Il sopravvento della cronaca senza informazione

La nuova era economica e globale impone la dinamica esigenza di una formazione permanente e la democrazia, per essere tale, ha bisogno, per analogia, di una coerente informazione sottratta alla strumentalità della cronaca.

di Mimmo Merlo | 25 giugno 2018

In questa complessa stagione, il tempo è assurto ad essere l’unità di misura per eccellenza e ad avvalersene è soprattutto l’interscambio delle informazioni: non averne compreso la valenza e soprattutto le conseguenze producibili dalle ‘infiltrazioni’ emotive è una delle ragioni che caratterizzano la crisi della politica del nostro Paese.
La conseguenza forse più grave è l’appiattimento della politica alla quotidianità di una cronaca, tesa ad oscurare la storia, sottrarre centralità ai valori fondanti della convivenza, con la rinuncia ‘a proporre idee di media portata e di lungo periodo’, che Giuseppe De Rita giudica ‘un appiattimento, con effetti regressivi nello stesso linguaggio politico’, rendendolo frammentario, semplificato e persino volgare, ‘pur di inseguire occasioni e convenienze di “pronta beva” e d’immediato consenso’.
E’ dall’inizio della declinazione opportunistica della così detta fine della prima Repubblica che le diverse forze politiche sopravvissute sono alla ricerca di un consenso, più improntato alla prevaricazione che non alla stabilizzazione del funzionamento della nostra democrazia: un percorso assai lungo, in cui è più che mai determinante la funzione esercitabile dalla cronaca e dallo specifico ‘modus comunicandi’ adottato.
Non è più il tempo di riflettere sulla dinamica degli eventi, il target non è quello di fornire chiavi di lettura a sostegno della riflessione, bensì quello d’inseguire ed incoraggiare la nascita e il consolidarsi delle posizioni più radicali, in confluenza sintetica dei modelli culturali della delusione post comunista e sessantottina, con ‘ratio morale’ ispirata dalla radicalizzazione liberal-moralista, con cui ricercare e convogliare il consenso del pubblico, prima, e degli elettori, poi, sia attraverso la genericità della discontinuità sia non deludendo le impostazioni caratterizzate da proposte estreme.
La diffusione della sfiducia è il propellente per caratterizzare questi processi, tesi a incrementare la crescente disaffezione nei confronti dei partiti tradizionali che, nel 2005, era scesa all’otto per cento, declinandola, con un distorto effetto transitivo, verso le istituzioni, che oggi registrano una pesante perdita di consenso: il Presidente della Repubblica (nel 2005 ben oltre lo 80, oggi al 45%), l’Unione Europea, (dal 52% al 30%) e lo Stato (35% al 19%).
Un livello assai alto di disaffezione, ormai difficilmente ridimensionabile ricorrendo alla semplificazione dell’alternanza tra due schieramenti logicamente contrapposti, perché non basta più agli elettori che, ormai instabili nelle convinzioni e volatili nelle scelte, non si affidano, secondo Giovanni Diamanti, ‘a soluzioni moderate, cercano proposte nuove, e si rivolgono a soggetti che si pongono in antitesi al sistema’ allontanandosi da tutto e da tutti, dai governi precedenti, dalle convenzioni sovranazionali sottoscritte e dalle relative regole di comportamento, dai ‘saperi’ e dalle esperienze pregresse, proiettando nuove utopie senza il suffragio di un ben che minimo orizzonte. La democrazia rappresentativa impone una periodicità di scadenze, che scaricano continue tensioni sui protagonisti della politica, costretti dalla ricerca del consenso a suggestionare, ricorrendo alla tecnica della semplificazione nelle dichiarazioni, fatte sempre più spesso in contesti di forte impatto sulle vicende quotidiane della gente, e privandole deliberatamente di qualsiasi prospettiva ‘ideologica o valoriale’. Preoccupa ma non sorprende, quindi, che a dominare la scena politica non sia l’informazione per la formazione del cittadino in merito a che cosa sia fattibile e come sia possibile, così come il riscontro tra quanto promesso e quanto realizzato, ma sia invece ‘la pettinatura’ di ogni notizia di cronaca sulla quale costruire l’enfasi comunicativa, che trova un’immediata accoglienza diffusiva da parte dei diversi canali di comunicazione, riducendo così ‘la politica non solo a cronaca, ma a telecronaca’, come fa notare De Rita, facendoci vivere nella saga del ‘tutto il governo minuto per minuto’.
