale caratterizzato da una forte differenziazione di programmi e antropologia di elettori.

Arturo Parisi classifica il risultato elettorale come ‘cataclisma per la quantità e apocalisse per la sua qualità’, ovvero il fallimento di qualsiasi coerenza visionaria per una prospettiva politica, che per la classe dirigente del Paese è scivolata via come acqua sulla roccia.

Nulla di nuovo, se si guarda ai precedenti europei in fatto di democrazie parlamentari impostate sui sistemi proporzionali – Spagna, Francia, Germania e Belgio – vi è chi ha correttivi costituzionali per assicurare la governabilità, come la Francia, e chi si è autoimposto il perseguimento di una coalizione attorno a uno, tra due poli aggregativi. Nessuno, però, ha un sistema partitico che opera in logica tripolare, con assenze di convergenze visionarie comuni per questioni dirimenti per il futuro del Paese, e ciò rende innegabilmente difficile trovare mediazioni e compromessi senza il rischio d’impatti negativi e disillusione presso i propri militanti.

Tutt’altro che trascurabile è la funzione di ‘ascensore sociale’, sia per l’aspetto economico, sia per quello tutt’altro che secondario dell’apparire, che la politica nei sistemi istituzionali mette a disposizione, per un apprendistato che per non pochi risulta un’occasione priva di alternativa, e ciò è un ostacolo per eventuali interruzioni anticipate di legislatura che per la democrazia potrebbe rappresentare un vulnus.

Un certo pregiudizio nei confronti di ogni ipotesi di ‘grande riforma’, rafforzatosi con la bocciatura del referendum, certamente una riforma non priva di difetti, promossa con non poche insufficienze e con un eccesso di arroganza, con cui oggi si è costretti a fare i conti in un clima di pericolosa apocalisse politica.

Che il Paese si trascinasse dagli inizi degli anni 90 in una sorta di ‘bolla critica’, caratterizzata per un verso dalla percezione di inadeguatezza delle istituzioni, pregiudizialmente anteposta alla opinabilità delle scelte adottate, per un altro verso dalla delegittimazione elettorale dei partiti e conseguentemente dei governi da loro espressi, era convinzione diffusa, ma sulla diagnosi e la prognosi la classe dirigente del Paese ha fatto scelte tanto interessate quanto improvvide se riferibili al bene comune e, piuttosto che spingere per riformare le istituzioni, ha preferito scegliere la strada di sparare nel mucchio, nella convinzione di poter incidere poi nella determinazione di scenari diversi e più facilmente condizionabili; mentre la drammaticità d’impatto della grande crisi economico-finanziaria mondiale trovava un terreno assai più permeabile, anche per il sistema istituzionale non più funzionale ad affrontare i nuovi complessi scenari.

Con la crisi politica degli anni ’90, la gestione del potere, quello preservabile dalla transnazionalità di molti processi decisionali, si è in larga misura trasferita dalla potestà della politica a quella delle dirigenze della Pubblica Amministrazione, delle magistrature inquisitorie e amministrative, supportate dalla scenografia anti-casta, enfatizzata anche oltre ogni limite di ragionevolezza dal provincialissimo sistema di informazione multimediale, ispirato dalla convinzione di poter ‘eteroindirizzare la politica’ senza alcun vincolo di riscontro, che non fosse il perseguimento di audience, dei ‘veicoli mediatici’ finalizzati alla raccolta pubblicitaria.

Nostrani ‘muckrakers’ (quelli che puliscono le stalle dal letame) nostrani, li definisce sul ‘Sole’, Sergio Fabbrini, parafrasando la stagione giornalistica che, a cavallo tra il XVIII e XIX secolo, mise alla gogna i partiti nell’Ovest degli USA; ma, come allora, intorno alla pratica dei ‘muckrakers’ si è venuta ad aggregarsi e consolidarsi una pluralità d’interessi: dei ricercatori di visibilità, della nuova genia di politologi ed anchormen, che ha individuato nel Movimento 5* il beneficiario finale, e che, per sostenere l’audience, si contraddistinguono per lo sminuire l’importanza del ricambio di regole e processi, anteponendogli la priorità del mero ricambio dei protagonisti.

E’ la conseguenza del sopravvento, spesso brutale, della cronaca quotidiana che tende ad impoverire non solo il dibattito politico, ma la stessa dialettica sociale, sempre più restia a ragionare di complessità e di lunga durata, le due variabili fondamentali del governare, come sottolinea con allarme De Rita.

Il Paese ha di fronte uno scenario che ci riporta assai indietro nel tempo, un panorama di guerre infinite che alimenta la povertà distribuita che è alla ricerca di salvezza, un panorama che si dipana non lontano dalle nostre coste; la rinascita delle velleità espansionistiche della Russia; la mercantilistica presa di distanza degli USA dal sistema di difesa europeo, che impone un rilancio degli investimenti in armamenti; la ‘guerra commerciale’ sui dazi che riporta indietro le lancette dell’orologio della storia; la frammentazione all’interno della UE, e la ricerca di rilanciarne la missione/speranza di una maggiore integrazione; lo scenario di risorgenti nazionalismi che rischiano di promuovere spinte per un ritorno all’autarchia.

Un Parlamento, formato per due terzi da neofiti sia della politica, sia delle istituzioni, privi del background necessario per affrontare temi complessi e pericolosamente ad alto impatto e la pregiudiziale incompatibilità che è all’origine della tripolarità della nostra politica nazionale, non possono non destare allarme per l’intera classe dirigente del Paese, che non può permettersi di lasciare solo il Capo dello Stato a dirimere una complessità ad alto potere detonante, ma deve avere il coraggio di intervenire per prevenire pericoli incombenti: ma sino ad ora il silenzio è stato assordante.

Non lanciare un allarme al Paese sarebbe un grave errore, perché la partita è assai più complessa di quanto possa apparire, e non può essere risolta in base a convenienze personali degli eletti sulla durata della legislatura.

Mimmo Merlo    (lavocemetropolitana.it)

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