Il compromesso con l’Europa è quasi impossibile

di Enrico Cisnetto | 26 Nov 2018

Non prendiamoci in giro. Ammesso, e non concesso, che ci siano margini per l’Italia di ricucire con l’Europa ed evitare la procedura di infrazione ormai avviata, non è semplicemente un compromesso purchessia quello che oggi serve al paese. E comunque, il primo dei nostri problemi non è il contenzioso con la Commissione Ue. Alla vigilia dell’incontro tra Conte e Juncker – che di storico non avrà nulla, e neppure di risolutivo – sono emerse molte ipotesi su come il governo potrebbe ottenere una qualche benevolenza da parte di Bruxelles. La formula magica più evocata è la “rimodulazione”, intendendo con essa una rivisitazione prudenziale della manovra di bilancio, così da dare un contentino agli eurocrati – che potranno vantare l’esercizio della coercizione – ma nel contempo preservare a 5stelle e Lega la possibilità di dire ai loro elettori che non si sono traditi gli impegni presi. Sia perché la linea del Piave del deficit al 2,4% rimarrebbe salva, evitando di dover rinnegare i festeggiamenti al balcone, sia perché nessuno dei provvedimenti simbolo, dalla riforma della Fornero al reddito di cittadinanza, sarà rinnegato. In particolare, pare di capire, si vorrebbe agire sia dal lato dei tempi, rinviando più avanti l’entrata in vigore delle misure più controverse sia da quello delle integrazioni alle norme già decise, tipo la vendita di asset pubblici, mobiliari e immobiliari, per almeno un punto di pil (18 miliardi). Inoltre si immagina che buttare la palla avanti, scavallando le elezioni europee, consentirebbe ai sovranisti al governo di coltivare la speranza (l’illusione?) che la consultazione di fine maggio ridisegni la geografia politica dell’Europa, mandando a casa tutti coloro che vogliono castigare l’Italia, dai vertici della Commissione ai leader dei paesi più ostili, Macron e Merkel in testa.

Francamente, siamo portati a credere che questa “ammuina” non sarà sufficiente a far recedere l’Europa dai suoi intenti. Ma anche ammesso, invece, che il mellifluo avvocato che inopinatamente occupa la poltrona più importante di palazzo Chigi, per l’occasione si travesta da incantatore di serpenti e riesca nella mission impossible, quale vantaggio ne trarrebbe il paese? Si dirà: smorzare i toni dello scontro con la Ue ed evitare la procedura sanzionatoria. Vero, e non sarebbe cosa da poco se davvero ci si arrivasse. Ma il prezzo – ben più alto dei vantaggi conquistati – sarebbe quello di non modificare la filosofia della manovra. Mentre ora ciò che più ci serve è correggere radicalmente la politica economica, che nonostante i proclami del “governo del cambiamento” è rimasta perfetta allineata a quella degli ultimi governi, all’insegna della spesa pubblica corrente finalizzata a un po’ di redistribuzione delle risorse venduta come politica della domanda capace di aiutare la crescita. E come quella precedente, destinata a risultare perdente.

Non sta nel deficit al 2,4% del pil la criticità della manovra gialloverde – tant’è vero che la procedura d’infrazione della Ue è basata sul debito, il cui aumento la legge di bilancio non sarebbe in grado di arginare – bensì nei suoi contenuti, incapaci di generare sviluppo e, tantomeno, di evitare che la stagnazione odierna si trasformi velocemente in recessione. Se quei provvedimenti, poveri di investimenti in conto capitale e ricchi di spesa corrente, fossero in grado di generare reddito e occupazione, saremmo noi i primi a plaudire la violazione degli accordi europei. E altrettanto farebbero i mercati, ai quali le regole comunitarie interessano punto. Anzi, le stesse cancellerie europee avrebbero indotto la Commissione a chiudere gli occhi, come è avvenuto tante volte, e il contenzioso non sarebbe neppure sorto. Ma non essendo così, sono gli italiani prima ancora degli altri coinquilini dell’eurosistema – una volta tanto lo slogan “prima gli italiani” ha ragion d’essere – a doversi ribellare a questa deriva, che ci porta dritti dritti alla terza recessione in dieci anni.

