IV Novembre 1918: vittoria non ancora condivisa

Manca quel che più conta: la pubblicazione delle fonti vere, una riflessione pacata su quanto effettivamente accadde. La “catena di comando”. Chi volle, chi decise, perché e contro chi.

di Aldo A. Mola | 5 novembre 2018

V’è motivo di riflettere sulla Vittoria del IV novembre 1918. Ancora una volta il “governo” vaga lontano dalla realtà dei patti vigenti, dall’Alleanza difensiva di cui l’Italia è componente e dai vincoli militari e finanziari che essi comportano. Non ha una linea chiara di politica estera. Farfuglia con inflessioni regionali, senza una chiara lingua dello Stato d’Italia. Gioca a rimpiattino. Ma la Storia, come la Geografia, non fa sconti. Non ne ha mai fatti.

Per l’Italia la Grande Guerra cominciò così. Il 28 luglio 1914, un mese esatto dopo l’assassinio a Sarajevo di Francesco Ferdinando d’Asburgo, erede della corona imperiale, Ferdinando Martini aprì il Diario scrivendo: “L’Italia non può fare la guerra e non può non la fare”. Tra mobilitazioni, ultimatum e dichiarazioni di guerra l’Europa sprofondò nella Conflagrazione. Prevista e scongiurata per decenni. La guerra è sempre sull’orizzonte. Può essere spostata un po’ più in là. A volte però viene addosso. Come le calamità naturali. Incontrollabili da uomini al di sotto delle loro responsabilità. Nel 1914, l’Europa dei buoni sentimenti e delle Folies Bergères precipitò nell’abisso. Cent’anni di documenti e di storiografia confermano che nessuno, ma proprio nessuno, immaginava un conflitto di cinque anni, con quattordici milioni di morti, il crollo di quattro imperi, la rivoluzione bolscevica in Russia e tutti gli orrori conseguenti, con ferite tuttora aperte.

Quel giugno-luglio 1914 venne scoperchiato il Vaso di Pandora.

Non esiste alcuna visione storiografica condivisa di quanto accadde. Lo stesso vale per l’intervento dell’Italia in guerra. Da anni scende la pioggerellina di evocazioni “caso per caso”, elenchi di caduti, con tanto di alberi genealogici, fotografie di famiglia e altri ammennicoli scacciapensieri. Manca invece quel che più conta: la pubblicazione delle fonti vere, una riflessione pacata su quanto effettivamente accadde. La “catena di comando”. Chi volle, chi decise, perché e contro chi.

Sotto molti profili questo IV novembre 2018 è un appuntamento mancato. Le rievocazioni, complessivamente modeste, dai toni sommessi, più lutto che orgoglio e memoria profonda, saranno una sorta di liberazione dalla e della memoria. Tanti tireranno un sospiro di sollievo: di Vittoria non si parlerà mai più. Perciò il IV novembre non venne né mai più verrà dichiarata Festa Nazionale. Rimarranno, invece, i giudizi sprezzanti contro il Re e i vertici delle Forze Armate, la tardiva scoperta che la Costituzione (Statuto) del regno era un triangolo scaleno. La somma dei poteri era nelle mani del sovrano e del governo (di sua nomina) mentre il Parlamento aveva iniziativa limitata, all’oscuro delle decisioni supreme. Era espressione della “monarchia rappresentativa”, altra cosa rispetto alla sovranità popolare che assegna alle Camere il potere di dichiarare la guerra, come tardivamente e invano propose il massimo statista della Nuova Italia, Giovanni Giolitti, il 13 agosto 1917 e ribadì il 12 ottobre 1919. Non ne giunse a capo neppure lui nel 1920-1921 quando tornò al potere.

 

“Non fare la guerra e non poterla non fare”. Fu la tragica condizione dell’Italia del 1914-1915. Da lì deve partire la riflessione sulla Vittoria. Costò cara, però Vittoria fu. L’Italia aveva da poco festeggiato il primo mezzo secolo della proclamazione del regno (14 marzo 1861). Aveva sulle spalle l’obbligo di un impero coloniale (Eritrea, Somalia) impostogli da vincoli internazionali e dalla necessità/fatalità di non farsi escludere dalla costa settentrionale dell’Africa (sovranità sulla “Libia”, con la guerra del 1911-1912). Aveva alleati difensivi (Germania e impero d’Austria-Ungheria) ma nessun amico. Perciò il 2 agosto 1914 il governo proclamò la sua neutralità. Non poteva fare la guerra. Come poi scrisse il Comandante Supremo Luigi Cadorna i magazzini erano vuoti. Giolitti replicò che erano sufficienti. Un secolo dopo possiamo dire che avevano ragione entrambi: erano sufficienti per non fare la guerra, del tutto al di sotto del minimo necessario per farla.

