Il disastro di Genova certifica il declino dell’Italia ma può scuotere le coscienze della minoranza operosa per un nuovo Risorgimento

di Enrico Cisnetto | 20 agosto 2018

Genova, Italia. La sconvolgente tragedia di Genova, tanto nelle sue cause quanto nelle conseguenze e nelle reazioni che ha suscitato, appare la nitida fotografia dell’Italia, del suo ormai trentennale declino e della crisi di sistema che stiamo drammaticamente vivendo. Se vogliamo, anche per onorare le vittime e rendere un po’ meno inutile la loro morte, trarre una lezione da quanto è accaduto, dobbiamo – evitando lo sciacallaggio politico che si è subito indecorosamente innescato, con ampio scempio dello Stato di diritto – capire la connessione profonda tra la vicenda del ponte crollato nel capoluogo ligure e la condizione del Paese. Cercando di capirne le cause più profonde e trovando nel rigore dell’analisi la forza morale e la lucidità politica che sono necessarie per arrestare il processo di decadenza e invertire il senso di marcia.

Partiamo dalle cause. Non è ovviamente qui il luogo per analizzare le cause tecniche del crollo e accertare eventuali responsabilità, non ne abbiamo né le competenze né il ruolo, e comunque vogliamo sottrarci a questo a dir poco diseducativo rituale del “siamo tutti ingegneri” esperti di tecnicalità infrastrutturali e del “siamo tutti magistrati” in grado di giudicare, e per questo abbiamo diritto di sentenziare. Anzi, siamo convinti che una delle cause del declino italiano sia proprio questa insana abitudine, alimentata da media pessimi e ignoranti, di immaginare complotti e inscenare pubblici processi e giudizi sommari in cui si formulano accuse ed emettono condanne, su qualunque cosa, materie scientifiche comprese. Cosa che ha alimentato – e ne è alimentata, in un perverso meccanismo di causa ed effetto – l’imperante cultura del “uno vale uno” in base alla quale competenza e incompetenza hanno lo stesso valore, ed essendo la seconda più diffusa della prima non può che risultare predominante.

Una cosa, però, ci sentiamo di dirla. Come ha efficacemente scritto Antonio Polito sul Corriere della Sera, “l’Italia è un Paese costruito negli anni 60, abbandonato dagli anni 90, che ha cominciato a venir giù da dieci anni”. Le ragioni sono molteplici. Polito ne individua una di natura sociologico-culturale: “abbiamo smesso di credere nel progresso, perché tutto (l’ambiente, l’austerità, i comitati dei cittadini, la Corte dei conti, la lotta agli sperperi e alla corruzione) ci sembra più importante e c’è sempre una buona ragione per non fare nulla”. Sacrosanto. Noi ne aggiungiamo un’altra, più politica. Dall’inizio degli anni Novanta abbiamo smesso di destinare risorse – soldi, mezzi, persone – alla manutenzione ordinaria e straordinaria del Paese: le infrastrutture, il territorio, le città. Il degrado di Roma ne è un esempio lampante. Come pure l’incuria di fiumi e boschi che è stata causa di mille frane, smottamenti, alluvioni. La stessa Genova ha dovuto più volte tenere una tragica contabilità di morti e danni. Eppure la spesa pubblica è aumentata in modo esponenziale. In termini nominali e al netto degli interessi sul debito, essa è passata dai 370 miliardi di euro del 1990 agli attuali 850 miliardi. Due volte e mezzo in più. Solo che questa enorme massa di risorse è stata utilizzata per spesa corrente improduttiva, non per ammodernare e accrescere le infrastrutture e manutenere il territorio. E comunque quel poco che si è speso, lo si è fatto per curare (tamponare), non per prevenire. A torto o a ragione, la politica ha ritenuto che la prima fosse spesa elettoralmente pagante, la seconda no.

