La strana guerra all’Italia, 1992-2012

Le indagini di “tangentopoli” produssero una selezione politica, nella quale furono salvaguardate le forze più contrarie (il PCI-PDS) o solo estranee (la Lega ad es.) al sistema misto sul quale l’Italia aveva costruito le sue fortune come paese libero e autonomo nel panorama mondiale.

di Alessandro Silvestri | 28 ottobre 2012

Il tutto ha inizio a Palermo il 12 marzo del 1992, Salvo Lima esponente di punta della DC siciliana (e uomo di fiducia dell’allora Presidente del Consiglio, Andreotti) viene assassinato all’uscita di casa, nell’elegante ed esclusivo quartiere di Mondello.

Non erano nemmeno passate due settimane dalla sentenza definitiva della Corte d’Assise d’Appello che confermava le sentenze del maxi-processo di Palermo, voluto e diretto dai giudici Falcone e Borsellino (19 ergastoli e 2600 anni complessivi di reclusione ai boss di “cosa nostra”) che già la mafia iniziava a rispondere a modo suo, all’iniziativa dello Stato che mai come nel periodo che andava dall’uccisione del prefetto Dalla Chiesa ai primi anni ’90, aveva imboccato con tale  decisione, una risposta istituzionale al fenomeno.  Il 16 marzo l’allora ministro degli interni Vincenzo Scotti, avendo ricevuto diverse informative dei servizi e dal capo della Polizia Parisi, dirama alle prefetture un documento di massima allerta su attacchi a uomini politici, partiti ed istituzioni, previsti in Italia nelle settimane a venire. Probabilmente alcune notizie verosimili erano riuscite a giungere alla nostra intelligence, ma non si era assolutamente capito di che tipo di attacco avremmo dovuto subire, da chi e per quel fine.  Intanto a Milano, il 17 febbraio era avvenuto un episodio assai minore, destinato però a sviluppi del tutto imprevisti.  Mario Chiesa, socialista e presidente del Pio Albergo Trivulzio, viene beccato col “sorcio in bocca” e arrestato. E’ un personaggio di secondo piano, ma ha sostenuto con successo il figlio del leader del PSI alle comunali milanesi di qualche mese prima e finanzia (come molti altri del resto) il PSI lombardo. Per riconoscenza (si diceva) aveva riottenuto l’incarico, che come si è visto, fruttava fior di milioni facili facili (fino ad allora). Ma così era per tutto il sistema politico, che per mantenere i suoi costosi apparati aveva bisogno di un fiume di denaro. Negli anni si è capito ad esempio, che il PCI è stato il partito politico probabilmente più finanziato del mondo. Questo avveniva con più sistemi: oltre al noto massiccio (e costante fino all’era Gorbaciov) finanziamento sovietico, non si disdegnava il sistema delle tangenti (soprattutto attraverso le cooperative di costruttori) di elargizioni dall’Unipol e dalla Lega delle Cooperative (attraverso le sponsorizzazioni) e infine venivano le briciole delle feste di partito e del tesseramento, che servivano evidentemente più da copertura che da fetta sostanziale degli introiti. Una cortina fumogena che deve aver funzionato assai bene, se come abbiamo visto il PCI poi PDS, fu appena sfiorato da “tangentopoli” e sostanzialmente salvato assieme a poche altre aree politiche (come quella demitiana della DC) utili (inconsapevolmente o meno) come si è visto dopo, ad un certo disegno. Ma continuiamo con ordine cronologico. Il 28 aprile vengono arrestati i primi esponenti milanesi del PDS, Sergio Soave ed Epifanio Li Calzi. Complessivamente nel corso di questa vicenda, saranno decine gli indagati e gli arrestati dell’ex PCI. Primo Greganti ne è stato forse il personaggio più emblematico. Nonostante i 6 mesi di carcerazione preventiva a San Vittore (vero atto di barbarie utilizzato per estorcere le confessioni agli indagati) non farà mai i nomi degli emissari delle tangenti per cui verrà condannato in seguito. Questo atto di “eroismo” di partito, gli vale l’appellativo di “compagno