Il massone Pietro Musso

Proponiamo alcune pagine dell’ultimo capitolo del libro, sul massone Pietro Musso, un „massone di base“, cuneese come Mola, che dal 1980 è Medaglia d’Oro di benemerito della Cultura.

di Aldo A. Mola | 10 luglio 2018

E’ da poco nelle librerie la “Storia della Massoneria in Italia dal 1917 al 2018. Tre secoli di nu  Ordine iniziatico“ (ed. Bompiani, pp.832, euro 23) del nostro editorialista Aldo A. Mola. L’Opera è totalmente diversa dal volume pubblicato nel 1976, ampliato nel 1992-94 e ristampato più volte. Costruita su migliaia di documenti inediti, conduce il lettore dalle prime logge del Settecento alle recentissime polemiche antimassoniche di papa Bergoglio, della Commissione antimafia presieduta da Rosy Bindi e di chi vorrebbe escludere i massoni dal governo dell’Italia, un Paese costruito passo dopo passo da massoni quali Giuseppe Garibaldi, Agostino Depretis, Michele Coppino, Francesco Crispi, Giuseppe Zanadrdelli (che abolì la pena di morte: un primato dell’Italia nel mondo), Alesssandro Fortis, Vittorio Valletta e da un lungo elenco di patrioti insigni.

Proponiamo alcune pagine dell’ultimo capitolo del libro, sul massone Pietro Musso, un „massone di base“, cuneese come Mola, che dal 1980 è Medaglia d’Oro di benemerito della Cultura, su proposta dell’allora ministro della Pubblica istruzione Adolfo Sarti, con decreto firmato da Sandro Pertini.

Pietro Musso: un maestro massone in classe in loggia nella vita 

Ab uno disce omnes. Ogni vicenda umana è unica e irripetibile. Le vite dei massoni d’Italia risultano tra le più segmentate e sofferte. Molte non sono state a lieto fine. Valgono d’esempio quelle di Placido Martini e degli altri “fratelli” assassinati dai tedeschi alle Fosse Ardeatine in Roma il 24 marzo 1944 e dei massoni nei decenni successivi ricorrentemente esposti a gogna mediatica e duramente penalizzati nella vita quotidiana solo perché tali. Le loro vicissitudini sono più drammatiche di quelle toccate alle “sette” religiose e alle minoranze dei partiti totalitari perché la Fraternità Muratòria non è una “religione” (“rivelata” o “inventata”), né si identifica con una filosofia politica o una ideologia: quindi, sotto il profilo dei principi e del metodo non può essere tacciata di settarismo né di devianza. Si è eretici solo se si abbandona un “credo” e se ne sceglie un altro. Ma la massoneria non ha alcuna dottrina. Essa è uno Spazio autonomo, ai margini dei poteri civili, ora indifferenti, ora tolleranti, talvolta ostili, talaltra corrivi a perseguitarla. Anche se non è certo giuridicamente e moralmente giustificabile, è storiograficamente comprensibile che i Poteri politici e/o religiosi abbiano represso, anche con metodi ripugnanti, le opposizioni, annientate come “eresie”. La demonizzazione, la condanna e la repressione dei massoni non trova invece alcuna spiegazione, se non la constatazione del fanatismo di chi l’ha praticata e continua, oggi come nei secoli andati.

In Italia i massoni vissero nel flusso della storia, cangiante. Molti di essi crebbero nella certezza delle “umane sorti e progressive” ma poi cozzarono con pregiudizi e ostracismo. Anche i massoni pentiti o semplicemente passati “in sonno” non poterono però affermare di essere stati costretti a bussare alle porte del Tempio. È il caso, fra i molti, non solo di “piduisti” che accamparono scuse autolesionistiche per chiedere indulgenza, ma anche, per esempio, dell’ingegner Carlo De Benedetti, che si fece iniziare in una loggia torinese per “grande e naturale simpatia verso le tradizioni laiche nelle loro varie espressioni culturali”, ma vi si affacciò due sole volte tra l’autunno del 1973 il 1975. Deluso rispetto a promesse e aspettative, interruppe ogni rapporto con la loggia, ma per alto senso della dignità sua e dei fratelli, non insinuò di essere stato indotto.

Quale parabola della Libera muratoria in Italia dai successi di primo Novecento all’età del regime di partito unico risulta emblematico il profilo di Pietro Musso, un fratello “di base” in una città di periferia. Egli visse la stagione ascendente dell’Ordine, concorse a farne il volano dell’ammodernamento civile del Paese, fu eletto venerabile, assisté al crollo repentino del Tempio essoterico, creduto indistruttibile, e visse il resto del suo tempo terreno in quello esoterico, silente e fedele al giuramento pre- stato alla sua iniziazione. “Segnato” ma mai rassegnato, non vide la rinascita della Libera Muratoria in Italia. Bene sapeva, però, che tanti altri massoni avevano sofferto e subivano vessazioni molto più gravi di quelle toccate a lui, solo perché fratelli. È un esempio di quanto volle e ancora vuol dire essere massoni in Terra di Ausonia: ricerca, speranze, austerità, tetragona coerenza usque ad mortem e culto della libertà, nella certezza che la carne lascia le ossa ma l’acacia rifiorirà”.

