La scuola di imprenditoria chi l’ha vista?

Nella classifica nazionale delle buone intenzioni, prima in assoluto, è l’aver pensato che i dipendenti della scuola, potessero formare imprenditori.

La scuola è finita

di Franco Luceri | 29 gennaio 2018

Una volta gli artigiani sudavano sette camice per convincere gli apprendisti a cui avevano insegnato un mestiere redditizio, a rimanere con loro da dipendenti. Perché i ragazzi svegli avevano fretta di diventare imprenditori, assumere apprendisti e guadagnare, così ringraziavano educatamente i loro prof con i calli, e si licenziavano molto prima dei 21 anni.
Quindi serviva una specie di lavaggio del cervello o un ricco salario per indurre un apprendista a rassegnarsi a dipendere a vita da un padrone.

Oggi gli apprendisti vanno dal sindacato o dal giudice del lavoro per conservarsi dipendenti sfruttati e mal pagati, quasi percependo l’autonomia imprenditoriale come una malattia invalidante o del tutto mortale.

Il popolo italiano si è illuso che i dipendenti della scuola, più propriamente chiamati Professori, non avessero alcuna difficoltà a formare datori di lavoro, produttori di profitti onesti, capaci di assumere e pagare salari e tasse.

Ma nella classifica nazionale delle buone intenzioni che hanno già lastricato e continuano a lastricare a meraviglia le vie dell’inferno italiano, prima in assoluto, è l’aver pensato che i dipendenti della scuola, potessero formare imprenditori, prima, più e meglio degli artigiani analfabeti di una volta.

Non è andata così. Il mercato italiano si è quasi svuotato di imprenditori bianchi e si sta riempiendo di colorati. Nemmeno con una sfilza di laure e master la scuola italiana riesce a convincere i suoi laureati ad ambire al profitto onesto anziché un salario di fame in Italia.

Al meglio produce precari della scuola o della pubblica amministrazione, o cervelli in fuga, o maratoneti dei concorsi pubblici. 3000 che si contendono un solo posto da infermiere.

Così siamo diventati la Repubblica del “ca..ctus”, (mica delle banane mi corregge una amica). Siamo la caricatura d’Europa e forse del mondo, con mortalità imprenditoriale pandemica, disoccupazione e sindacalismo stellare, debito pubblico galattico, competitività e produttività da mercato rionale delle pulci, politica cleptomane e giustizia a babbo morto.
I comunisti hanno promesso posti fissi e certi a vagonate sette decenni fa, ora restituiscono pasti caldi probabili o improbabili alla Caritas (dovendoli contendere a milioni di immigrati, a cinque milioni di disoccupati italiani e a venti milioni di poveri, pensionati compresi) e il tutto finanziato a colpi di rapine tributarie che fanno fallire, suicidare o scappare gli imprenditori.
Speriamo che ce la faccia almeno Dio a mandarcela buona!

 

Franco Luceri

Nato nel 1941 e residente nel Salento, dopo due anni di esperienza da dipendente, come ragioniere, passò a l’attività autonoma come agente di commercio. Sposato da 46 anni, e pensionato da 10, ormai coltiva la sua passione più grande e quasi trentennale di opinionista dilettante, apolitico e libero, iniziata nel 1987 per il Quotidiano di Lecce e poi estesa alla Gazzetta del Mezzogiorno e altri giornali nazionali o locali con interventi occasionali. Dal 2011 ha un blog personale su internet “il rebus della cultura”. E dopo varie collaborazioni sul web, è approdato, per la cortese ospitalità del Direttore Nicola Cariglia, su Pensalibero.

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