G” e nonostante gli anni di galera, l’ascesa in una sorta di empireo dei giusti. La cosa che non torna è che sostanzialmente i vertici del PDS furono però salvati da “tangentopoli” ricevendo un sostanziale lasciapassare per la c.d. II Repubblica. Una data emblematica, il 1 maggio, viene scelto dalla procura milanese per i primi avvisi di garanzia a Paolo Pillitteri e Carlo Tognoli, parlamentari socialisti e già sindaci di Milano. Il 13 maggio riceve il primo avviso di garanzia il tesoriere nazionale della DC, Severino Citaristi che diverrà il recordman di tangentopoli collezionando ben 72 indagini a suo carico. Il 23 maggio a Capaci (PA) ancora la mafia dà prova di una recrudescenza inedita facendo esplodere una potentissima carica esplosiva che cancellerà la vita di 5 servitori dello Stato compreso il magistrato che più di ogni altro, si era distinto per tenacia, coraggio e innovazione nella dottrina investigativa. Giovanni Falcone, il giudice implacabile del maxi-processo ma anche l’uomo di stato che viene pesantemente attaccato da quei “professionisti dell’antimafia” come causticamente li aveva battezzati, una volta che decide di accettare l’incarico dell’allora Ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli, a suo volta vittima in seguito della particolare guerra di cui vi parlo. Ma il 1992 è anche l’anno di scadenza del settennato presidenziale e Francesco Cossiga che ad un certo punto si è messo a fare delle strane bizze comprese le dimissioni depositate il 25 aprile a poche settimane dalla scadenza naturale del mandato, fatto inconsueto nella storia repubblicana. E’ un anno politico cruciale, l’intesa siglata da DC e PSI sulle riforme istituzionali (soprannominata CAF dalle iniziali dei tre principali artefici, Craxi, Andreotti e Forlani) prevede il cambiamento di sistema da strettamente parlamentare a semipresidenziale sul modello francese. Questo negli intenti, avrebbe consentito al sistema politico una maggiore stabilità, da sempre il tallone d’Achille della Repubblica nata nel ’45. Il patto (così si sosteneva in molti degli ambienti politici e dell’informazione) prevedeva l’elezione di Giulio Andreotti  al Quirinale e la nascita del Craxi III che aveva al primo punto dell’o.d.g. proprio la c.d. “grande riforma”. Due giorni dopo Capaci però, il 25 maggio un Parlamento sbigottito e impaurito dall’escalation mafiosa e dall’iniziativa dei giudici milanesi versus il sistema partitico, elegge dopo un lungo braccio di ferro inconcludente tra una parte dell’ex pentapartito e l’area demitiana della DC alleata in quel contesto alla Lega e al PDS, proprio un ex magistrato, Oscar Luigi Scalfaro.   Il 2 giugno nel porto di Civitavecchia attracca il panfilo “Britannia”. Esiste ormai un’ampia letteratura su quella vicenda. Vale soltanto la pena ricordare che a bordo assieme a Riccardo Galli (allora dirigente dell’IRI) Mario Draghi, Beniamino Andreatta, Giulio Tremonti e altri alti papaveri del sistema pubblico e privato italiano, vi erano gli emissari della Goldman Sachs, della Merrill Lynch, della Salomon Brothers e  di altre società finanziarie anglo-americane. Le banche di affari di Wall Street cioè a cui si rivolgerà dopo pochi giorni dal suo insediamento (18 giugno)  Giuliano Amato che avvalendosi del decreto Legge 386/1991 trasforma gli Enti statali in S.p.A. dando il via ufficiale  alla svendita del patrimonio pubblico italiano.  “Mani Pulite” aveva avuto intanto l’effetto di bloccare l’attività dei principali leader politici della maggioranza, facendo posto a degli outsider. Uomini di potere, di partito, ma anche di stato, che si erano sempre schierati in difesa delle aziende di stato. Lo zampino della politica nei consigli di amministrazione delle società statali, garantiva certo un flusso sicuro e costante di finanziamento alla stessa, ma determinava al contempo una sostanziale autonomia politica del sistema paese, non più recuperato dopo. Il 19 luglio intanto, ennesimo ed eclatante atto di terrorismo mafioso a Palermo. Il collega e amico di Falcone Paolo Borsellino viene fatto saltare in aria assieme a 5 membri della sua scorta, mentre ritorna da un breve saluto alla madre. E’ la fine di una stagione. Tra i padri storici del mitico Pool antimafia, rimane il solo Antonino Caponnetto. Attonito e distrutto negli affetti e nel morale, così come milioni di italiani. La classe politica è ulteriormente messa sotto schiaffo. Intanto la RAI fa a gara con le nuove tv commerciali di Berlusconi (che ha ottenuto recentemente la diretta dei TG) a diffondere ogni possibile particolare relativo alle indagini del nuovo Pool, quello di Milano guidato da Francesco Saverio Borrelli, che attraverso una capillare ed efficace diffusione di dettagli relativi alle indagini, offre per la prima volta nella storia mondiale del diritto, una sorta di reality show dove i buoni con il sostegno degli organi d’informazione e quindi  per osmosi con la pubblica opinione, mettono alla gogna e puniscono i politici cattivi, prima ancora che i processi vengano celebrati. Perché aspettare i tempi biblici della (mala)giustizia italiana, dove spesso i manigoldi riescono a farla franca? Con “Mani pulite” si instaura una sorta di franchise  tra Procura di Milano (subito imitata da varie altre in giro per la penisola) e la stampa, per cui è sufficiente un semplice atto formale come l’istituto dell’avviso di garanzia (introdotto dalla recente riforma del codice penale firmata dal Presidente Cossiga ) per distruggere immediatamente la carriera del malcapitato. Intendiamoci, non che non ci fosse un urgente bisogno di riformare i metodi con i quali la politica si finanziava, in molti casi anche in maniera illecita e sproporzionata, ma soprattutto si sarebbe dovuto aprire un dibattito sulla effettiva democraticità degli stessi partiti, rendendo ad esempio attuativo l’art. 49 della Costituzione. A venti anni di distanza, mentre la stagione di mani pulite non ha risolto il grave problema della corruzione (che in alcuni casi è addirittura aumentata) quella mancata occasione di portare profonde riforme nel sistema, ha determinato via via una progressiva sfilacciatura in termini democratici, tra i gruppi dirigenti dei partiti e le loro basi militanti ed elettorali. La partitocrazia si è trasformata in oligarchia, e i partiti da liquidi sono diventati in pratica, liquefatti. La DC ed il PSI (assieme ai loro alleati storici PSDI, PRI e PLI) in maniera particolare, subiscono gli attacchi più violenti di stampa e magistratura, determinando per la prima volta nella storia moderna, un gravissimo black-out istituzionale in uno dei paesi del G7. Bettino Craxi in maniera particolare, risultò colui che fu più tenacemente colpito dall’ondata giustizialista. E’ un caso che fosse stato anche il più strenuo difensore dell’autonomia politica dell’Italia e delle sue aziende pubbliche nel dopoguerra, e tra i principali artefici dell’unità politica europea? Invero la stessa ondata colpì un po’ tutti i paesi europei dopo il 1989 e alcuni dei principali leader. In Germania Helmut Kohl,  in Francia François Mitterrand, in Spagna Felipe Gonzales, tanto per citare i più noti. Molti altri partiti socialisti e laburisti furono oggetto di attenzione mediatico-giudiziaria in vari altri paesi d’Europa. Ancora in Francia l’ex primo ministro socialista Pierre Bérégovoy, si sparò una rivoltellata in seguito agli scandali relativi ai finanziamenti ai partiti e ad alcuni uomini politici.  