La politica non populista ha bisogno di ripensarsi. Ma Berlusconi e Renzi non hanno capito come

È inutile che ci giriamo intorno: l’Italia è ferma agli anni 1992-1994, momento in cui il Paese ha scelto il populismo, che probabilmente è nel suo dna.

Matteo Renzi e Silvio Berlusconi

di Enrico Cisnetto | 30 luglio 2018

Qualche volta bisogna ricominciare tutto daccapo. Molto spesso, nella politica italiana, questa pratica è stata usata a sproposito, per esempio dai governi che dal 1994 in poi si sono succeduti l’un l’altro con il dichiarato obiettivo di azzerare tutto ciò che il precedente esecutivo aveva fatto, o aveva anche solo dichiarato di voler fare. Ma questa volta voltar pagina è davvero necessario, se non si vuole precipitare in un buio di cui non vogliamo neppure immaginare gli effetti. Non ci riferiamo, però, alle singole scelte e neppure al programma di governo nel suo complesso – ammesso e non concesso che il “contratto” firmato da 5stelle e Lega possa fregiarsi di questo titolo – né alla sola politica. No, noi stiamo parlando dell’Italia nel suo insieme. Della politica, naturalmente, perché quando un sistema paese non funziona, la prima responsabilità è la sua. Ma anche dell’economia, pubblica e privata, della magistratura, dell’informazione, delle diverse amministrazioni pubbliche, dei corpi sociali intermedi, della società tutta. Insomma, l’Italia è un paese malato, intossicato dalle cattive abitudini – e la sua Capitale ne è lo specchio – che ha bisogno di un cambiamento radicale di vita per guarire. Ce ne sono tutte le potenzialità, sia chiaro, come dimostrano le moltissime eccezioni che in ogni campo potrebbero essere opposte ad una diagnosi così severa. Eccezioni che però, senza la coscienza del male e di ciò che lo determina e senza un disegno organico di cure da mettere in atto, sono e saranno anche in futuro destinate a non fare sistema, a rimanere casi isolati, benemeriti ma un po’ fini a sé stessi.

Partiamo dalla politica, per un paese vero spartiacque tra l’essere virtuoso e l’essere vizioso. Qui il tema centrale non è il governo attuale, i cui (evidenti) difetti non fanno altro che esaltare quelli strutturali della politica tout court, che hanno a che fare con la sua stessa concezione, con le sue ragioni fondanti. E che sono quelli evidenziati dall’ultimo quarto di secolo della nostra storia. È inutile che ci giriamo intorno: l’Italia è ferma agli anni 1992-1994, momento in cui – per una serie di ragioni che noi abbiamo individuato e analizzato fin dal loro manifestarsi. e che qui sarebbe ora troppo lungo evocare – il Paese ha scelto il populismo, che probabilmente è nel suo dna e che soltanto leadership politiche illuminate sono riuscite per decenni a sopire e trasformare in consenso alle forti ideologie del Novecento. Da Berlusconi alle ammucchiate uliviste fino a Renzi, dalla destra post-fascista alla sinistra post-comunista – due conversioni prive di vero pentimento – dai cattolici che hanno fatto da stampella sia al centro-destra che (soprattutto) al centro-sinistra, ai laici che hanno abdicato fingendo di credere che i principi liberali avessero fatto trasversalmente breccia, tutti i protagonisti della Seconda Repubblica e di quella fase ibrida che si è aperta nel 2011 e che noi abbiamo chiamato Seconda Repubblica bis, hanno iniettato nel corpo della società italiana tossine populiste. Chi più chi meno, tutti ne hanno alimentato le sue diverse forme: anti-politica, giustizialismo, leaderismo, short-vision, giustificazionismo e deresponsabilizzazione. Naturalmente, tutti hanno sdegnosamente rifiutato l’etichetta di populisti, pur essendolo in dosi massicce. Ma ora che c’è un governo che si autodefinisce tale – si veda l’intervista di Conte al Corriere della Sera di oggi che sceglie di riempire così la casella vuota della sua cifra politica: “Sì, io sono espressione del populismo, lo rappresento” – il velo di ipocrisia è caduto. Non è dunque con il governo gialloverde che si può voltare pagina, ma non è neanche semplicemente superandolo che si può perseguire questo obiettivo. È l’idea stessa della politica che deve cambiare. Come? Non certo abbandonando la rappresentanza, come affabula Casaleggio evocando un’impraticabile e pericolosa democrazia diretta, ma tornando a nobilitarla. Per farlo servono luoghi e strumenti di selezione della classe dirigente. E con tutti i loro difetti, i partiti e l’adesione ad essi, incrociando le grandi opzioni culturali, le idee programmatiche e la rappresentanza degli interessi legittimi, rimangono tra le cose migliori fin qui inventate dall’uomo occidentale. E serve un rinnovato equilibrio tra la dimensione del confronto e del dibattito – che deve evitare di essere fine a sé stesso – e quella della decisione, che deve essere più veloce e concreta senza per questo dimenticare che il decisionismo privo di retroterra di analisi e diagnosi è ben più pericoloso del non fare.

Se il quadro è questo, appaiono a dir poco penosi i tentativi che le forze perdenti al cospetto del populismo dichiarato sembrano voler fare per uscire dalla loro progressiva – e, se le cose stanno così, inarrestabile – marginalità. Berlusconi che immagina il rilancio semplicemente ribattezzando la sua creatura politica – il nome scelto, “L’Altra Italia”, è peraltro ottimo e ricorda qualcosa a chi come noi affonda le radici politiche nel lamalfismo – e Renzi che convoca le sue truppe all’Aventino, luogo evocativo di ben altre scelte politiche, per lanciare il messaggio che i renziani sono vivi pur essendo ancora gli azionisti di maggioranza di quel che rimane del Pd, suonano come emissioni di certificati di morte (politica, s’intende). Non è così che si ricomincia daccapo. Ci vuole ben altro. Occorre che si formino nuovi partiti – abbiamo usato il plurale non casualmente, l’opzione proporzionale a cui siamo fortunatamente tornati, anche se con mille contraddizioni, lo impone – non intorno a leader, peraltro presunti, ma a idee e interessi sociali, la cui elaborazione concettuale e programmatica darà poi vita alle leadership (possibilmente plurali). Fuori da questo schema di ripensamento della politica – o se si vuole, di recupero della sua antica e nobile concezione, seppure in chiave moderna, calata nella dimensione del mondo globale e della rivoluzione digitale – c’è solo il fallimento, e il conseguente rafforzamento del populismo e di chi si è candidato esplicitamente a impersonificarlo e rappresentarlo. E questo al di là di come vada il governo gialloverde e di quanto tempo sia destinato a durare (ragionevolmente poco).

Certo, la politica da sola non basta. Anzi, perché essa recuperi la sua vera dimensione, necessita il concorso di tutte le altre forze. A cominciare dagli imprenditori, che sono sempre stati – nella stragrande maggioranza dei casi senza che ne fossero davvero consapevoli – il motore di mobilitazione delle energie vitali nella società. La vicenda della morte di Marchionne e delle reazioni che essa ha scatenato può essere l’occasione per una riflessione meditata non solo sull’evoluzione del capitalismo, ma anche sulla funzione – assai poco e sempre meno esercitata – della borghesia produttiva. Ma questo sarà il tema della prossima newsletter. Buon fine settimana.

Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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