I, Daniel Blake

Il film del grande #KenLoach, vincitore di #Cannes 2016, assolutamente da vedere, recensito per Pensalibero da Maria Rita Monaco

di Maria Rita Monaco | 24 ottobre 2016

L’ultimo film di Ken Loach, Palma d’Oro a Cannes 2016, nonostante la “puzzetta” sotto il naso di alcuni critici, è finalmente nelle nostre sala. Film assolutamente da vedere per tante e varie ragioni e, una delle principali non può non essere quella che il “vecchio” Loach. forte dei suoi appena ottanta anni, ha ancora l’energia, la rabbia e l’entusiasmo nel denunciare le storture di una società sempre più disumanizzata. Se a questo aggiungiamo la sua estrema correttezza nei confronti dei suoi personaggi e l’empatia dichiaratamente aperta nei confronti degli ultimi, gli emarginati, i più deboli, ecco che non possiamo fare a meno di vedere questo film.

Contro chi si levano la voce e lo sdegno di Loach? Contro una burocrazia cieca che ha perso di vista il cittadino, l’individuo forte della sua dignità caduto nella rete di un liberalismo selvaggio che tende sempre più a piegare e cancellare dignità e valori in nome di una ferrea efficienza disumanizzante attuata da altri uomini che. Pur rendendosi conto delle difficoltà di coloro che dovrebbero assistere e tutelare, li sprofondano sempre più nella povertà, nella disperazione, nell’abbandono, pur rispettando le norme di una legge che molti riconoscono ingiusta.

Il suo è ancora una volta un grido che invita tutti a prendere coscienza e non importa rispondere alla domanda di chi, pur di parlare, si chiede a cosa servono i film di  Ken Loach se li vanno a vedere solo gli intellettuali borghesi e non gli operai o gli sfruttati. Io credo e affermo che i film di Loack siano dedicati agli “ultimi” (che provano direttamente sulla loro pelle la cecità e la sordità di una società sempre più chiusa e insofferente al malessere del vicino) ma indirizzati a chi ha le leve del comando perché si decida a prendere delle iniziative a favore dei deboli.

Daniel Blake è un onesto lavoratore rispettoso delle leggi. Ammalato e impossibilitato a continuare il suo lavoro di falegname, si rivolge allo stato tramite  gli enti predisposti alla tutela dei cittadini ma trova solo porte chiuse, telefonate interminabili per fissare un appuntamento che non viene mai concesso, lunghe code e attese per sentirsi dire che non ha diritto al sussidio di disoccupazione perché il modulo che lui ha riempito a mano non ha valore, deve servirsi di internet e , se non lo sa usare deve frequentare un corso per imparare ma, pur di non rinunciare alla sua dignità affronta a viso aperto le assurdità di chi lo costringe più che cinquantenne e malato, a cercarsi un lavoro (che non c’è). E’ un realismo amaro e senza speranza quello di Loach  che racconta dei tanti Daniel Blake che continuano a diventare sempre più numeri e non individui in questo XXI secolo.

Storie di gente normale con un passato di lavoro, piccole gioie ma anche sofferenze. Gente perbene come Katie ragazza madre con due bambini che, in una delle scene che ti strappano l’anima (stretta tra le mani di Loach e del suo sceneggiatore Paul Laverty fin dalle prime scene) al banco alimentare apre una scatola di fagioli e li mangia con le mani infilandolesi in bocca a gran velocità per poi scoppiare in un pianto irrefrenabile e angosciato per il gesto dettato dalla fame, ma soprattutto piange sulla sua dignità perduta.  Loach crede e spera ancora in una forma di solidarietà, forse la sua è un’utopia, la solidarietà avviene solo tra emarginati che cercano di aiutarsi fra di loro, ma forse basterebbe ritrovare quei valori che abbiamo ormai perso di vista per tornare a provare empatia, amicizia, solidarietà per coloro che ci vivono accanto per cominciare a cambiare le cose.

Piccole storie , alcune anche divertenti, narrate con una rabbia composta e con la capacità di chi, attraverso il cinema, cerca di aprire gli occhi ad una società dominata dalla burocrazia e dalla tecnologia impersonale.

Maria Rita Monaco

Insegnante di lettere nelle scuole medie, alla fine degli anni settanta è tra i fondatori del Laboratorio Immagine Donna con il quale, sino al 2008, promuove festival cinematografici. Dal 1981 al 1987 è assistente in “Teoria e tecnica delle comunicazioni di Massa” del professor Baldelli presso l’Università di Firenze. Ha partecipato a progetti di educazione e comunicazione cinematografica e curato vari cineforum. Collaborato attivamente con la Biblioteca delle Donne di Soverato e con la Commissione Pari Opportunità di Catanzaro. Dal 2008 scrive recensioni di film e libri su Pensalibero.it

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