Ma in nessun paese si è assistito né a gogne mediatiche né tantomeno a ribaltamenti politici di così grande consistenza come in Italia. Nell’estate del ’92, il segretario del PSI, utilizza l’unica arma rimastagli a disposizione e attraverso le colonne de L’Avanti! Lancia pesanti accuse alla magistratura e alla stampa giustizialista (di proprietà in molti casi dei principali complici del sistema tangentizio) paventando per la prima volta, la possibilità che una certa “manina” muovesse i fili dell’operazione. Ebbene, anche grazie alle recenti rivelazioni fornite in un’intervista a “La Stampa”dall’ex ambasciatore statunitense degli anni 1993/1997, Bartholomew (per dovere di cronaca, pubblicate dopo la prima stesura di questo articolo) sussistono dubbi fondati a distanza di 20 anni che quella manina fosse in realtà una manona! E’ del 3 luglio il discorso dell’ex presidente del Consiglio alla Camera del “chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Naturalmente in quell’occasione, nessuna pietra fu scagliata né dalla maggioranza di governo, né dai banchi dell’opposizione. Il 2 settembre il primo suicidio eccellente. Il deputato di Brescia del PSI Sergio Moroni, fa trovare accanto al suo corpo, una lettera di autoaccusa rispetto al sistema tangentizio ma anche di chiamata in correo di tutto il sistema politico, indirizzata all’allora Presidente della Camera, Giorgio Napolitano. Ma la lista si allargherà ulteriormente, in alcuni casi anche dando adito a perplessità sulla veridicità del fatto. Raul Gardini presidente del gruppo Ferruzzi; Gabriele Cagliari presidente dell’ENI; Sergio Castellari direttore delle partecipazioni statali. Tutte e tre personalità di primo piano legate all’ENI. Tutti e tre “suicidatisi” nell’imminenza dei loro interrogatori. Ma Nando Dalla Chiesa autore di un indagine parlamentare in merito, arrivò a contare in diverse decine, le vittime di quell’ondata neo-giacobina. Prima di Moroni si erano già tolti la vita personaggi minori: Franco Franchi coordinatore di una USL di Milano, Renato Morese segretario del PSI di Lodi, Giuseppe Rosato di Novara, Mario Luciano Vignola di Savona, Mario Comaschi di Como. Il 27 ottobre, muore in seguito al ricovero per infarto al San Raffaele, il tesoriere del PSI Vincenzo Balzamo. 29 ottobre, il Parlamento italiano vota a larga maggioranza l’adesione in via definitiva ai trattati di Maastricht. Il 15 dicembre Craxi riceve il primo avviso di garanzia relativo all’inchiesta sulla metropolitana milanese. Il  24 gennaio 1993, l’ex Presidente del Consiglio, chiede che venga istituita formalmente una commissione d’indagine sul finanziamento a tutti i partiti, giacché probabilmente intuisce che le inchieste giudiziarie, miravano a colpire soltanto determinati partiti, e addirittura nella DC, determinate correnti, salvaguardandone altre. Naturalmente questa richiesta così controcorrente rispetto al clima, viene rigettata. L’11 febbraio sarà costretto a dimettersi da segretario del PSI. Il 22 febbraio 1993, viene arrestato un top manager FIAT, Francesco Paolo Mattioli. Alla fine delle inchieste di “MANI PULITE” risulterà assieme a Papi, Mosconi, Grandi, Signoroni, Belliazzi, Cozza, Caprotti, Ruggeri, Aimetti, Bertini, Pomodoro, Del Monte e  Garuzzo, tra quelli che incapparono nelle maglie delle indagini o nel successivo progrom voluto dagli stessi vertici aziendali. Gianni Agnelli invece, appena sfiorato dal tintinnar di manette, riesce a farla franca. D’altra parte è noto l’incontro avvenuto il 17 aprile nella Procura di Milano tra i giudici del pool e i difensori del gruppo FIAT. Incontro che apparve provvidenziale per la salvaguardia dei vertici dell’azienda torinese. Lo stesso processo che vedrà coinvolto successivamente Cesare Romiti (divenuto l’11 dicembre 1995 presidente della FIAT) si concluderà con una condanna lieve….Insomma, i vertici politici non potevano non sapere (secondo le teorie investigative di Antonio Di Pietro) e quelli delle aziende che ricevevano i vantaggi maggiori dal sistema delle tangenti, invece poterono.