L’audience, fondamentale per la raccolta pubblicitaria, la ‘grossolana’ unità di misura del fare informazione indipendentemente dalla ricerca della fidelizzazione (abbonamenti), nel nostro Paese è sempre più mirata, pur con diversi orientamenti, a incoraggiare il ‘rancore degli italiani’, e, sottraendo qualsiasi ipotesi di visioni di media e lunga portata, si affida alle narrazioni radicali di nuovi leader, la cui ‘cifra’ si misura sulla quantità di dichiarazioni che alimentano il potenziale di diffusione, e sulla capacità di animare gli show televisivi ai quali la cronaca ricorre sempre più spesso.
Oggi ‘intelligentia’ della politica è più che mai rappresentata da ‘comunicatori’ e da ‘influenzatori’, come tristemente illustrano le recenti vicende. ‘Abbiamo riscritto la storia d’Italia’ aveva affermato Luca Leoni Orsenigo, il deputato canturino della Lega che aveva agitato il cappio in Parlamento, simbolica minaccia per la degenerazione della politica. E tuttavia, della politica da lì in poi la Lega avrebbe beneficiato abbondantemente, con iniziative tutt’altro che commendevoli, destinate a godere di una certa accondiscendenza da parte dei manovratori della cronaca. Le frequentazioni, doviziosamente documentate dalla cronaca, di Salvini e Giorgetti, denotano una presenza ‘sul pezzo’ che riporta immediatamente al ‘mood’ detestato venticinque anni fa, ma sostanziatosi negli anni successivi: da ambigue speculazioni immobiliari in Croazia, nel fallimento della prima banca padana, in investimenti in diamanti, al non ‘accorgersi’ di ciò che succedeva in quel della Regione Lombardia, dove sedevano ininterrottamente nella stanza del potere, mentre attorno succedeva di tutto secondo le sentenze dei tribunali, alla sottrazione di risorse pubbliche tramite i rimborsi elettorali così trasparenti che si sono volatilizzati e che gli inquirenti faticano a trovare in giro per l’Europa. Un ‘pedigree’ che non ha destato sospetti o pregiudizi da parte dei portatori sani di ‘ratio morale’, né tanto meno da parte dei loro comunicatori, nonché influenzatori, che dai teleschermi li hanno sostenuti a lungo. Senza indulgere al moralismo giustizialista, in quanto in democrazia un reato è tale solo se certificato da un tribunale e non dalle supposizioni di un Pubblico ministero, le cronache c’informano che l’Avv. Lanzalone e l’Ing. Parnasi sono gli ‘influencer’ degli azionisti del ‘Contratto’, e ancor più del Movimento Cinquestelle, al Comune di Roma, e se non fermati in tempo, non si sa dove la loro influenza potrebbe dilatarsi. Orsenigo è sparito col suo cappio, ma in molti si rafforza la convinzione che nel ’92 con l’acqua sporca si sia voluto buttar via anche il bambino.
Se, come ammonisce De Rita, la politica non prende atto che dannarsi per entrare in cronaca significa diventare cronaca ed esaurirsi in essa, a rischio di perdere se stessa, la propria consistenza e il proprio prestigio, non riuscirà a cogliere il pericolo che sta correndo né, a maggior ragione, il venir meno della funzione etica di essere l’influenzatrice della crescita formativa della popolazione.
La nuova era economica e globale impone la dinamica esigenza di una formazione permanente e la democrazia, per essere tale, ha bisogno, per analogia, di una coerente informazione sottratta alla strumentalità della cronaca: una cronaca che, per di più, da noi fatica a evitare di essere non pregiudizialmente di parte o, ancor peggio, di autoreferenziarsi quale unico legittimo influenzatore sulla base degli gli indici di ascolto.

Mimmo Merlo    (lavocemetropolitana.it)

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