La categoria ‘dei senza arte e né parte’

La sfiducia patologica è un pericolo per la democrazia, porta alla delegittimazione sia di tutti i professionisti e sia delle competenze, così legittimando i ‘senza arte né parte’.

di Mimmo Merlo | 11 febbraio 2018

Nelle democrazie rappresentative più evolute e consolidate, le classi politiche, sono, per lo più, espressione di professionisti della politica in senso stretto, e di professionisti così detti, ‘extrapolitici’, generalmente personalità note o apprezzate dalla società, che riescono a far convivere la propria professionalità con l’impegno istituzionale. Nell’attuale contesto, globalizzato ed in continua transizione, l’esperienza manageriale dal mercato, che non sia in quiescenza, è nei fatti, impossibilitata a far convivere l’attività professionali con l’impegno istituzionale, a detrimento della funzionalità delle istituzioni che non hanno l’opportunità di usufruire sia del pragmatismo produttivo e sia di competenze e di visioni moderne, di cui il Paese avrebbe un enorme bisogno. Nella perseverante atipicità del nostro modo di declinare politica e governabilità, ha iniziato a irrompere e poi deflagrare, nella squinternata seconda repubblica, una terza categoria di ‘professionisti’, quella dei ‘senza arte ne parte’, che, per la torre di controllo della ‘Repubblica Giudiziaria’ , sono la risorsa da coltivare, sponsorizzare, perché, proprio per l’intrinseca debolezza, è manipolabile dai nuovi detentori del potere. Se la profonda crisi dei partiti post ideologici, non sembra ancora trovare rimedio, anche ‘new entry’, oltre all’assenza delle competenze così dette ‘professionali’, mostrano giorno dopo giorno, di non essere esenti dei difetti altrui, come evidenzia l’inquietante iter per la composizione delle liste elettorali.
La lunga e non certo ben governata esposizione alla crisi economica, e alle modernizzazioni, sta trasformando, da fisiologico a patologico, l’ampliarsi oltre ogni limite di ostilità e sfiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni, e provocandone un generalizzato quanto pericoloso, allontanamento dalla politica; un trend, avviatosi nell’ultimo decennio del secolo scorso, con la fine della ‘Prima Repubblica’, si è fortemente espanso nell’ultimo decennio. La sfiducia patologica è un pericolo per la democrazia, porta alla delegittimazione sia di tutti i professionisti e sia delle competenze, così legittimando i ‘senza arte né parte’, le cui conseguenze è il voltare e il far voltare le spalle alla democrazia stessa. Non sono pochi quelli che incoraggiano o facilitano questo incontrollato processo, sia dentro e sia fuori le istituzioni, si manifestano con disarmante quotidianità con il sensazionalismo suggestivo della declinazione strumentale e provinciale dell’informazione attraverso la contraddizione e la retorica di atti e sentenze. Le conseguenze sono di tutta evidenza, una campagna elettorale, condotta da leader, carichi di un’autoreferenziale seppur improbabile legittimazione diventare i futuri ‘premier’, che alimentano un confronto politico, più da costa nord del continente africano che non da Paese europeo. Il tutto, mentre nel Paese, prende piede una sorta di ‘auto biografia della nazione’ che rispolvera odi xenofobi, intolleranza razziale e l’avversione alle diversità, di tipo culturale, alle trasformazioni economiche, produttive e organizzative, con grande protagonismo della giustizia amministrativa, come si evidenzia dalle recenti sentenze o rinvii del Consiglio di Stato, in merito ai dirigenti ‘non indigeni’ per i musei o l’avversione ai corsi di laurea in lingua inglese. E’ la triste dimostrazione che non siamo pronti né culturalmente né politicamente e neanche istituzionalmente a misurarci con l’irrompere dei cambiamenti di: socialità, cultura, religione, tradizioni, che ci limitano il saper convivere con abitudini diverse da quelle consolidate. Sta emergendo una sorta di pericoloso ‘autocentrismo’, fondato sul pregiudizio che favorisce il diffondersi del far credere senza far sapere, per creare opinioni erronee, la cui conseguenza, evidenzia lo storico Gianni De Luna, ’provoca opinioni erronee, ma difficilmente vincibili perché l’errore che esso determina deriva da una credenza falsa e non da un ragionamento errato o da un dato falso, che come tali possono essere dimostrati empiricamente’. L’unico rimedio, oltre il favorire la corretta diffusione delle conoscenze, dovrebbe essere la credibilità delle leadership politiche, della quale, seppur con diverse intensità, scarseggiano gli aspiranti ‘premier’ oggi in campo, ma ciò, pur nella drammaticità del contesto, non può né incoraggiare né giustificare il voltare le spalle alla politica, ma sospingere a cogliere le differenze, nei termini delle pericolosità in prospettiva.

Mimmo Merlo   (lavocemetropolitana.it)

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