Il 5 marzo i vertici istituzionali tentano una soluzione “politica” per tangentopoli. Il Consiglio dei Ministri vara un decreto (il noto decreto Conso, dal nome dell’allora ministro della Giustizia) che depenalizza (con effetto retroattivo) il finanziamento illecito ai partiti. Il 7 marzo Borrelli convoca una conferenza stampa per ribadire il no del pool ad ogni tentativo di “colpo di spugna” e il Presidente della Repubblica Scalfaro, per la prima volta nella storia repubblicana, non controfirma il d.L. del Governo! L’autonomia della politica viene ad essere scavalcata da un altro potere dello Stato, è l’inizio della messa in mora di tutto il sistema democratico che vedrà nascere di lì a pochi mesi, il primo dei c.d. “governi tecnici” guidato dall’ex presidente della banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi. Seguirà a ruota il governo Dini, altro grand commis della finanza pubblica italiana (che però ha avuto sempre un piede anche in quella privata). Nel 2011 è successo ancora con Monti anche se in questo caso, non su pressioni di stampa e magistratura, ma della BCE, vale a dire di un organismo sovranazionale assolutamente slegato da criteri democratici e rappresentativi. Nel 1992 due autorevoli personalità politiche commentarono così il clima di quei giorni:

Come segnalò il presidente del Senato Giovanni Spadolini, c’era in atto un’operazione su larga scala per distruggere la democrazia italiana: “Il fine della criminalità mafiosa sembra essere identico a quello del terrorismo nella fase più acuta della stagione degli anni di piombo: travolgere lo stato democratico nel nostro paese. L’obiettivo è sempre lo stesso:  delegittimare lo Stato, rompere il circuito di fiducia tra cittadini e potere democratico…se poi noi scorgiamo – e ne abbiamo il diritto – qualche collegamento internazionale intorno alla sfida mafia più terrorismo, allora ci domandiamo: ma forse si rinnovano gli scenari di dodici-undici anni fa? Le minacce dei centri di cospirazione affaristico-politica come la P2 sono permanenti nella vita democratica italiana. E c’è un filone piduista che sopravvive, non sappiamo con quanti altri. Mafia e P2 sono congiunte fin dalle origini, fin dalla vicenda Sindona”. (La Repubblica 9 agosto).