Tale sorte ebbe Pietro Musso, nativo di Margarita, un comune di 1500 abitanti poco lontano da Cuneo, iniziato massone il 13 marzo 1909 nella loggia “Vita Nova” di Cuneo, all’obbedienza del Grande Oriente d’Italia. Il suo diploma fu registrato al n. 28.577 della matricola dell’Ordine. Humili genere natus il 17 aprile 1876, insegnante di scuola elementare, quando morì alla vita profana e “vide la Luce” era “nel mezzo del cammin della sua vita”. Compagno il 2 febbraio 1910, il 9 maggio fu elevato a maestro massone. Il suo cursus è analogo a quello di migliaia di confratelli tra il culmine dell’età giolittiana e il fatale 1925, quando in Italia la Libera Muratoria fu costretta a vent’anni di apnea.

A inizio Novecento non era facile “massonizzare” in una provincia di confine quale la “Granda”, periferica nel Paese delle cento città, dalle molte capitali storiche e ancora privo di un vero centro politico-culturale aggregante, a differenza di Spagna, Francia, Gran Bretagna.

Quando Musso fu iniziato, in Piemonte la massoneria riaffiorava come fiume carsico dopo decenni di silenzio. L’atlante cronologico delle logge indica che alcuni capoluoghi di provincia contavano varie officine, altri non ne avevano nessuna. Mezzo secolo dopo la rinascita del 1859-1861 la Libera Muratoria rimaneva realtà urbana anziché presenza capillare. Nella fiorente e gratificante età di Lemmi, il Piemonte contò cinque logge a Torino sulle otto dell’intera regione. Le altre erano ad Alessandria,2 Novara e Verres, nel circondario di Aosta. Era meno diffusa di quanto fosse stata nel Settecento e nell’età napoleonica. Negli anni dell’unificazione nazionale il Cuneese aveva contato tre logge di qualche peso. La prima, “Fratellanza”, fu costituita nel 1860 a Mondovì (nel dicembre 1861 il suo rappresentante partecipò in Torino alla prima Assemblea costituente del Grande Oriente). La seconda, “Roma”, accese le luci in Cuneo, con venerabile il protomedico Luigi Parola. Già sindaco della città, deputato alla Camera subalpina, consigliere provinciale, promotore della società operaia di mutuo soccorso e della cassa di risparmio, Parola è raffigurato in un severo busto affacciato sullo scalone d’onore di Palazzo Civico, antico collegio del Gesuiti. Concorse anche all’erezione della facciata neoclassica del Duomo cittadino ed ebbe austeri funerali cattolici. Terza loggia, la “Vagenna” di Alba, ebbe venerabile Alerino Como, avvocato, scrittore, deputato e a lungo vicepresidente del consiglio provinciale. La “Fratellanza” e la “Vagenna” durarono poco. La “Roma” si sciolse per consunzione nel giugno 1865.

Nel quarantennio seguente la “Granda” non ebbe officine. Nel 1905 fu fondata la “Vita Nova”, a Mondovì, ove la tensione tra liberali, clericali antirisorgimentali e socialisti (che vi pubblicarono il settimanale “Lotte Nuove”) indusse i liberi muratori a riorganizzarsi. Ad alzare le colonne della loggia (di Rito scozzese antico e accettato) furono i membri di un triangolo locale e fratelli della “Dante Alighieri” di Torino. Nel 1907 suo venerabile fu l’avvocato Giovanni Musso. Formata da notabili, nel 1907 la “Vita Nova” migrò a Cuneo. Il 20 aprile 1911 tre suoi precedenti affiliati ricostituirono un triangolo a Mondovì. La traslazione aveva motivi politici.

 

Dal 1911 la “Vita Nova” attivò triangoli a Borgo San Dalmazzo, Caraglio, Ceva, Mondovì, Saluzzo, Savigliano e Valdieri. Il suo venerabile, Angelo Segre, fu lo stratega della riscossa nelle elezioni comunali (1912), capitanata dal trentenne Marcello Soleri, avvocato, sorretto da una vasta parentela di notabili e già beneviso a Giolitti. Il 15 maggio 1913 Soleri si dimise per candidarsi a deputato alla Camera in contrapposizione al deputato in carica, Tancredi Galimberti, passato dal laicismo giovanile (fu sottosegretario all’Istruzione a fianco del massonissimo Nunzio Nasi, deputato di Trapani) alla sponda cattolico-moderata. La lotta locale fu una delle tre al centro dell’attenzione nazionale, come la candidatura di Romolo Murri, sacerdote sospeso a divinis, sorretto da radicali e massoni nel collegio di Montegiorgio, e quella di Gaetano Salvemini a Molfetta contro Pietro Pansini, favorito dal “ministro della mala vita”. Per intervento discreto ed efficace di chi poteva orientarli, il 29 ottobre 1913 a Cuneo i cattolici si astennero e così spianarono la vittoria di Soleri, eletto al primo turno. A suo modo fu un “patto Gentiloni” perché comunque favorì il successo di un giolittiano.

