La Famiglia italiana necessita di alimentazione forzata ? Papa Bergoglio in visita alle famiglie “settarie”

Papa Bergoglio

di Guglielmo Adilardi | 14 maggio 2018

In una lettera fraterna a Carducci del 1894 Ferdinando Martini, Ministro della Pubblica Istruzione sotto il primo governo Giolitti e in seguito sotto Antonio Salandra, Ministro delle Colonie, per gran parte della prima guerra mondiale, sottolineava come fosse indispensabile per la formazione civile degli italiani una religiosità non affetta da dogmatismi:

«Le rivoluzioni politiche, le quali non accompagnino un rinnovamento religioso, perdono di vista l’origine loro e i primi intenti e finiscono a scatenare ogni cattivo istinto delle plebi; di ciò io sono convinto da un pezzo. Ma dopo il male che noi, tutti noi, caro Giosuè, abbiamo fatto, siamo in grado di provvedere a’ rimedi? A chi predichiamo? Noi, borghesia volterriana, siam noi che abbiam fatto i miscredenti, intanto che il Papa custodiva i male credenti; ora alle plebi che chiedono la poule au pot, perché non credono più all’al di là, ritorneremo fuori a parlare di Dio, che ieri abbiamo negato! Non ci prestano fede; parlo delle plebi di città e de’ borghi; le rurali, di un Dio senza chiesa, senza riti, senza preti, non sanno che farsi. A tutto il male che noi (non tu od io, noi ceto) abbiamo fatto per spensierata superbia, le bombe son troppo scarso compenso: abbiam voluto distruggere e non abbiamo saputo nulla edificare. La scuola doveva, nelle chiacchiere de’ pedagoghi, sostituire la chiesa. Una bella sostituzione! Te la raccomando…»(F. Martini, 1934, lettera n. 267).

Anche la famiglia italiana, deprivata della sua autenticità spirituale, della quale già si lamentava Pier Paolo Pasolini, sconvolta dal consumismo materialista, è in costante sfracelo. Negli anni sessanta dell’altro secolo si tentò con le “comuni” marxiste di dare un nuovo assetto con l’allargamento del progetto naturale, ma tali agglutinazioni ebbero breve vita. Lo scopo di esse era di distruggere la famiglia borghese imponendo un nuovo modello di famiglia allargata, ma fu il sogno di mezza estate.

Con l’avvento del Concilio Vaticano II nuove forme di famiglia apparvero all’orizzonte, quelle per esempio visitate recentissimamente dal Pontefice: i Focolarini di Chiara Lubich, fondati nel 1964 a Loppiano (Figline- Incisa Valdarno), che tutt’ora prosperano in centinaia di famiglie allargate, le quali si aiutano mettendo in pratica uno spirito evangelico “primordiale” fatto di semplicità e rifiutando ogni contaminazione con la società borghese e con il danaro. Le cose sono più complesse di tale sintesi. All’inizio comunque, vuoi per i residui dell’ancien régime della Chiesa, vuoi per la novità rivoluzionaria (accompagnata comunque dallo Spirito) ebbero diversi contrasti con i vertici ecclesiali, acquietatesi nel tempo fino alla visita e al discorso di Giovanni Paolo II a “Mariapoli” – Rocca di Papa del 19 agosto 1984 nel quale ringraziò l’opera evangelizzatrice dei “Focolarini” : << Vedo che voi intendete seguire autenticamente quella visione della Chiesa, quell’auto definizione che la Chiesa ha dato di se stessa nel Concilio Vaticano II. Così vedo i vostri contatti, molto fruttuosi nella dimensione ecumenica, con i nostri fratelli non cristiani, che possiedono le loro ricchezze religiose – così come ho potuto constatare, per esempio, anche durante la breve visita in Corea e in Thailandia – e poi i contatti con il mondo secolarizzato, con i non credenti, con gli atei e gli agnostici. Dappertutto è la Chiesa e, come diceva san Giovanni della Croce, dove non c’è l’amore, porta l’amore e troverai l’amore. Penso che questo si possa applicare molto bene al vostro apostolato in tutti gli ambienti, non solamente in quelli della Chiesa, del suo corpo cattolico, ma anche nella sua dimensione ecumenica e nei contatti di dialogo con i non cristiani, con i non credenti. L’amore apre la strada. Auguro che questa strada, grazie a voi, sia, per la Chiesa, sempre più aperta >>. In una dimensione universale che è in continua espansione nel mondo.

Simile alla precedente è la comunità, visitata nello stesso giorno, venerdì 10 maggio, da papa Francesco a Nomadelfia (Grosseto). Gli associaticercano di vivere adottando uno stile di vita ispirato a quanto riportato negli Atti degli Apostoli, e per certi versi simile all’esperienza dei kibbutz.