Anche Tina Anselmi aveva capito i legami fra mafia e finanza internazionale: “Bisogna stare attenti, molto attenti… Ho parlato del vecchio piano di rinascita democratica di Gelli e confermo che leggerlo oggi fa sobbalzare. E’ in piena attuazione… Chi ha grandi mezzi e tanti soldi fa sempre politica e la fa a livello nazionale ed internazionale. Ho parlato in questi giorni con un importante uomo politico italiano che vive nel mondo delle banche. Sa cosa mi ha detto? Che la mafia è stata più veloce degli industriali e che sta già investendo centinaia di miliardi, frutto dei guadagni fatti con la droga, nei paesi dell’est… Stanno già comprando giornali e televisioni private, industrie e alberghi… Quegli investimenti si trasformeranno anche in precise e specifiche azioni politiche che ci riguardano, ci riguardano tutti. Dopo le stragi di Palermo la polizia americana è venuta ad indagare in Sicilia anche per questo, sanno di questi investimenti colossali, fatti regolarmente attraverso le banche”. (L’Unità 10 agosto). (Dal libro di Antonella Randazzo “Dittature. La storia occulta”).

Appare dunque assai evidente, a partire da quella stagione, che fosse in essere da anni uno stretto legame tra la mafia italiana e le grandi società finanziarie internazionali che riciclavano senza battere ciglio le ingenti quantità di dollari (ancor oggi valuta ufficiale del narcotraffico) provento delle innumerevoli attività illecite di “Cosa Nostra”. Giovanni Falcone su questo stava indagando nel periodo in cui concorse alla successione di Caponnetto all’ufficio istruzione della Procura di Palermo (ma i suoi colleghi particolarmente illuminati da una sorta di stato di grazia, gli preferirono Antonino Mele).  Non è da escludere alla luce dei fatti, che vi siano stretti legami tra gli attentati mafiosi del 1992/94 (divenuti nuovamente di attualità con le indagini sulle c.d. trattative tra Stato e mafia) la destabilizzazione politica nella quale una parte della Magistratura si trovò inconsapevolmente ad operare, e la successiva e costante svendita del patrimonio pubblico italiano, che ancora continua nel 2012 senza che il paese abbia goduto di nessun effetto positivo da questa azione di politica economica. Il caso Sindona prima, l’assassinio Ambrosoli e la fine altrettanto cruenta di Roberto Calvi, avrebbero dovuto già attivare nella solerte magistratura, canali approfonditi di indagini che invece non approdarono ad alcunché di concreto, non appena le indagini s’imbattevano in certe banche di affari londinesi, americane o “extraterritoriali”.

25 marzo 1993: Il Parlamento messo ormai sotto pressione dalla serie concomitante di avvenimenti drammatici, attraverso la spinta dei referendari di Segni e da altre forze politiche che nel frattempo si erano formate nel segno del giustizialismo, approva l’introduzione del sistema maggioritario per le politiche, e l’elezione diretta del sindaco nei comuni sotto i 15.000 abitanti. Negli anni seguenti (1997-1999) verrà dato corpo ad una riforma generale delle amministrazioni periferiche, nota come “riforma Bassanini” con l’intenzione di ridurre la corruzione, l’ingerenza politica, l’eccessiva burocrazia, la spesa pubblica. Ebbene, come abbiamo visto, nessuno  degli effetti si è verificato; basti vedere la costante impennata del debito pubblico susseguitasi al nuovo corso politico successivo a “tangentopoli” ; l’ondata di scandali politici dovuti alla propagazione esponenziale di corruzione e concussione; la creazione di una nuova casta di potere formata dai tecnici delle pubbliche amministrazioni, dove lo svuotamento delle funzioni dei consigli comunali, provinciali ecc. e il contestuale innalzamento del livello di potere di sindaci e presidenti di organismi territoriali superiori (non a caso verranno chiamati impropriamente “governatori” i presidenti di regione) ha finito per ridurre notevolmente gli spazi democratici ed abbassare contestualmente la soglia del livello di controllo sulle gestioni amministrative.

Come abbiamo accennato riguardo alla FIAT, saranno molte le aziende private italiane a finire in diversa misura nell’occhio del ciclone giudiziario negli anni di “mani pulite” e successivi. Il 16 maggio 1993 Carlo De Benedetti, ammetterà di aver erogato finanziamenti illeciti per 20 miliardi di lire. Ebbene, l’ingegnere torinese (naturalizzato svizzero) che è noto alle cronache ben prima di “tangentopoli” (Banco Ambrosiano, vicenda SME, Lodo Mondadori, la discussa vendita di materiale obsoleto della Olivetti ad aziende statali) continua tranquillamente le sue attività nel mondo imprenditoriale, finanziario (Goldman Sachs ad esempio)  e dell’editoria. Addirittura può vantare ancora oggi una vasta collezione di onorificenze pubbliche. Il sistema bancario italiano, dopo la fine del controllo pubblico su alcune banche importanti (BNL, BNA, CI pari al 73% dell’intero comparto nel 1991) e la dismissione della Banca d’Italia, non ha certo brillato per un miglioramento generale del settore, anzi. Al di là della crisi finanziaria in atto da almeno 5 anni (causata dal mancato controllo delle truffe bancarie internazionali è bene ricordarlo) le vicende di CIRIO e PARMALAT, o il crack di innumerevoli istituti (con i rispettivi manager però liquidati con somme faraoniche) hanno rappresentato un vulnus che in un sistema realmente democratico, avrebbe dovuto far correre ai ripari già da un bel po’ di tempo.

