Il peso del potere supremo con la stella d’Italia

Comprendiamo i travagli di Mattarella. Ci ricordano un passato che non passa. A fine ottobre del 1922 Vittorio Emanuele III dovette dare un governo al paese dopo il fallimento di sei ministeri in due anni.

di Aldo A. Mola | 16 aprile 2018

“Un brut fardèl”, un brutto peso. Quasi intraducibile è un sospiro angoscioso, sentimento che arriva dal profondo: il Potere Supremo gravante sulle spalle del Capo dello Stato, in perpetua Via Crucis. Fu quanto disse della Corona il morente Vittorio Emanuele II al principe ereditario, Umberto di Piemonte, quando improvvisamente ammalò e spirò, appena cinquantottenne, il 9 gennaio 1878. In dieci anni il padre della Patria aveva unito l’Italia. Umberto I fu assassinato a Monza 22 anni dopo, il 29 luglio di 1900. Aveva 56 anni. La storia dei re d’Italia è sequenza di sangue e di esili.

Il Potere Supremo è un peso sacrale. Investe la sorte di milioni di uomini. È facile esercitarlo da vassalli o “a noleggio”, vincolati da patti che impongono di subire, volenti o nolenti, decisioni altrui. Molto più greve è quando si è abbastanza indipendenti (come può essere l’Italia odierna) da sentire la responsabilità delle scelte supreme: mettere in gioco vite e fortune di generazioni di cittadini. Il “brut fardèl” oggi è sulle spalle del Capo dello Stato, Sergio Mattarella. Chiunque abbia un grammo dell’antico “senso dello Stato”, che ci arriva da Risorgimento e unità nazionale, guarda con profondo rispetto alla sua saggezza, nella certezza che opererà per il bene dell’Italia. È Statista che conosce di persona le sofferenze del Paese.

Mentre per appetiti altrui il Mediterraneo rischia di divenire teatro di una guerra dagli esiti devastanti, bisogna riflettere sulla storia d’Italia, molto diversa da quella narrata nei manuali e da tanti “media” e da “social” che si pascono di cronache. L’Italia è uno Stato giovane. Mancano ancora due anni dal 150° dell’annessione di Roma, unita al regno d’Italia il 20 settembre 1870. A quel tempo Parigi era centro della Francia da molti secoli. A metà del Cinquecento la Spagna “inventò” Madrid  per mettere in seconda fila le capitali degli stati precedenti la “riconquista” coronata da Ferdinando il Cattolico e da Isabella di Castiglia. Londra era tutt’uno con l’Inghilterra prima e dopo la guerra delle Due Rose e il sanguinoso  conflitto tra Tudor e Stuart. L’Italia arrivò tardi e in affanno all’unità. Le mancò un “partito dello Stato”. La massoneria cercò di assumersene l’onere. Lo fece con Giuseppe Garibaldi, che indossò la divisa di generale dell’Armata di Vittorio Emanuele II, e con il gran maestro Adriano Lemmi. Altri confratelli rimasero accampati sulla riva di rivoluzione, repubblica, socialismo, anarchia… Altri italioti dall’altra sponda del Tevere pregavano che il neonato Stato d’Italia crollasse in frantumi. Questo, in sintesi, il primo mezzo secolo della Nuova Italia: un Paese troppo a lungo diviso ed eterodiretto, assuefatto al fratricidio servile da secoli di dominazione straniera.

Dopo il 4 marzo 2018 ad alcuni “partiti” non è bastata una quarantena per proporre al Capo dello Stato la soluzione parlamentare di una crisi che si trascina da anni, da quando una infausta legge voluta da fazioni vendicative fece decadere dal Parlamento Silvio Berlusconi: un colpo di Stato dopo quello dell’11 novembre 2011.

