Il suicidio di Formiggini contro la stupidita’ del totalitarismo

L’invenzione del “nemico” e la sua persecuzione generano catastrofi. È bene ricordarlo mentre il Paese è colpito da Bombe d’Acqua ideologiche e il turpiloquio sommerge ogni regola di dialogo tra le parti e di confronto civile.

di Aldo A. Mola | 15 ottobre 2018

Che cosa accade quando un governo mette improvvisamente “fuori legge” una parte dei cittadini? Come reagiscono i diretti interessati? Come si comportano gli altri? La domanda non è retorica. In Italia è già accaduto e sta nuovamente avvenendo. Su incalzante iniziativa del massonofago Claudio Fava, l’Assemblea regionale siciliana impone che i suoi membri dichiarino se sono iscritti alla massoneria. La “legge” è incostituzionale perché discrimina i cittadini in violazione degli articoli 2, 3, 18 e 19 della Carta della Repubblica (nella quale la Sicilia sta come il meno nel più). Essa è anche frutto di profonda incultura, perché la Repubblica non “riconosce” né la Massoneria in quanto tale né alcun Ordine massonico. Per lo Stato la massoneria semplicemente “non esiste”. Perciò i poteri politici e il magistrato ordinario non hanno titolo per “giudicare” o “pregiudicare” i suoi affiliati se non per violazione della legge penale, non perché massoni ma perché cittadini. A beneficio dell’on. Fava e dei suoi emuli  e maestri o maestre (come Rosy Bindi) aggiungiamo che la Repubblica non ha giurisdizione sulle logge massoniche estere e meno ancora sui massoni “in transito” per l’Italia: un Paese a questo proposito culturalmente arretrato.

La “novella” partorita dall’Isola del Sole verrà fermata in tempo o contagerà l’Italia intera come la zanzara del Nilo e altri insetti molesti?

In attesa di capirlo va ricordato che già in passato si abbatterono improvvisamente sul Paese leggi devastanti ai danni di una parte dei suoi cittadini, senza che questi avessero commesso alcun reato. Nel 1925 il governo Mussolini imboccò la via del totalitarismo con la legge sull’iscrizione dei pubblici impiegati ad associazioni, nota come “legge contro la massoneria”. L’Ordine che aveva dato all’Italia quattro presidenti del Consiglio (Agostino Depretis, Francesco Crispi, Giuseppe Zanardelli, Alessandro Fortis: il meglio della sinistra democratica e delle riforme d’avanguardia) si trovò nella condizione di doversi auto-sciogliere per risparmiare persecuzioni e vessazioni ai propri iscritti e ai loro familiari.

Tredici anni dopo, nel dicembre 1938, il Parlamento approvò i decreti che nei mesi precedenti avevano privato gli ebrei italiani di gran parte dei loro diritti civili, senza alcuna motivazione plausibile e comprensibile. “A freddo” gli italiani ebrei vennero additati quali estranei e nemici. Con astuzia mai abbastanza evidenziata dalla pur copiosissima saggistica sul “caso”, la legislazione antiebraica non conculcò in alcun modo la libertà degli ebrei di praticare la loro religione. Anche il cattolico più fanaticamente ebreofago non poteva ignorare che il Nuovo Testamento tale era perché esiste l’Antico Testamento, il “Patto” tra il Dio creatore e i suoi fedeli, rinnovato dall’“Evangelo”: Buona Parola che non cancella la precedente.

La stragrande maggioranza degli abitanti del Paese Italia era, rimase ed è del tutto indifferente nei confronti di teologia, dottrina, dogmatica, catechistica, ecc., così com’era, rimase ed è altrettanto impermeabile alle sottili differenze tra razzismo biologico e razzismo ideologico (o “culturale”): specchi sui quali si sono arrampicati innumerevoli gatti accademici in cerca di giustificazioni ex post di quella che fu e rimane una infamia e una vergogna, osteggiata da Vittorio Emanuele III nei limiti di sovrano costituzionale, rimasto senza alcun aiuto pubblico da parte dei residui “liberali”.

Una manciata di uomini al potere (governo, Gran Consiglio del Fascismo, partito nazionale fascista, milizia volontaria di sicurezza nazionale, Camera dei deputati e Senato…) varò norme liberticide nell’ottuso silenzio dei cittadini che nel 1929 e nel 1934 avevano votato quasi all’unanimità i deputati eletti sulla base della legge Rocco. Dal 1928 quest’ultima aveva conferito al Gran Consiglio del Fascismo il potere di stabilire la lista dei 400 candidati, da approvare o respingere in blocco. Ogni epoca ha la sua infelice e proterva “piattaforma Rousseau”. Così era morta la liberaldemocrazia, che aveva fatto dell’Italia un paese civile. E così il “combinato disposto” Duce, governo, Gran Consiglio  dal maggio 1938 di mese in mese sprofondò l’Italia nel marasma: il Patto di Acciaio, l’intervento a fianco di Hitler, la dichiarazione di guerra all’URSS e quella, tronfia e di gran lunga più stolta, contro gli Stati Uniti d’America, come fosse nulla. Fu il colpo di coda di cinque anni  di demenza contro la “borghesia” e di elogio del “lavoro”, del corporativismo, dell’autarchia e di altre sciocchezze.