Ma quale guerra? In “La guerra occulta” (ed.  anastatica Arktos) Emmanuel Malynski ricorda che tutti gli Stati Maggiori dei Paesi incautamente scesi in lotta nell’estate 1914 erano convintissimi che la partita sarebbe stata chiusa in poche settimane, come nel 1866 e nel 1870. Offensive lampo, battaglie cruente ma risolutive, senza danni collaterali, a parte qualche eccidio di civili quale pressione psicologica per le “masse” e stimolante intimo per la diplomazia di governi incapaci di imbrigliare la Storia.

La Vittoria del 3-4 novembre 1918 va capita partendo dalla lontananza crescente tra governo e forze armate, tra parlamento e strumento militare. Da mesi si esagera sulla contrapposizione fra il “duro” Luigi Cadorna” e il “sorridente” Armando Diaz. È la storiografia alla Sergio Leone: il buono (Diaz), il Cattivo (Cadorna) e il brutto (Vittorio Emanuele III, al quale venne fatuamente giustapposto il fascinoso cugino Emanuele Filiberto d’Aosta, il Duca invitto).

La storia vera è diversa.

Dall’autunno 1914 fu chiaro che la guerra sarebbe durata a tempo indeterminato. Nessuna potenza aveva la bacchetta magica. In Inghilterra i sindacati decisero l’appoggio al governo sino all’annientamento totale della Germania. Dalla guerra di movimento si passò alle trincee e poi alla guerra dei materiali: non bisognava vincere ma esaurire le risorse del nemico. Il motto divenne: “se non perdiamo vinciamo”. Una guerra di esaurimento. Anche il vincitore sarebbe uscito dal ring col volto sfigurato e tumefatto. Come infatti accadde. Quella guerra venne perduta dall’intera Europa. Una catastrofe.

Nell’autunno del 1914 Antonino Paternò Castello, marchese di San Giuliano, il Ministro degli Esteri italiano più intelligente di quando l’Italia ancora era davvero sovrana, prospettò la quadruplice alleanza con Londra, Parigi e San Pietroburgo: un Patto alla pari. Voleva la comunicazione reciproca a carte scoperte di tutti gli accordi soggiacenti.

Da tempo gravemente malato, purtroppo morì quando più era necessario al Paese. Massone, lasciò che la famiglia rendesse onori religiosi alla Salma dalla quale si era separato. Il suo successore, Sidney Sonnino, di concerto con il presidente del Consiglio Antonio Salandra, imboccò invece il viottolo dell’adesione dell’Italia alla Triplice Intesa: un “arrangement” di seconda fila. Gli Alleati si tennero i loro segreti (per esempio sulla spartizione dell’immenso impero turco-ottomano, ricchissimo di risorse naturali) e l’Italia s’impegnò a entrare in guerra contro tutti i nemici dell’Intesa entro 30 giorni dalla firma. Invocato il santo nome di Dio, l’ambasciatore a Londra, Guglielmo Imperiali, sottoscrisse e rimase in angosciosa attesa del “placet” di Roma. Il governo Salandra-Sonnino non onorò affatto l’accordo. Dichiarò guerra solo contro l’impero austro-ungarico, che per Parigi e Londra era il male minore perché bloccava l’avanzata degli slavi verso i Balcani e l’Adriatico. Se la guerra era asimmetrica e gli alleati si guardavano in cagnesco (fecero di peggio nel 1941-1945) l’Italia non spiccò per fedeltà agli impegni sottoscritti.

Il governo dichiarò guerra alla Turchia (le cui truppe stavano spingendo al mare le forze italiane in Tripolitania e Cirenaica) e alla Bulgaria, ma solo nell’agosto 1916 dichiarò guerra alla Germania, con una motivazione frivola, scritta e riscritta in tre differenti versioni. L’Italia accampò  pretesti politicamente e militarmente inconsistenti: beghe oggi solubili a livello di consolato. In effetti i due Stati non avevano alcun grave contenzioso. La cultura della Nuova Italia era e si dichiarava debitrice nei confronti della terra di Kant, Goethe, Hegel, Mommsen, Gregorovius…, delle scienze, dell’industria e dell’alta finanza che aveva concorso a emancipare il sistema bancario italiano dai ceppi di quella vaticana.