Numericamente scarno ma politicamente scaltro, il plotone di Angelo Segre in pochi anni conseguì un risultato politico di ampia portata. Pro-sindaco al posto di Soleri, l’israelita Marco Cassin a sua volta fu eletto deputato nel collegio di Borgo San Dalmazzo, in aspra contesa (ci scappò persino un morto) contro il clericale Alessandro Rovasenda di Rovasenda, da lui sconfitto grazie al sostegno di massoni decisi e determinanti, come Ferdinando De Matheis, e di militanti dell’Associazione Giordano Bruno, antenna del Libero Pensiero, bene ramificata nel mondo dell’insegnamento. Al governo della città ascese l’avvocato Luigi Fresia. Non era affiliato, ma molti ne ebbe a fianco, come il notaio Riccardo Bongiovanni (congiunto del generale Luigi Capello), gli avvocati Giuseppe Streri, Angelo Segre ed Eugenio Cavaglione, prudentemente affiliato a Torino.

Nel 1919 la “Vita Nova” elesse venerabile Pietro Musso, che indicò la propria abitazione quale recapito della loggia (via XX settembre 39): nulla da nascondere; anzi, motivo di orgoglio. Nel 1923 Segre tornò alla guida dell’officina e lo rimase sino allo scioglimento. Altri cuneesi massonizzavano in orienti lontani. Era il caso di Ermete Revelli, cassiere della Cassa di risparmio di Cuneo, padre del comandante partigiano e Benvenuto (Nuto), iniziato il 19 dicembre 1904 alla “Propaganda Massonica” di Torino, come lo scrittore Nino Berrini, Carlo Angela e un battaglione di notabili piemontesi del primo Novecento. La cuneese “Vita Nova” prese sede come Circolo Garibaldi presso il Fascio Democratico, in via Mondovì 14, a due passi dalla sinagoga, all’epoca fiorente. Musso non ostentò ma neppure celò la sua affiliazione.

La legge 26 novembre 1925 non ne comportò l’esclusione dall’insegnamento. Altrettanto avvenne per ufficiali, magistrati e docenti passati a vele spiegate dalle logge ai fasci locali o rimasti ai margini della vita pubblica. Musso perpetuò il suo magistero civile dalla cattedra e nella vita quotidiana sino alla morte, che lo colse il 16 maggio 1941. Fedele alla consegna, la famiglia non prese il lutto. La salma “proseguì per Torino”, ove fu cremata. Nelle principali festività offriva pranzo agli scolari trovatelli e di famiglia povera. Al termine dell’anno ospitava la classe nel giardino di casa, a Margarita. Certo era additato e persino schivato da chi riteneva che i “frammassoni” fossero tenebrosi se non proprio assatanati. Ma, per quanto si sa, nessuno gli mancò di rispetto.

Pietro Musso è paradigma della lunga traversata del regime di migliaia di fratelli pubblici dipendenti, “uomini liberi e di buoni costumi”, messi al sicuro da Domizio Torrigiani, che sciolse le logge, prese su di sé il pesante fardello del carisma di gran maestro, affidò al Comitato ordinatore la gestione dei “metalli” e fu condannato al confino di polizia. Vita difficile ebbero liberi professionisti ostracizzati dalle amministrazioni pubbliche, artisti (come i fotografi d’arte Scoffone iniziati alla Gran Loggia d’Italia) e dipendenti di imprese private i cui proprietari non volevano fastidi dal “potere”. Altri ressero con dignità. Fu il caso dei Milardi, membri del Grande Oriente, proprietari di un’officina che riceveva commesse dalla FIAT del fratello Vittorio Valletta. Ospitarono generosamente il massone Arcangelo Ghisleri, geografo insigne, caposcuola del Libero Pensiero.

La sorte dei massoni prefigurò quella, di gran lunga più drammatica, degli ebrei dal 1938 in poi. Nel 1925-1926 nessuno però immaginava quanto sarebbe accaduto un decennio dopo, quando anche i Rotary furono costretti a sciogliersi per sottrarsi all’onta della soppressione per incompatibilità col regime. Quello di Cuneo era stato fondato dall’industriale Luigi Burgo, di confessione evangelica, poi senatore del regno.

A Pietro Musso, maestro universale, è intitolata una prestigiosa officina della Provincia Granda.

Aldo Mola

Aldo Alessandro Mola è uno storico e saggista italiano.

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