Il 23 novembre 1993, si affaccia alla ribalta un personaggio (non estraneo al sistema della corruzione e ad una certa “spregiudicatezza” del mondo imprenditoriale come abbiamo più volte in seguito verificato) che determinerà le sorti della c.d. II Repubblica. Durante l’inaugurazione di un supermercato a Casalecchio di Reno, Silvio Berlusconi annuncia di voler entrare in politica e che se avesse votato a Roma (dove si svolgevano le elezioni comunali) avrebbe scelto Gianfranco Fini, col quale in seguito costruirà un sodalizio vincente per diversi anni. Non voglio qui certo dilungarmi ulteriormente sulle vicende che riguardano Berlusconi, anche perché esiste ormai del materiale impressionante sia nelle emeroteche che nelle cancellerie dei tribunali. Tengo solo a sottolineare come in tutti i settori pubblici e privati, l’azione “purificatrice” di “tangentopoli” abbia in realtà prodotto disastri su vasta scala. La domanda corre d’obbligo a questo punto. E non è certo una domanda nuova. I magistrati milanesi furono eterodiretti da qualche potere legato ad interessi sovranazionali? Il dubbio continua a persistere anche se a mio avviso, continuo a ritenere che “mani pulite” fu una operazione di altissima ingerenza sulla politica nazionale, nella quale il pool milanese ebbe un ruolo in larga parte inconsapevole. Chi aveva in mano il pallino delle operazioni è ancora oggi da ricercare in certi ambienti finanziari internazionali, capaci di manovrare, stampa, servizi deviati, P2 varie e mafie.

Questo non breve articolo si conclude praticamente qui.  Negli anni successivi abbiamo assistito impotenti ed emarginati alla quasi totale abdicazione del potere politico. Alla svendita del patrimonio pubblico (della quale l’attuale Governo mostra una impressionante continuità). Della impudente trasformazione di buona parte del capitalismo nazionale da imprenditoriale a finanziario. Al fenomeno della “delocalizzazione” dove intere aziende sono state trasferite in paesi esteri, senza che alcuna legislazione disincentivante fosse messa in atto. Dell’adesione alla moneta unica con un incredibile tasso di cambio che ha impoverito in pochissimi anni l’intera popolazione italiana (vale la pena ricordare la speculazione internazionale che fece deprezzare durante il Governo Amato I, la lira del 30% in poche settimane, alla quale non furono estranei gli stessi ambienti delle recenti bolle speculative). Senza contare che tutte queste operazioni di arguta finanza pubblica, non hanno risolto la questione primaria del debito pubblico che è invece salito a soglie ormai non più controllabili da nessuna azione governativa, tra quelle fin qui adottate. Questa è l’amara verità, che quasi nessuno vuole affrontare. La “cura” sta ammazzando cavallo e stalliere. Con il PIL in caduta libera e il debito vicino al 130% non è efficace nessun provvedimento, se la politica non si reimpossessa alla svelta delle sue prerogative. E’ anche assai evidente (e solo chi ha nascosto la testa sotto la sabbia continua a negarlo) che le indagini di “tangentopoli” produssero una strana selezione politica, nella quale furono in qualche modo salvaguardate le forze più contrarie (il PCI-PDS)  o solo estranee (la Lega ad es.) alla precisa volontà di sostenere il sistema misto sul quale l’Italia aveva costruito le sue fortune come paese libero e autonomo nel panorama mondiale. Furono salvati ex manager pubblici in seguito “scesi in campo” anche in politica, che favorirono le dismissioni, non contrastarono le parti di Maastricht sfavorevoli per l’Italia e accettarono supinamente l’entrata nell’Euro ad un cambio che non avrebbe dovuto superare di molto le 1.500 lire (che è il valore medio del cambio lira/ECU prima di “tangentopoli”) visto che il marco ( e la buona parte delle valute degli altri paesi) ebbe un trattamento alla pari (rispetto al 1989) solo a pochi anni di distanza dalla riunificazione tedesca, evento che in pratica spalmò il costo di quella imponente operazione, su tutti gli altri paesi dell’eurozona e in particolare sull’Italia. Se si guardano i grafici http://www.mediasalles.it/ybk_nat01/Ecu.pdf dal 1989 al 2000, si osserva come già i paesi che attualmente si trovano nella maggior sofferenza economica, sono gli stessi che subirono le più forti svalutazioni nel passaggio tra ECU ed EURO: Italia, Grecia, Spagna, Portogallo.