Comprendiamo i travagli di Mattarella. Ci ricordano un passato che non passa. A fine ottobre del 1922 Vittorio Emanuele III dovette dare un governo al paese dopo il fallimento di sei ministeri in due anni e due elezioni politiche con la “maledetta proporzionale”, che anche oggi mostra i suoi frutti velenosi. Da Bruxelles, ove era in visita di stato, a metà mese chiese al presidente del Consiglio, Facta, di convocare il Parlamento per arginare il peggio. Con la miopia di modesto politicante, Facta trattava con tutti per succedere a se stesso. Tra il 28 e il 30 ottobre, dopo consultazioni frenetiche condotte in prima persona, sentite tutte le forze disponibili, il Re incaricò Benito Mussolini che formò una coalizione di unità costituzionale, baluardo contro gli “anti-sistema”. Certo, il presidente del consiglio era un ex socialmassimalista, fondatore dei fasci interventisti, dei fasci combattenti, ecc., però era ormai sotto controllo dei nazionalisti, teste pensanti del Ventennio mussoliniano, con molti democratici e socialriformisti, quali Giuseppe Belluzzo e Alberto Beneduce. Ad approvare il nuovo governo furono comunque i due rami del Parlamento, a larghissima maggioranza.

Anche il 25 luglio 1943 fu Vittorio Emanuele III a prendere in mano le redini dello Stato, a imporre le dimissioni a Mussolini e a voltare pagina. Sconfitta in una guerra che avrebbe potuto reggere solo per poche settimane o al massimo qualche mese, dopo tre anni l’Italia doveva uscirne cadendo sul fianco meno doloroso: con la resa agli anglo-americani e il riconoscimento della continuità dello Stato, cioè degli interessi generali permanenti dei suoi abitanti. Fu quanto ottenne il Re.

Il “brut fardel” è meno pesante quando la cornice planetaria è chiara. Per l’Italia lo fu dall’adesione alla Nato, voluta dal massone Randolfo Pacciardi, ministro della Difesa, che forzò la mano nel consiglio dei ministri e si impose al democristiano Alcide De Gasperi, condizionato dal titubante Pio XII, sospettoso nei confronti degli USA del fratello Washington. Il “fardel” è ancora più greve quando i confini sono labili. È quanto accade oggi. Da che parte deve schierarsi l’Italia? È un Paese condannato dalla geografia a stare nella storia: da dominatrice o da “dolore ostello,/non Donna di provincia ma bordello”, come scrisse Dante Alighieri. Di sicuro non si scatena una terza guerra mondiale per cinquanta vittime, qualunque sia la loro causa di morte, in un conflitto che dura da sette anni e che è stato causato dalla avventatezza di Francia, Gran Bretagna e degli USA di Obama. Le sorti attuali e venture dell’umanità hanno diritto a rispetto superiore a quello mostrato nell’estate 1914, quando l’Europa venne trascinata  in una guerra catastrofica per l’Alsazia-Lorena. Per secoli la Francia ha chiesto molto all’Europa, però l’Esagono rimane  circoscritto tra Pirenei, Reno e Alpi.

I fatti odierni inducono a riflettere su chi nel tempo ha portato sulle spalle il “brut fardèl” del Potere Supremo. È il caso di Vittorio Emanuele III, la cui salma dal 17 dicembre 2017 riposa nel Santuario-Basilica di Vicoforte, ove il suo feretro venne traslato da Alessandria d’Egitto. Vi raggiunse le spoglie della Regina Elena, sino a due giorni prima tumulate a Montpellier.  La traslazione fu propiziata proprio dal Presidente Mattarella, sensibile all’appello di ricomporre la storia d’Italia, lunga e travagliata.

Quanto abbiamo sotto gli occhi dice che non è più tempo di polemiche. Messe da parte la Roma di Cola di Rienzo e la Napoli di Masaniello, l’Italia ha urgenza di avere un governo, con un ministro degli Esteri all’altezza del compito. È tempo di passare dalla rissa alla Storia. Sulle tombe dei Re a Vicoforte brilla la Stella d’Italia. È quella di Carlo Alberto, è la stella delle Forze Armate. Venne riproposta in un convegno a Firenze nel 1985 organizzato dal ministro della Difesa Lelio Lagorio, socialista e figlio di carabiniere. Per insegna ebbe una formula, antica come tutte le profezie: “Forza Italia”. Fu aperto dal sindaco, Lando Conti, massone, poi assassinato da estremisti di sinistra e tra i relatori ebbe Paolino Ungari.

Rendere omaggio al Mausoleo dei Savoia a Vicoforte, come il 17 aprile farà la Principessa Maria Gabriella di Savoia su invito dei Rotary del Cuneese, significa evocare l’unità nazionale nel Centenario di Vittorio Veneto: una data che dà senso all’articolo 52 della Costituzione: “La difesa della patria è sacro dovere del cittadino”.

 

Aldo A. Mola

Aldo Alessandro Mola è uno storico e saggista italiano.

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