 

Ottant’anni dopo la folle campagna d’opinione contro il complotto demo-pluto-giudaico-massonico (con la variante demo-pluto-giudaico-massonico-bolscevico) che (motus in fine velocior) che precipitò l’Italia nella perdita dell’indipendenza (non dipende dalla BCE, dalla Commissione europea né dal Fondo monetario internazionale ma data dalla sconfitta militare e politica nel 1943), corre obbligo di domandarsi come reagirono i “diretti interessati”, i bersagli della legislazione antriebraica.

Lo esemplifichiamo con due casi emblematici.

 

Il 29 novembre 1938 Angelo Fortunato Formiggini scrisse alla moglie, Emilia Santamaria: “Viaggio triste ieri per averti lasciata per sempre. Ma ier sera tanto di cotoletta coi tartufi e di lambrusco”. Andò a teatro, era pienissimo. Non riuscì a sentire quasi nulla. Poi a letto. Dormì meglio del solito. “Nelle ore di veglia, una calma ed una serenità assoluta. Non lo avrei mai pensato né potuto sperare. Finora è stato come bere un uovo e spero che oramai sarà così fino alla fine imminentissima”.  Pioveva. Alla moglie aggiunse: “Siate rassegnati alla mia sorte, non fate recriminazioni. Non guastatemi le uova nel paniere”. Al presidente della società anonima della casa editrice di sua ideazione (frettolosamente “arianizzata” per sottrarla alla stolida normativa che vietava agli ebrei di avere aziende di qualche riguardo) confidò: “Io credo che più italiani di così e più editori di così si muoia; il guaio è che si muoia essendo soltanto così. E (che nessuno ci senta) me ne dispiace molto e ne sono seccatissimo…Viva l’Italia”.

Il 4 settembre aveva mandato un messaggio al nazional-fascista Ezio Maria Gray, vecchio compagno d’armi nella Grande Guerra, lamentando la stupidità galoppante sull’onda delle leggi antiebraiche: “Un pochino compiango anche me, ma non troppo perché gli ebrei, da Gesù in poi, ci hanno sempre preso un gusto pazzo ad esser messi in croce, e mi si afferma con insistenza che io sono della stessa razza di Cristo. Non ci avevo mai pensato e me lo hanno detto alla fine”.

Il 14 novembre Formiggini tentò la carta estrema: indirizzò una lunga lettera circolare a Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon, già quadrumviro della “marcia su Roma” e governatore dell’Egeo, ad Arrigo Solmi, ministro della Giustizia, a Francesco Ercole,  già ministro dell’Educazione nazionale, estimatore della sua produzione editoriale e culturale, e a Giuseppe Bottai, ministro in carica. Ignorava che nel Gran Consiglio del Fascismo proprio il “fascista critico” aveva assunto la posizione più duramente antiebraica, con sconcerto di Galeazzo Ciano, per parte sua convinto che l’antisemitismo fosse del tutto fuori luogo. Evocò De Vecchi (“che fu buon camerata nella prima fase della Guerra”) quale testimone  del suo contegno al fronte. Il quadrumnviro avrebbe anche potuto ricordare che alla vigilia della “marcia” Formiggini aveva raccomandato a lui e a De Bono: “Ragazzi! Fate presto a venire a mettere le cose a posto!”. Al ministro della Cultura popolare, Alessandro Pavolini, il 30 settembre spiegò che i Formiggini erano italiani da molti secoli e che egli stesso aveva “servito la Patria con 30 anni di lavoro folle, ben differenziato da quello altrui. Mai retribuito in misura minima” e che aveva speso “un milione di lire-oro per costruire e diffondere la cultura italiana con apposito Istituto”. I suoi antenati erano stati bene accetti ai duchi di Modena e ai Papi, senza il cui beneplacito non avrebbero raggiunto la fortuna conseguita nel tempo. Dei tre zii, uno era stato con Giuseppe Garibaldi, un secondo passava addirittura per clericale e il terzo era stato tra i primi modenesi iscritti al Fascio. La sua, insomma, era una famiglia di patrioti intemerati. A suo tempo pubblicamente elogiato da Arnaldo Mussolini, chiese di essere “discriminato”, cioè risparmiato dalle ripercussioni più odiose della decretazione d’urgenza contro gli ebrei.  Non ottenne alcun segnale. Constatò di essere solo. Un reietto. Formiggini fu tra i protagonisti della cultura italiana dal 1908 al 1938. Scrittore, editore, fondò collane di grande successo e la Enciclopedia italiana, un’idea scippatagli da Giovanni Gentile. Nelle sue imprese, da Modena a Genova a Roma,  profuse i suoi beni e una vita fondata sulla benevolenza.