Ecco la guerra in atto da ormai 20 anni è questa, la posta è rappresentata dal saccheggio  dell’Italia e di altri paesi che non hanno capito in tempo cosa stesse accadendo. Una volta servivano milioni di morti in guerra per garantire ad un certo capitalismo cinico, baro e filibustiere, potere e arricchimenti stratosferici. Con l’avvento del pacifismo, della sostanziale socialdemocratizzazione dell’Europa, che ha contribuito non poco a promuovere quel processo di solidarietà internazionale (alla base del sogno europeo ad es. o della nascita dei social forum più di recente); questi soggetti hanno spostato le loro strategie turbo-speculative, sul versante della finanza “creativa” dei c.d. derivati, che sta solo creando invece nuovi milioni di poveri (e non solo in termini economici!) privando al contempo le nazioni della loro necessaria indipendenza politica ed economica. Poiché non vi è dubbio che per arrivare al vero e sostanziale processo di unità europea, è necessario che gli Stati nazionali ci arrivino vivi ed in buona salute. Un lazzaretto politico ed economico, non potrà produrre nessun nuovo soggetto forte capace di affrontare le sfide che il futuro riserva.

Ho iniziato ad interessarmi di giornalismo già alle scuole medie dove la professoressa d’Italiano ci faceva leggere i quotidiani in classe. Il “caso Moro” divenne il primo grande incontro con il mondo reale e plumbeo della cronaca politica e del sottobosco terroristico e criminale. Da fucecchiese un po’ atipico poi, per via della mamma del Sud, avere avuto un compaesano come Indro Montanelli, è sempre stato motivo di orgoglio e di sfida a non conformarsi. Il passo successivo è l’impegno politico, denso di amore e frustrazione che si trascina fino ad oggi. Come una malattia inguaribile. Un socialista apolide, di scuola rosselliana, minoranza nella minoranza italica. Negli anni scrivo per “Il Tirreno” per “Il Quotidiano della Basilicata” per “Mondoperaio” e per publicazioni minori. Ma senza ritenere che debba mai divenire una professione. Il politico e il giornalista dovrebbero essere indipendenti al 100% da ogni forma di potere e dovrebbero ancor di più, garantire un servizio volontario e circoscritto nel tempo. Una sorta di “cursus honorum” che oggi non esiste quasi più in nessun campo che conti.
Infatti mi occupo di ristorazione da oltre 25 anni. Da quando il web poi, ha dato la possibilità a tutti di dire la propria, è li’ che pubblico i miei pensieri, oggi prevalentemente sulla mia pagina facebook e su Pensalibero.it che gentilmente mi offre uno spazio di completa libertà. Per un anticonformista disincantato, snob e giramondo, è il massimo delle aspirazioni.

2 commenti

  1. Gian Franco Orsini

    Complimenti all’autore di queste “opinioni”. L’autore con profonde conoscenze economiche oltre che storico-politiche ha descritto chiaramente le dinamiche dell’attuale crisi politica dell’Italia e del suo impoverimento come nazione.

  2. Angelo Di Pierro

    Interessante e veritiero nella ricostruzione storico-politica.

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