Finora a ribellarsi erano stati i mercati. Una reazione misurabile con l’indice della Borsa – il peggioramento dei corsi azionari e obbligazionari ha ridotto il valore della ricchezza finanziaria delle famiglie per circa 60 miliardi – e con lo spread, che dopo aver bruciato ricchezza per 85 miliardi nel primo semestre dell’anno, ora che si mantiene stabilmente sopra i 300 punti sta moltiplicando il suo effetto nefasto. Considerato che l’Istat stima in 7 decimi la quantità di pil su base annua che 100 punti di spread erodono, è facile calcolare che dalle elezioni di marzo ad oggi il differenziale d’interesse che misura il grado di rischio dell’Italia rispetto alla Germania, ci ha mangiato l’1,4% del pil, oltre 25 miliardi. Il 5 marzo, a urne chiuse, lo spread era infatti di 136 punti e ad aprile, quando Mattarella diede l’incarico esplorativo ai presidenti delle due camere, Casellati e Fico, era persino sceso di una ventina di punti. Il primo giugno, al momento dell’insediamento del governo Conte, lo spread era a 238 punti, certificando che i tre mesi di contorcimento post elettorale, durante i quali sembrava impossibile trovare uno sbocco, ci erano costati 100 punti. Altrettanti ce ne sono costati i cinque mesi e mezzo in cui il “governo del cambiamento “ (sic) è stato all’opera, considerato che nei giorni scorsi si è toccato il picco dei 340 punti. Con il risultato che l’economia si è fermata e i tassi sui mutui sottoscritti dalle famiglie sono rincarati di 60 punti base, a tutto danno della propensione ai consumi. Ecco perché la fuga dai nostri titoli di Stato non è più soltanto una scelta degli investitori stranieri, ma anche dei risparmiatori italiani e delle nostre affannatissime banche. Il flop dell’emissione del Btp Italia, che ha raccolto solo 2,1 miliardi rispetto ai 7-9 attesi (peggio era successo solo nel 2012), è lì a testimoniarlo. E getta una luce sinistra sulla possibilità che nel 2019 si riesca a raccogliere i circa 400 miliardi che dovremmo tirar su dalle nuove aste, necessari a rimborsare le vecchie emissioni e sostenere il debito pubblico.

Ecco perché, al cospetto della stagnazione presente e della recessione incombente, e di fronte ad una possibile crisi di liquidità dello Stato, che potrebbe aggravarsi se Draghi non riuscisse a convincere gli altri partner europei a far prolungare anche l’anno prossimo la politica monetaria espansiva della Bce, le baruffe tra Roma e Bruxelles e quelle dentro il governo appaiono sideralmente lontane dalla realtà e drammaticamente irresponsabili. A nostro giudizio il paese reale, imprenditori e mondo del lavoro in testa, se ne sta rendendo conto con crescente consapevolezza, a dispetto dei sondaggi, che francamente ci paiono datati. E, forse, se ne stanno rendendo conto anche i pochi che nel governo hanno gli strumenti per leggere il corso delle cose.  Il problema è che invertire la rotta, cambiando drasticamente la manovra, pone problemi politici che paiono insormontabili. Perché bisognerebbe puntare tutto sugli investimenti, e per farlo andrebbe tagliata la spesa corrente. Cosa che mette in crisi entrambe le forze di governo, sia al loro interno che tra di esse. Le divergenze sulle infrastrutture, anche di natura ideologica, lo certificano. Anzi, la corda che tiene legati 5stelle e Lega è talmente sfilacciata, che è ormai sport nazionale domandarsi fino a quando l’esecutivo Conte potrà reggere. Sono molte le ragioni, tutte di convenienza, che militano a favore di un seppur travagliato trascinamento fino alle elezioni. Ma nello stesso tempo, la spaccatura ormai evidente dei pentastellati tra grillini movimentisti da un lato, e governativi al seguito di Di Maio, dall’altro, e la sofferenza della Lega che rischia di subire una pesante ribellione del suo elettorale del Nord (vecchio, recente e potenziale), sono altrettanti buoni motivi per pensare che si possa arrivare ad una rottura anche prima delle europee, o addirittura a brevissimo.

Certo, la mancanza di alternative condiziona. Mancano nell’attuale parlamento dove formare una maggioranza 5stelle-Pd è impossibile e una di centro-destra allargata a transfughi pentastellati è un terno al lotto, e mancherebbero in caso di elezioni anticipate -ammesso e non concesso che il Capo dello Stato le conceda – visto il ritardo del Pd a rinnovare linea politica e leadership e considerato che il “partito che non c’è” (“il buco al centro”, come recita efficacemente la copertina del magazine del Corriere della Sera diretto da Beppe Servegnini) faticherebbe ad esserci con poco tempo a disposizione per nascere. Ma è pur vero che senza un chiarimento politico reale – di cui non ci sono oggettivamente le condizioni – la paralisi politica, ormai nelle cose, rischia di aggravare in modo drammatico le difficoltà sul fronte dell’economia reale e della finanza pubblica. E alla fine, viene da pensare che tra l’assoluta certezza di finire sugli scogli se si lascia prevalere l’inerzia, anche se a causa di ben fondate preoccupazioni, e il rischio, pur altissimo, di capovolgere la nave derivante dall’apertura di una crisi politica, forse è meglio (meno peggio) l’azzardo del cimento.

Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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