Il combinato disposto di queste ragioni hanno generato due partiti di massa egemoni, il “partito del No” a tutto e il suo succedaneo “non nel mio giardino”, che hanno condizionato il comportamento di una politica che nel frattempo ha risposto al suo indubitabile distacco dai cittadini attuando una formula distorta del pur necessario “ascolto”, cioè il sistema: “diteci che cosa volete e noi vi diciamo quello che volete sentirvi dire”. Che è esattamente l’opposto del necessario: “noi ascoltiamo le diverse istanze, le riconduciamo mediandole all’interesse generale, elaborando sulla base delle diverse culture politiche delle proposte programmatiche sulla base delle quali vi chiediamo il vostro consenso”. È l’Italia dei comitati e comitatini: un impasto di paura del nuovo, ignoranza tecnologica, convinzione che la corruzione sia sottostante a qualunque istanza del fare, cultura del “rischio zero”. Cui si aggiunge, traendone ragione e copertura, pratica e morale, l’Italia della burocrazia ottusa e deresponsabilizzata, dei ricorsi al Tar sempre e comunque, dei Torquemada mediatici e della magistratura giustizialista. Il cui risultato è stato, ed è, un sostanziale immobilismo camuffato sotto la messa in scena del “dibattito infinito”. Come, per esempio, tornando a Genova, è stata la vicenda della Gronda. Cioè di un circuito di viabilità alternativo/integrativo del viadotto crollato di cui si parla da oltre un ventennio e che – per le contraddizioni della sinistra e il dilettantismo della destra, cui si aggiunto negli ultimi anni il populismo grillino (basta leggere cosa dicevano fino a poco tempo fa i pentastellati della Gronda, come furbizia di speculatori che raccontano la favola che il ponte Morandi può crollare) – è ancora da realizzare. Per la povera Italia ci poteva essere altra sorte che il declino, lento ma inesorabile e costellato da momenti di dolore immane? E le reazioni al dramma di Genova cui abbiamo assistito da parte del governo e della classe dirigente tutta – un misto di inettitudine (vedi la vicenda della revoca o meno della concessione autostradale), sciacallaggio elettorale e strame del diritto –fanno forse pensare che ci siano non si le condizioni ma almeno le premesse per il colpo di reni che, solo, può risparmiarci il baratro?

Sapete bene, cari lettori, che in questa sede trovate solo realismo, nudo e crudo. E sappiamo bene, noi, che il realismo con cui amiamo analizzare i problemi e indicare le possibili soluzioni è assai spesso scambiato per una inclinazione al pessimismo. In buona misura considerata inevitabile, ma che talvolta ci viene rimproverata. Di solito ci difendiamo, con l’arma della ragione. Stavolta no. Stavolta ci dichiariamo ottimisti. Inopinatamente, si dirà. E sia. Ma siamo fiduciosi. Perché abbiamo l’impressione che questa tragedia – mai come nessun’altra e ben al di là della contabilità funeraria – abbia fatto breccia negli italiani, e stia spingendo molti a riportare il pensiero su ciò che ci circonda, sulla nostra condizione e su ciò che ci aspetta, verso il cervello, sottraendolo alla visceralità della pancia. E stia inducendo un po’ della borghesia produttiva a scuotersi dal torpore in cui da troppo tempo è caduta. Sì, parliamo proprio di quel fondamentale segmento sociale che in questi anni ha negligentemente rinunciato ad esercitare il suo ruolo storico di stimolo e di guida dell’intera società, estraendo dalle proprie fila la classe dirigente preparata di cui un paese difficile come il nostro abbisogna più di altri, specie in situazioni interne e internazionali di estrema complessità e in fasi di cambiamenti epocali di paradigma come quella che stiamo vivendo. Sarà forse un’illusione, una speranza scambiata per sostanza per farsi coraggio di fronte a una tragedia che ci ha colpito al cuore, ma stavolta, di fronte al Paese che va (letteralmente) ricostruito, osiamo scommettere su un sussulto di orgoglio nazionale.

D’altra parte, se così non dovesse essere, ci aspetterebbe un autunno tremendo. Per Genova, che spaccata in due da quei maledetti duecento metri di autostrada crollata, rischia il collasso. E per l’Italia, che con l’economia in frenata e il ranking della credibilità internazionale mai così in basso, è già nel mirino dei mercati in attesa che le bizzarre e contraddittorie intenzioni del governo in materia di politica economica si manifestino nella manovra autunnale di bilancio. Per questo, è il momento di unire le forze sane, fatte di intelligenza e senso di responsabilità, che pure nel Paese non mancano. Non sarà la maggioranza silenziosa – che peraltro con il suo egoistico tenere la bocca chiusa porta una responsabilità non piccola del nostro disastro – ma una minoranza operosa sì. E per il Risorgimento, una corposa minoranza, armata di realismo e buona volontà, basta e avanza.

Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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