Il sindaco di Riace e la lotta politica usando la questione migranti

Certe dichiarazioni dopo l’arresto dimostrano che i partiti di governo sono pronti ad un ulteriore salto di qualità nel tentativo di trasformare la nostra democrazia in una democratura alla Putin o Erdogan.

di Franco D'Alfonso | 8 Ottobre 2018

L’arresto del sindaco di Riace segna un salto di qualità nella lotta politica condotta attraverso la questione migranti. La vicenda giudiziaria personale del sindaco non è solo discutibile, è talmente dubbia sotto il profilo procedurale da rendere legittima qualsiasi illazione : a parte le considerazioni sulla sempre meno applicata normativa sulle misure cautelari ( escludendo il pericolo di fuga, possibile che l’unico modo per impedire la reiterazione del presunto reato fosse in questo caso l’arresto ? ) , stiamo parlando di una indagine che va avanti da mesi, con ispezioni che hanno dato risultati diversi e contraddittori, di una ordinanza del Gup che spiega che “non c’è il reato per il quale è iniziata l’indagine” e che al massimo si tratta di irregolarità formali ( mi viene da chiedere : e perchè allora ha accolto la richiesta del pm, seppure parzialmente e sui domiciliari invece che direttamente per la galera? ) e apparentemente di quella che si tratta di una malattia esantematica degli amministratori, l’abuso d’ufficio a forzare le procedure ed i tempi dell’amministrazione per arrivare ad un risultato legittimo e di pubblica utilità. Ci sarebbero da scrivere pagine e pagine sui danni crescenti che la legislazione manettara e “anti casta” ispirata dalla definizione di Davigo per gli amministratori locali come di “gente non ancora indagata..” sta provocando nella vita della pubblica amministrazione e nella politica, ma in questo caso l’attenzione deve andare ad altro.
L’intervento della Meloni ( “Adesso Saviano potrà portare le arance al suo amico”) ci ricorda come la prevaricazione, la provocazione, la strumentalizzazione politica di quelli che inspiegabilmente chiamiamo populisti invece che fascisti, si fa ogni giorno più sfrontata ed aggressiva. Colpire mediaticamente quello che, a torto o a ragione, è diventato un simbolo della politica di integrazione, un personaggio visto come il fumo negli occhi dagli imprenditori della paura oggi al governo e di cui la fascista Meloni si affretta ad essere ancella, significa che questi sono pronti ad un ulteriore salto di qualità nel tentativo di trasformare la nostra democrazia in una democratura alla Putin o Erdogan.
Questi sono pericolosi. Questi vanno fermati.

Franco D’Alfonso

Conseguita la laurea in Giurisprudenza alla Statale di Milano, prosegue gli studi con il Master Business Administration, MBA conseguito alla Scuola di Direzione Aziendale dell’Università Bocconi. Dal 1984 al 1998 è stato manager in Fininvest e Mediaset, dove ha ricoperto la carica di direttore delle produzioni internazionali. La sua vita professionale in ogni caso è principalmente incentrata sulla consulenza aziendale nel campo della telecomunicazione e dei media, con esperienze in Alfa Romeo, Finmeccanica e Italtel. E' stato inoltre amministratore delegato di numerose aziende in settori diversi, dalla discografia al turismo. Giornalista pubblicista dal 1975, è editorialista per quotidiani e periodici locali e nazionali. Socialista storico milanese, è animatore di vari circoli e organizzazioni nati dopo la dissoluzione del Psi. Dal 2006 al 2008 è stato vicepresidente dell’ANMC – Associazione Nazionale Mutilati Invalidi Civili di Milano. Dal 1992 al 1997 è stato Consigliere d’amministrazione del Piccolo Teatro di Milano, nel periodo della direzione artistica di Giorgio Strehler. E’ stato coordinatore e organizzatore della Lista Milano Civica per Pisapia Sindaco, con il quale ha svolto l'incarico di Assessore al Bilancio.

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