 

La storiografia è incerta sui motivi che dal luglio 1938 spinsero Mussolini all’offensiva antiebraica, all’istituzione della direzione generale Demografia e Razza e a promuovere l’oscena rivista “La Difesa della Razza”, i cui contenuti e toni non avevano nulla da invidiare all’antisemitismo dilagante in Germania su impulso di Hitler, Goebbles e Himmler. È invece divisa sull’interpretazione di fondo. L’antiebraismo era insito in nuce nel fascismo delle origini e il 1938 non fece quindi che far cadere il velo che per quindici anni l’aveva celato anche agli occhi dei circa 10.000 ebrei iscritti ai fasci, spesso in posizioni eminenti, anche nelle file della Milizia? Oppure esso rispose a calcoli propagandistici di corta visione, in tumultuosa competizione con il nazionalsocialismo? Di fatto l’antiebraismo fu uno spicchio del ventaglio di una offensiva più ampia, contro la borghesia, la democrazia, l’“Occidente”, il liberalismo e il suo presunto ispiratore originario: la massoneria e tutto ciò che sapesse di illuminismo. Era la versione fascista del Syllabus di papa Pio IX che nel 1864 aveva sciorinato gli errori del “secolo” e rivendicato la fede verace della chiesa cattolica, chiamata al Concilio ecumenico vaticano I (1869-1870).

Vent’anni orsono Alberto Burgio curò un volume collettaneo “Nel nome della razza. Il razzismo nella storia d’Italia: 1870-1945)” (ed. il Mulino), il cui spettro temporale potrebbe essere ulteriormente dilatato. Infatti in Italia (e non lì solo) l’avversione contro gli ebrei fu una tra le risposte alla Grande rivoluzione, imputata dal gesuita Agostino Barruel alle “logge segrete” che, secondo lui, manovravano la pletora di aristocratici, militari, borghesi e persino ecclesiastici pullulanti nelle officine massoniche, manipolate da manichei e da ebrei. Tra i bersagli della reazione anti-illuministica e antifrancese di fine Settecento vi furono appunto gli ebrei che dal 1792 erano stati liberati in Francia da ogni misura ghettizzante. Nel Mezzogiorno d’Italia le Compagnie di Santa Fede non si segnalarono per crimini antiebraici solo perché il regno di Napoli ne era pressoché privo. Altrove, invece, dalla Toscana all’Italia settentrionale, l’antiebraismo imperversò e tornò a pesare dopo la Restaurazione e lungo tutto il Risorgimento e la lotta per l’indipendenza nazionale, che si sostanziò nell’uguaglianza dei cittadini dinnanzi alle leggi e nel pieno riconoscimento dei diritti civili e politici degli israeliti, a cominciare dal Piemonte di Carlo Alberto di Sardegna (febbraio-aprile 1848).

Nei decenni seguenti l’antiebraismo anche in Italia elaborò tutti i capisaldi poi fatti propri dalla propaganda fascista dal 1938. Li troviamo in una moltitudine di opere italiane e straniere, in specie nei “romanzi” di Léo Taxil (tipo “Le confessioni di un Trentatrè”) che continuano a essere stampati e dominano i miserandi scaffaletti dedicati alla massoneria e alla massonofobia (da qualcuno, chissà perché, contratta in “massofobia”) presenti “nelle migliori librerie”, come un tempo si diceva.

 

Accanto al “caso Formiggini” è altrettanto interessante quello di “La nostra bandiera”, periodico ebraico torinese che anche in presenza della decretazione antiebraica ribadì la sua fiducia nel Duce, illudendosi di separarlo dai massonofagi opportunisti o in servizio permanente effettivo quali Giuseppe Bottai e Roberto Farinacci. La sua vicenda è  accuratamente perlustrata da Luca Ventura in “Ebrei con il duce” (ed. Zamorani 2002), incentrato  su Ettore Ovazza, Guido Liuzzi, generale della Milizia, Deodato Foà. Una vicenda complessa e tormentata, dal finale tragico.

 

Come tragica fu la sorte di Formiggini. La mattina del 29 novembre 1938 si gettò dalla Torre della Ghirlandina della sua amata Modena. In tasca aveva trentamila lire da donare ai poveri e due lettere, per il re e per Mussolini. Purtroppo non ne conosciamo il contenuto. Il regime impose funerali privatissimi, di primo mattino, nell’illusione che il silenzio bastasse a nascondere la realtà. Lo aveva avvertito proprio Formiggini, massone dal 1903, eclettico, geniale, indifferente al sionismo, mai praticante alcun culto: “Il fascismo è una gran bella cosa visto dall’alto; ma visto standoci sotto fa un effetto diverso”.

Gli italiani lo capirono meglio sotto i bombardamenti dal 1940 al 1945.

L’invenzione del “nemico” e la sua persecuzione generano catastrofi. È bene ricordarlo mentre il Paese è colpito da Bombe d’Acqua ideologiche e il turpiloquio sommerge ogni regola di dialogo tra le parti e di confronto civile. La lezione dell’italiano ebreo e massone Angelo Fortunato Formiggini è più che mai attuale.

Aldo A. Mola

Aldo Alessandro Mola è uno storico e saggista italiano.

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