La Boheme dei pasticci viene promossa dal pubblico

Servizio di Stefano Mecenate

La Boheme Festival Puccini 2018 (4)

di Stefano Mecenate | 31 luglio 2018

C’era molta attesa, forse troppa, per questa produzione di Bohéme firmata dal regista Alfonso Signorini che, dopo la Turandot dello scorso anno riproposta anche quest’anno nel cartellone del 64° festival Puccini di Torre del Lago, si cimenta con la più famosa tra le opere pucciniane, sicuramente una delle più amate della sua produzione.

Ovviamente curiosità e gossip hanno avuto ampio spazio nei giorni precedenti e il parterre della prima, con la presenza di ospiti come Valeria Marini e Ignazio La Russa ha giustificato quell’aria da serata di gala che forse non ha trovato, sul palco come nel golfo mistico, una risposta pienamente soddisfacente.

Un plauso incondizionato a scene e costumi di Leila Fteita, le prime realizzate con il contributo dei carristi del Carnevale di Viareggio, superbamente aiutate dal disegno luci di Valerio Alfieri: belle, eleganti, ricercate, emozionanti le scene che ripropongono una Parigi così come gli impressionisti francesi ce l’hanno raccontata nei loro quadri. Nulla è di troppo, nulla che stoni: un delicato equilibrio accompagna i quattro quadri dell’opera proprio come se ammirassimo quattro opere dei grandi Maestri dell’impressionismo. Altrettanto dicasi dei costumi che ci ripropongono la capitale francese alla fine del XIX secolo; elegante e sobri si intarsiano perfettamente con quella cornice paesaggistica che ben racconta, magari per contrasto, la vicenda di quei giovani innamorati della vita che incontrano, loro malgrado, la morte.

Anche nelle parole di Signorini c’era questo bisogno di far muovere i personaggi in questa atmosfera di quotidianità, spensieratezza, gioventù…

«Dimentichiamoci per una volta di Mimì distrutta dalla tisi, con lo scialletto di lana sulle spalle, talmente ingenua da fermarsi sulla porta di Rodolfo in attesa che il vento spenga il suo lume. Mimì seduce con la sua grazia, con la sua femminilità, con la sua civetteria. Quando Rodolfo le chiede: “che faremo al ritorno?” Lei risponde con un: curioso” che racchiude tutta la sensualità e l’erotismo del miglior Puccini».

Ma al di là delle buone intenzioni e dell’impegno certamente profuso sia nel dare una lettura rispettosa del libretto pucciniano che di tratteggiare queste figure con quella freschezza che solo l’età e lo status concede, i protagonisti si sono mossi in modo enfatico e spesso “goffo” quasi che fosse loro difficile trasmettere ciò che libretto e musica evidenziano con tanta immediatezza.

Mancava in loro quella spontaneità che rende credibile il loro rappresentare quegli stereotipi di umanità che Puccini ben conosceva nel ricordo dei suoi anni giovanili a Milano: gente semplice, schietta, appassionata della vita, dell’amore, dei rari momenti di benessere come pure della routine di stenti.

A fatica si riconoscevano quel Marcello sanguigno e generoso, quel Rodolfo sognatore e cascamorto, quella Mimì civettuola e sveglia al pari dell’amica Musetta anche se, rispetto a lei, meno capace di estrinsecare in modo esplicito la propria gaiezza.

Vocalmente parlando, il cast sulla carta faceva pensare ad una serata almeno pari a quella della Tosca o di Turandot: in realtà il tenore Francesco Demuro, certamente tra i migliori tenori italiani, sembrava faticare a sostenere il ruolo specie nel registro più alto, mentre un’altra delle “promesse” della serata, la soprano rumena Elena Mosuc, tra vibrati eccessivi e altrettanto eccessivi portamenti ha incrinato quelle opportunità che la partitura le offriva, fornendo una performance appena sufficiente, complice anche qualche malinteso con la direzione che, da tempi lenti dei primi due atti, ha avuto un’accellerazione nel terzo compromettendo almeno in parte quella tensione emotiva e quella suggestione che lo caratterizza.

A pagarne le spese maggiori di questi misunderstanding è stata però la soprano Lana Kos che si è vista compromettere la sua pagina migliore, il celebre Valzer di Musetta, riuscendo comunque ad offrire una positiva prova complessiva di questo straordinario e mai abbastanza approfondito personaggio, spesso risolto solo con superficialità.

Buona la prova di Daniele Caputo, Schaunard,  e di Alessandro Guerzoni, Colline, qualche dubbio su quella di Mauro Bonfanti, Marcello. Esperienza, ovvero “mestiere” nel senso migliore del termine, hanno guidato  Angelo Nardinocchi nella interpretazione di Benoit, come pure gradevole la prova di Carmine Monaco D’Ambrosia nei panni di Alcindoro.

Nella sufficienza il Coro del teatro di Tblis, mentre sempre piacevole quello delle voci bianche del Festival Puccini.

Circa la performance dell’Orchestra del Teatro di Tblis, certamente non ha brillato in interpretazione ma come sempre in questi casi difficile stabilire se è stata la bacchetta, quella del pur navigato Alberto Veronesi che certamente di Puccini e di Boheme è esperto, a inciampare o se invece i suoi messaggi non sono stati adeguatamente raccolti e interpretati dall’orchestra georgiana.

Sta di fatto che in questa serata l’emozione è stata ridotta al minimo  nonostante la luna rossa che ha fatto la sua presenza sulla scena ricordandoci il raro evento di una eclissi totale di questa portata, ed il pubblico, pur avendo applaudito cantanti e direttore, non ci è sembrato così coinvolto come in altre circostanze.

Si attende la replica del 3 agosto un nuovo cast, Tinatin Mamulashvili Mimì, George Oniani Rodolfo, Evgenia Vukert Musetta, Valdislkav Popov Colline ed un nuovo direttore, Dejan Savic.

Il Festival continua: dimenticando senza nostalgia una Manon Lescaut che si poteva sicuramente evitare così come c’è stata proposta, attendiamo interessati e curiosi il TRITTICO che compie quest’anno il secolo di vita. L’11 agosto (con replica il 25 agosto), un appuntamento importante con un Puccini maturo ma ancora avido di mettersi in gioco: tre opere in una sola serata, tre ambientazioni diverse, tre quadri che dalle cupe tinte del Tabarro, passando dai tenui colori di una struggente Suor Angelica, diventano un’esplosione policroma e chiassosa del Gianni Schicchi.

Stefano Mecenate

giornalista, critico musicale, editore, regista di opere liriche: ama conoscere e mettersi in gioco, ama le sfide e il lavoro di squadra. Si occupa di comunicazione e marketing ma preferisce la cultura in tutte le sue espressioni e ad essa dedica tempo ed energie con entusiasmo e convinzione. Ha lavorato per quotidiani nazionali, emittenti radio televisive locali, riviste culturali; ha collaborato e collabora con Istituzioni pubbliche per la progettazione e l'organizzazione di eventi. Legge e ascolta musica non appena ha tempo, si riposa ogni tanto e non fuma.

Un commento

  1. Paolo Francia

    Orchestra georgiana che suona al Festival di Torre del Lago?!? Avendo partecipato al festival almeno una dozzina di volte, queste notizie pesse cosi come se fosse normale, sono in realtà agghiaccianti!
    Alcuni pero’ son sempre la al loro posto….peccato davvero che l’Italia sia ormai ridotta cosi.

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