La comunità nasce negli anni trenta per volontà di don Zeno Saltini, figlio di agricoltori benestanti di Carpi che vive l’infanzia e la giovinezza tra fermenti cattolici e socialisti, in cui convivono realtà ed utopia. Ordinato sacerdote nel 1931, raccoglie i primi bambini senza famiglia o comunque abbandonati a San Giacomo Roncole (Mirandola), parrocchia formata per il 50 per cento da braccianti che hanno un lavoro solo otto mesi l’anno: nasce l’Opera Piccoli Apostoli.

Soltanto molto lentamente gli adulti si interessano al suo problema: a questo punto nascono le famiglie; adulti, sposati e non sposati fungono da genitori non soltanto dei propri ma anche dei figli altrui, dei figli di nessuno. Nascono in questo modo le cosiddette “mamme di vocazione”, donne che rinunciano al matrimonio per vivere la maternità in totale castità: madri in famiglie che hanno così numerosi figli, di tutte le età.

La comunità prende in seguito il nome di Nomadelfia e viene benedetta da Papa Pio XII. Nomadelfia è all’apice della notorietà. Nel 1950 don Zeno propone il lancio di un movimento politico “Movimento della Fraternità Umana“, propugnatore di forme di democrazia diretta. Questo fatto suscita immediatamente una forte ostilità non solo presso gli organi di governo, ma anche di numerose autorità ecclesiastiche.

Il ministro degli Interni, Mario Scelba, sollecita a Nomadelfia una relazione economica-amministrativa. Da questo punto di vista, infatti, la comunità viaggia in acque poco tranquille anche se afferma di avere un patrimonio immobiliare di 613 milioni a fronte di passività per 370 milioni. Don Zeno chiede sovvenzioni, lanciando una campagna per raccogliere addirittura un miliardo. Tra i suoi sostenitori è la contessa Giovanna Albertoni Pirelli, che gli dona una enorme estensione di terreno presso Grosseto.

Si diffondono malignità sulla moralità delle famiglie di Nomadelfia, il che suscita la diffidente reazione di molti cattolici. Le accuse successive spaziano dall’ apologia del comunismo all’eresia. Don Zeno è stato partigiano e soprannominato il prete rosso; ha gridato sulle piazze che i ricchi devono dare ai poveri e che se i ricchi non danno, i poveri devono prendere. In più, don Zeno non smette di parlare né di scrivere, aggravando la sua posizione con le sue affermazioni e le sue tesi sulla famiglia.

Il 5 febbraio 1952 don Zeno riceve dal Sant’Uffizio una Intimatio con la quale gli si ordina di ritirarsi da Nomadelfia e di mettersi a disposizione della sua diocesi o di altra che egli preferisca.

Il decreto che decapita Nomadelfia è firmato dal cardinale Giuseppe Pizzardo, ma più di un motivo lascia ritenere che l’allontanamento drastico del fondatore e leader di Nomadelfia sia dovuto a ragioni politiche, vista l’aperta ostilità dei partiti, in particolare della Democrazia Cristiana.

Nel giugno del 1952 la comunità viene sciolta con la forza su ordine del Ministro Mario Scelba, i beni vengono ceduti alla commissione prefettizia di liquidazione coatta, le famiglie vengono allontanate, pochi rimangono, la maggior parte dei bimbi viene deportata in vari orfanotrofi.

Per aiutare i propri figli dispersi don Zeno chiede quindi a Pio XII di essere dimesso dallo stato clericale. Il papa nel 1953 glielo concede, dicendogli che una volta sistemato il problema avrebbe potuto richiedere il ritorno al sacerdozio.

L’esperienza di Nomadelfia riparte quindi nel comune di Grosseto tra le frazioni di Roselle e Batignano, dove dopo dieci anni di durissimo lavoro i Nomadelfi trasformano una zona arida e pietrosa in una piccola tendopoli. Tende che in seguito saranno sostituite da prefabbricati.

Nel 1962 papa Giovanni XXIII istituisce la nuova parrocchia di Nomadelfia, nominandone parroco don Zeno.

Il nuovo statuto prevede: Non esiste la proprietà privata. Le famiglie sono disponibili ad accogliere ragazzi in affido. Si lavora solo all’interno della comunità, e nessuno è retribuito; molti lavori sgradevoli vengono svolti a turno da tutti i componenti. I nuclei familiari vengono raggruppati in unità più grandi (3-5 famiglie), che condividono assieme vari momenti della giornata (come i pasti). La scuola per i ragazzi è anch’essa gestita dalla comunità. I ragazzi si presentano poi agli esami come privatisti (ugualmente per i Focolarini). Le responsabilità educative sono assunte “in toto” da tutti gli adulti, in una specie di “famiglia allargata”.

