Il surrealismo “musicale” del pittore Ugo Levita

Nel panorama della pittura italiana, il surrealismo di Ugo Levita spicca per la sua originalità, lontano dall’approccio metafisico e geometrico come dal realismo e dal naturalismo, intriso di prorompente immaginazione e di rigore formale.

di Luciano Priori Friggi | 12 giugno 2018

Conosco Ugo Levita da non molti anni. L’occasione d’incontro si è presentata ad una sua mostra di pittura: impatto forte e netta sensazione di trovarmi davanti ad uno stile maturo e ben riconoscibile. Levita è originario di Acerra, ha studiato a Napoli e poi a Firenze. Nella città partenopea negli anni Ottanta ha dato vita insieme ad altri artisti ad un gruppo che prese il nome di Ascendente & Discendente, il cui programma si proponeva un nuovo tributo al mondo dell’immaginario. Bisognerà aspettare tuttavia gli anni Novanta perché quel programma si precisi, grazie anche allo stimolo di personalità del mondo della critica come Vittorio Sgarbi e Renzo Margonari. Con quest’ultimo l’immaginario in lui si afferma definitivamente in uno stile ed un metodo di pittura che è assimilabile a quello surrealista, per esplicita ammissione dello stesso artista. Dopo il 2000 Levita si stabilisce in Umbria, in campagna, vicino a Todi, dove ha realizzato il suo studio e uno spazio espositivo permanente.​

Intervista Liceo Todi

Ma di che surrealismo si tratta? Perché una volta messa l’etichetta poi c’è il quadro, e quello di Magritte ha un’ispirazione ben diversa da quello di Dalì, giusto per limitarsi a due mostri sacri della tendenza.
Prendiamo René Magritte, la memoria corre verso due suoi quadri famosi, il primo un’enorme mela posta su un tavolo davanti ad una finestra, il secondo due amanti in piedi che stanno per baciarsi ma con in capo un cappuccio, non troppo diverso da quello dei condannati a morte o del boia. Nell’enorme mela c’è, forse inconscia, l’idea dell’esistenza come esagerazione, come peccato, nel secondo l’impossibilità di conoscersi davvero, di penetrarsi nel profondo. A dominare il “silenzio”. Ecco, questa è probabilmente una delle caratteristiche più solide del surrealismo, la realtà trasfigurata ma immobile, e quindi lontana dal moto reale, e quindi silenziosa.
Salvator Dalì sembra contraddire questa descrizione, le sue rappresentazioni hanno un’eccentricità più marcata, una bizzarria e una fantasia più sfrenate, c’è più sogno e più Freud. La persistenza della memoria, titolo di un celebre quadro del pittore, è un esempio di trasfigurazione onirica di un fatto, di un’esperienza reale, un non senso, però con una tecnica di raffigurazione molto precisa (sono orologi di varia fattura, mare e promontorio). Di fronte alla forma normale e a quella deformata, usate per dipingere gli orologi, qualcuno ha ipotizzato che si tratti di un riferimento alla teoria della relatività generale di Einstein, ma la risposta di Dalì è stata, «l’idea mi è venuta dal camembert che si scioglieva al sole».

Oceano (Bill Viola)

Rispetto a questi due artisti tanto famosi, in Levita c’è la fissità silenziosa di Magritte, ma meno la sua esagerazione ostentata e il suo senso del tragico, e c’è la leggerezza di Dalì ma non la sua paranoia. Ma soprattutto vi si scorge un’interpretazione del surrealismo che tiene conto delle esperienze di vita dell’autore, dei luoghi vissuti, della solarità, dello scintillio, della gaiezza, del sud partenopeo, come della carnalità del tratto caravaggesco. Levita  riconosce in Caravaggio il rivoluzionario, il maestro per eccellenza. E poi c’è l’esperienza toscana, con l’influsso di Piero della Francesca su tutti. Lo si vede in certe forme geometriche ben visibili in tutta la sua produzione. Forse c’è qualcosa anche di Todi, e della sua gloria locale (ma considerata tale solo perché colpevolmente sottovalutato), Andrea Polinori, con le sue schive madonne contadine.

Insomma un pittore, Levita, ormai affermato, come stanno a dimostrare le sue tante, e alcune prestigiose, mostre e partecipazioni, e che Todi comincia a considerare nel suo giusto valore, visto che quest’anno lo stesso Liceo cittadino gli ha dedicato la chiusura del festival annuale che si tiene all’interno dell’istituto, un amore corrisposto come testimonia un suo lavoro, L’aquila con la tovaglia, in cui rende omaggio alla città d’elezione e alla leggenda della sua fondazione.