In guerra l’Italia entrò perché non poteva non farla. Dipendeva da risorse estere per la bilancia alimentare e per l’equilibrio del suo ancor gracile sistema produttivo. Gli Imperi Centrali, come la Francia, tenevano tutto per sé. Solo Gran Bretagna e Russia potevano sopperire. Di lì la scelta. Per forza, se non per amore: “Sacro egoismo” disse Salandra. Una opzione accettabile se di breve durata. Alla lunga si rivelò catastrofica. Il 4 aprile 1915 il lungimirante Giacomo Rattazzi scrisse a Giolitti una lettera profetica: “Apriremo un conto col popolo tedesco; il quale non dimentica; e il saldo, se anche si farà aspettare, verrà certamente. Ma l’odio sarà anche più profondo e più travolgente della voce di qualsiasi interesse. I tedeschi non vivranno che per trarre vendetta del nostro tradimento. E quando questa scenderà sarà feroce, sarà spietata, sarà gigantesca. E quando un esercito tedesco entrerà nell’Alta Italia si può star certi che non vi lascerà in piedi né un opificio né un mulino né una fattoria. Tutto ciò dovrebbe saltare agli occhi di chiunque…”.

Lo scontro diretto italo-tedesco nella Grande Guerra non ebbe mai luogo se non quando la Germania inviò per poche settimane dodici divisioni in aiuto dell’Austria, con i corpi di élite che squassarono le linee italiane nell’Alto Isonzo determinando l’arretramento del fronte al Piave. Mentre Rommel avanzava le artiglierie di Badoglio tacevano. Il Comandante Supremo Cadorna deplorò la resa di interi reparti nel Bollettino del 28 ottobre: parole veridiche ma “impolitiche”. Ne venne chiesta la rimozione perché la “politica” si assolve con la condanna di un presunto colpevole.

L’8 novembre 1917 nell’incontro di Peschiera Vittorio Emanuele III spiegò gli “alleati” che, malgrado tutto, l’Italia avrebbe retto: una dimostrazione di forza alla quale dedica poche righe “La guerra del re” Andrea Ungari (ed. Luni), che invece fustiga Cadorna per “limiti caratteriali (??), visione antiquata, profonda sfiducia nel mondo politico…”, quasi che Salandra, Boselli e Orlando abbiano sorretto l’Esercito e l’Armata, e deplora i “poteri concessi alla corona” invero insiti dal 1848/1861nello Statuto.

La confusione storiografica perdura. La lontananza tra “politica” e realtà, tra alleanze e capricci spacciati quali sacri egoismi non è solo del 1914-1918. È una costante. Anche oggi alcune forze di governo mettono in discussione i gangli operativi del sistema di difesa della Nato di cui l’Italia è parte integrante. Ne chiacchierano come se la politica estera fosse una variabile indipendente dello Stato, un tronco ferroviario, un buco in una montagna qualunque, una passerella per contemplare meglio la luna al tramonto e il cielo stellato.

L’Italia odierna non ha memoria condivisa della Grande Guerra perché non ha coscienza di sé medesima. Il cammino per raggiungere la mèta è ancora lungo e impervio. E potrebbe finire nella méta. Senza una chiara politica estera e, conseguentemente, militare l’Italia diviene definitivamente succuba di appetiti di terzi. È già accaduto nei secoli. Poi lo si paga per molte generazioni. E, cento anni dopo, si apre spazio alla ristampa dei “Protocolli dei Savi Anziani di Sion….”, alle vociferazioni sul “complotto” contro l’Italia, con quel che segue.

Nell’insieme questo Centenario della Vittoria esige più impegno civile e morale. Più memoria. Più Storia. Dal 17 dicembre 2017 il Re Soldato riposa con la Regina Elena nel Santuario-Basilica di Vicoforte. Merita un minuto di silenzio in memoria dell’Italia di ieri per quella di domani.

 

Aldo A. Mola  

Aldo Alessandro Mola è uno storico e saggista italiano.

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