Fa più discutere il modello della famiglia dei Neocatecumenali. Il movimento nato in Spagna nei primi anni sessanta per iniziativa del pittore Kiko Arguello e di Carmen Hernàndez (morta il 19 luglio 2016). Gli Statuti del “Cammino” neocatecumenale sono stati approvati dalla Santa Sede in via provvisoria da Giovanni Paolo II nel 2002 e poi definitivamente da Benedetto XVI nel 2008. In seguito diverse famiglie saranno utilizzate per ricristianizzare non soltanto l’Europa, inviandole quali missionari laici in lontane parrocchie per ricreare altre famiglie allargate o comunque avvicinare i non credenti al Vangelo.

Le due comunità, quelle dei Focolarini e dei Neofiladelfi, ora non costituiscono più alcun problema per la Chiesa cattolica essendo completamente sotto la sua direzione e guida. Ma qualche riserva, sembra per noi esservi per i Neocatecumeni i quali hanno al loro interno una rigidità da vera e propria setta segreta con esami interni dei membri ove con confessioni pubbliche debbono dimostrare se sono pronti per fare il passo successivo nel “Cammino”.

La prima fase, detta pre-catecumenato è la vera e propria iniziazione, cioè di “discesa”, di umiltà, nel conoscere meglio se stesso attraverso la comunità; questa fase si compone di 3 tappe:

“Primo scrutinio battesimale” o “Primo passaggio” che illumina il neocatecumeno sul senso cristiano della sofferenza e sul suo rapporto con gli affetti e con i beni terreni.

Incentrato sull’avere Dio come unico Signore. In essa si insegna al neocatecumeno l’importanza della famiglia quale “chiesa domestica” e del trasmettere la Fede ai figli attraverso una liturgia domestica… Secondo scrutinio battesimale” o “Secondo passaggio”, che completa la fase del pre-catecumenato, in cui il neocatecumeno viene invitato a riconoscere e a rinunciare ai propri idoli e all’attaccamento al mondo e ai beni, materiali o affettivi, su cui egli fonda le proprie “sicurezze” e che gli impediscono di avere il Signore come unico Dio. A tal punto l’uomo/donna è consegnato/a.

 

La seconda fase è il “giuramento del combattimento spirituale” per acquistare la nuova personalità di guerriero. La Chiesa, nella persona del Vescovo (o di un suo rappresentante) dichiara di prestare soccorso in ogni avversità al neocatecumeno.

 

La terza fase l’iniziato fa voto di donarsi tutto a Dio con la veglia in Chiesa (periodo pasquale) come un Cavaliere antico fino alla consacrazione del Vescovo e il seguente pellegrinaggio in Terra Santa.

Durante questi tre momenti molto intensi, i quali si svolgono nel tempo e soltanto se l’iniziato da buona prova di sé nel cammino, gli adepti vengono invitati a confessare pubblicamente i fatti più intimi della loro vita. Inoltre sembra che vi siano fortissime pressioni per coloro che vogliano abbandonare il sodalizio con l’isolamento dal gruppo. Un altro punto discutibile è il gran numero di figli che ogni famiglia mette al mondo in tutte e tre le tipologie, quasi in una gara collettiva. Anche tale comportamento, dobbiamo chiederci è veramente spontaneo o indotto dalle sette di provenienza?

Per i Neocatecumeni l’equipe internazionale aveva provveduto a nominare il collegio elettivo, che è costituito da un numero di membri variabile da ottanta a centoventi. I membri del collegio sono segreti, ed i loro nomi depositati presso il Pontificio consiglio per i laici dagli iniziatori del Cammino; la nomina nel collegio è a vita, e decade solo in caso di morte, rinuncia o gravi motivazioni tali da richiederne la revoca. Una vera e propria loggia segreta a somiglianza dell’Opus Dei.

Vi si potrebbe scorgere una manipolazione della personalità degli adepti che non sembra faccia riscontro con la “ Sacra famiglia” come la conosciamo: falegname il padre, falegname il Figlio. Costui, una volta adulto, ebbe un ottimo tesoriere al seguito del suo gruppo: Giuda Iscariota e anche col denaro seppe cosa farne: “Date a Cesare quello che è di Cesare a Dio ciò che è di Dio”. Non disse allontanatevi da esso, non lo toccate, utilizzate piuttosto lo scambio.

In conclusione la famiglia desidera essere sì protetta ed aiutata in ogni tipo di società, ma soprattutto lasciata che si armonizzi nel mondo nel modo più naturale possibile senza additivi o alimentazioni forzose, con o senza Spirito. E ciò che più conta non vi sia chi imponga modelli unici alle società.

 

Guglielmo Adilardi

Rispondi

Il suo indirizzo e-mail non verrà pubblicatoI campi obbligatori sono marcati *

*