Levita, che si definisce «Manovale della Pittura che lavora nel Campo dell’Immaginario», ha ricevuto lusinghieri apprezzamenti; il critico perugino Antonio Carlo Ponti lo ha definito «pittore che unisce il “cervello”, fervido d’immaginazione fremente, all’abilità pittorica, quel virtuosismo di cui si è  perso oggigiorno il gusto, la sfida, il senso, la bellezza, la necessità. (…) Un mondo il suo pieno di misteri e di narrazioni circolari, dove lo spazio e il tempo si trovano in somma sintonia, dentro la storia audace e onirica dell’utopia, in un universo di figure trasfigurate e di corpi o volti che non sai se più umani o angelici. Una pittura di sterminata felicità, nonostante la realtà».

«Sterminata felicità»  sembra una definizione particolarmente centrata, perché se c’è uno lontano dal surrealismo alchemico, questo è Levita, molto di più, probabilmente, di quanto egli stesso creda.

Vittorio Sgarbi —che, per una mostra fiorentina, ha scritto su Levita un saggio dall’azzeccatissimo titolo Immaginifico— riconosce al pittore «una grande ammirazione per l’arte italiana dei secoli d’oro, in particolare del Rinascimento … [in lui] c’è una compostezza formale e una sfrenatezza creativa, [e allo stesso tempo] c’è vigore, misura, controllo nella stesura della pittura, della composizione».

Sancta Monnezza

Nell’intervista che a Todi gli hanno fatto due ragazze del Liceo, alla domanda su quali arti, oltre la pittura, lo appassionino, Levita ha risposto senza esitazione, la musica su tutte: «Io ascolto sempre la musica, anche quando dipingo». E la musica si coglie anche nelle armonie interne del racconto che si snoda nei suoi quadri. Da qui il titolo di questo articolo, surrealismo “musicale”. L’intreccio del resto tra la pittura surrealista e la musica è stato sempre piuttosto intenso, si pensi a Debussy (Rêverie, L’isle Joyeuse), Stravinsky (Sacre du printemps)

Ad una mia precisa domanda, su che tipo di musica preferisce, Levita ha risposto «tutta», ma poi ha aggiunto «rock progressive» come prima scelta, e mi pare sia una preziosa precisazione, perché nei suoi quadri vedo più Jethro Tull che canzonette. Non ho ricordato a caso questo gruppo  musicale, autore di album come Aqualung o Thick As A Brick del 1972, un perfetto “concept-album”, come fu definito: diversi brani musicali legati l’un l’altro senza intervalli, con temi che tornano in forme diverse, tenuti assieme da diversi tradizioni, il rock, il folk, il jazz e la musica classica. Un approccio tentato con successo in Italia dalla Premiata Forneria Marconi. Ecco, se si deve fare un riferimento extra-pittorico, mi pare che i quadri di Levita si sposino alla perfezione con questo tipo di musica (si pensi anche alle tante copertine di dischi di ispirazione surrealista). Del resto «progressive» è il termine che si potrebbe aggiungere a “surrealismo musicale”, a completamento del titolo. Perché progressista Levita lo è anche nella vita. Ovviamente questa “militanza” convive benissimo con l’immaginazione e la fantasia, che dominano la sua produzione pittorica, e lo testimoniano una serie di quadri, che mi capitò di vedere ad una mostra perugina, dove il problema degli enormi cumuli di rifiuti, che sembrano volerci sommergere, avevano fatto irruzione nelle sue raffigurazioni della realtà.

La ballerina (o insostenibile leggerezza essere)

Una realtà difficile da decifrare, come in Magritte? Sì e no, Levita pensa che la matematica, quindi l’ordine, si trovi facilmente in natura, ma temo che abbia una certa sfiducia nelle capacità degli uomini di gestire il calcolo razionale come mezzo per risolvere le contraddizioni del vivere sociale.

Nello scarno panorama del surrealismo italiano (un fenomeno soprattutto del Nord-Italia) Levita si è affermato, a partire dalla sua formazione centro-meridionale, come una delle «sue punte più estreme» (Sgarbi), d’altro canto —aggiungo io— la costante presenza femminile nei suoi quadri, una sorta di dea madre mediterranea, Grande Madre, dalla fissità che ricorda Piero della Francesca, è lì a rassicurarci. Un tema questo che ritorna in forme sempre diverse e sempre uguali nel pittore, a ricordarci la finitezza degli esseri umani, ma al contempo la possibilità che è loro data di perpetuare la felicità e l’immortalità possibili.

LPF

Laureato in Scienze Politiche, ha insegnato a lungo in Master post-laurea e tenuto corsi presso l’università di Perugia. Giornalista economico e politico. Ha pubblicato "Ricominciare da Bastiat", "Briganti contro l’Italia", curato "Machiavelli teorico delle crisi" (con Introduzione e Intervista a S.Bertelli), "Dante" di M. Monnier (Traduzione e Postfazione).

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