Il Governo Di Maio – Salvini parte carico di contraddizioni e rischia di fermarsi già a marzo in vista delle elezioni europee

di Enrico Cisnetto | 14 maggio 2018

A caldo, subito dopo il voto del 4 marzo scrivemmo qui “preparatevi alla disgregazione”, specificando che sarebbe stato un bene perché l’unico frutto che era sperabile potesse dare la nuova legislatura consisteva proprio nella frantumazione dei partiti e delle alleanze che si erano presentati alle elezioni e che da esse erano usciti tutti sconfitti, anche se distinguibili tra nettamente perdenti e “non vincitori”. È un giudizio che ribadiamo oggi, a poche ore – a quanto sembra – dalla formazione di un governo 5stelle-Lega. E non perché immaginiamo un inciampo del duo Di Maio-Salvini sulla linea del traguardo – cosa ancora possibile, per carità, ma assai improbabile, non fosse altro perché in quel caso i due finirebbero triturati – ma per l’alta probabilità che quello della scomposizione, anche brutale, delle forze e delle loro fragili aggregazioni possa essere l’esito finale, non lontano nel tempo, di questa situazione. E ciò nonostante che siamo stati noi di TerzaRepubblica i primi, già un paio di anni fa, a raccontare della nascente trama tra populisti, sia per i rapporti personali tra Gianroberto Casaleggio e Matteo Salvini, nati ben prima della morte del fondatore della società che detiene il marchio dei pentastellati, sia per la naturale convergenza su diversi temi, trama negata fino al giorno del voto e poi confessata subito dopo.

Ragioniamoci con la mente sgombra da qualunque pregiudizio. Partiamo dal contraente più forte di questo contratto di governo in via di scrittura. Di Maio, che già partiva con l’handicap di non avere Grillo dalla sua parte, ci arriva debole, sfiancato da oltre due mesi di tira e molla in cui da un lato ha dovuto indossare i panni del Duca di Mantova che nel Rigoletto canta “questa o quella per me pari sono” e sostenere che Lega o Pd “pari” sarebbero stati come alleati pur di andare al governo, mentre dall’altro si è sottoposto ad uno sfibrante lavoro di smontaggio delle tesi sostenute fino a poco prima, conclusosi con l’apoteosi del trasformismo quando è passato senza colpo ferire dal Berlusconi “male assoluto” al “non abbiamo alcuna preclusione personale” verso il Cavaliere. Ora deve scrivere un programma in cui lui personalmente, da moderato qual è, sarà ben felice di accogliere le riserve anti-sovraniste del Capo dello Stato, ma nello stesso tempo quei paletti sono altrettanti rospi che non sarà facile far ingoiare all’ala più radicale del movimento e alla componente più intransigente dell’elettorato grillino. Dunque sarà costretto a muoversi dando il colpo al cerchio delle scelte demagogiche che vorranno imporgli Grillo e Di Battista – scommettiamo che il comico genovese ripeterà ancora, a governo fatto, l’uscita di qualche giorno fa sul referendum anti euro? – come pure i fiancheggiatori col fucile puntato (vedi Travaglio), e il colpo alla botte delle politiche europeistiche e atlantiche che gli imporranno il Quirinale, la Ue, la Bce, gli imprenditori e i mercati, in un contesto in cui verranno rapidamente meno, a tutto danno della crescita economica, i vantaggi regalati ai governi dalla politica monetaria. Fin d’ora è facile predire che per Di Maio il logoramento sarà micidiale.

Non meno problemi si prevedono per Salvini. È vero che il leader della Lega alla fine ha ottenuto il via libera di Berlusconi, ma dopo uno stress durato due mesi che ha lasciato il segno. Segno impresso anche e forse prima di tutto sul corpo del Cavaliere, per carità, ma al costo per Salvini di dover accentuare le sue posizioni più estreme, come dimostrano diversi passaggi politici delle ultime settimane, vicenda Siria in testa. Con troppa superficialità si è descritto il pur abile Matteo padano come il capo del centro-destra, mentre è evidente che allo stesso tempo egli è troppo lontano dal suo anziano alleato per disporre anche della sua forza – all’appuntamento con la formazione dell’alleanza di governo è arrivato nelle più modeste vesti di segretario di un partito che ha la metà dei voti e del peso politico esibito da Di Maio, e non in quelle di leader dell’intera coalizione – e troppo vicino per potersi rendere autonomo fino in fondo. Anche perché Salvini ha firmato lo stesso programma elettorale di Forza Italia e condivide con Berlusconi e Meloni (nel frattempo brutalmente scaricata nel gioco del patto a due con Di Maio) i parlamentari eletti nelle liste uninominali. Ed è sottile la linea di confine che separa la possibilità di lanciare con successo un’opa su tutto il centro-destra da quella di subire il rinculo di mosse avventate, considerato che da sempre in questo paese i moderati sono maggioranza rispetto agli estremisti, tanto più se declinati in chiave sovranista e isolazionista.

Inoltre, sia Di Maio che Salvini saranno inevitabilmente costretti a pagare il prezzo – salato – imposto dall’esplodere della contraddizione tra le parole d’ordine usate in campagna elettorale per massimizzare il consenso e la dura realtà dei fatti e le scelte che essa di conseguenza impone. Ergo, se cercheranno di tener fede alle costosissime promesse fatte, dalla flat tax alla cancellazione della legge Fornero passando per il reddito di cittadinanza, terranno i consensi ma si schianteranno politicamente, mentre se faranno i realisti al cospetto dei problemi pagheranno la tenuta sul piano politico con un venir meno dei voti. E siccome, a parte le comunali di giugno, si prospetta una campagna elettorale importante nella prossima primavera per le elezioni europee già fissate per il 26 maggio 2019, ecco che per il nascente governo Di Maio-Salvini già si prospetta il redde rationem a marzo, quando avrà compiuto solo il nono mese di vita.

Sia chiaro, non siamo cultori del “tanto peggio, tanto meglio”, non ci auguriamo, per una qualche pregiudiziale ideologica o estetica (anche se non ne mancherebbero i motivi), che il nuovo esecutivo caschi prima ancora che sia stato messo in piedi. Ma non possiamo fare a meno di notare tutte le contraddizioni che sono davanti a noi – oggi non abbiamo parlato di quelle del Pd solo perché lo abbiamo già fatto, e comunque si aggiungono a quelle della nuova maggioranza grillino-leghista – e dire con franchezza che esse ci rafforzano nella convinzione già maturata subito dopo il 4 marzo che assisteremo a profondi rivolgimenti interni nei partiti e nelle alleanze, e di conseguenza alla scomposizione – e, speriamo, ricomposizione – del sistema politico. Per questo, ribadiamo: l’unica speranza che in questo momento ci sentiamo razionalmente di coltivare è che la legislatura breve che si è appena inaugurata abbia come risultato positivo il sostanziale azzeramento della geografia politica. In modo che quando si tornerà a votare, lo si faccia sì con una normativa elettorale nuova rispetto al deprecabile sistema con cui siamo andati due mesi fa alle urne, ma anche e soprattutto con la possibilità di usufruire di una diversa offerta politica.

Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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