I Cinque stelle vanno sostenuti?

I Cinque stelle si stanno sforzando di fare del proprio meglio su alcuni dossier – altri perdendoli di vista nel giro di pochi attimi.

di Fabrizio Amadori | 30 luglio 2018

Devo dire che sto rivedendo il mio giudizio sui Cinque stelle.

Avevo contestato Di Maio non perché lo ritenessi troppo giovane per governare – che anzi per me la giovane età può risultare un vantaggio, come ho diffusamente sostenuto in un mio pamphlet di tanti anni fa (“Giovani e potere”) -. L’avevo contestato proprio perché mosso dallo spirito opposto, perché cioè ritenevo – e ritengo – che i ragazzi debbano avere, sì, più potere, ma che questo significa non solo conquistarlo, bensì anche mantenerlo. E per ottenere un simile risultato – pensavo e penso – occorre essere dei politici non bravi, ma bravissimi. Ed insomma, utilizzando il vecchio adagio spesso applicato alle donne, le quali per fare carriera – si dice – devono essere due volte più brave dei colleghi maschi, mi chiedevo se Di Maio si ritrovasse a soddisfarlo, un simile adagio, e mi era sembrato di no, onestamente: niente studi universitari, niente lavoro degno di questo nome, nessun talento specifico – in campo scientifico, artistico o letterario -. Perché insomma Di Maio e non il mio vicino di casa (che almeno è) architetto? Rispondere che era proprio questo il punto, mandare uno “di noi”, un rappresentante del popolo senza infamia e senza onore, non mi sembrava un granché, considerato che un discorso del genere può essere accettabile per un aspirante al parlamento, non al governo.

Devo dire però che i Cinque stelle si stanno sforzando di fare del proprio meglio su alcuni dossier – altri perdendoli di vista nel giro di pochi attimi -, ma soprattutto stanno tenendo la barra a dritta, sinora, per non farsi inglobare dai leghisti e dal linguaggio pericolosissimo di un Salvini, il quale ogni volta che dice “di essere un papà” lo fa per attaccare – talvolta violentemente nella sostanza – qualcuno. I Cinque stelle rappresentano davvero il ventre dell’Italia con tutte le sue turbolenze, contraddizioni e voci diverse, e la speranza è che possano acquisire una fisionomia più chiara da qui a sei mesi, se dureranno al governo, per agire da baluardo all’intransigenza leghista. L’importante è che non cadano su questioni aperte come la Tav. Mi rendo conto infatti che l’ambiente costituisca una questione fondamentale, ma la Torino-Lione è stata studiata a lungo da vari governi, e nessuno ha la bacchetta magica. Ecco, forse i Cinque stelle devono capire questo: di non averla, questa bacchetta magica. E capire di doverlo dire, di non averla. In un paese statico e poco meritocratico come l’Italia basta uno spostamento di pochi gradi per fare la differenza rispetto al passato. Solo così i Cinque stelle risulteranno più credibili agli occhi dell’elettorato che non crede alle favole ma che sarebbe disposto a votarli a fronte di un messaggio forte e chiaro dal punto di vista dei valori nonché di alcune vecchie e nuove battaglie che aspettano di essere combattute (e cioè: politica industriale basata su cosa voglia essere l’Italia agli occhi del mondo in cui esporta manufatti, rilancio del turismo magari con la rottamazione degli hotel e delle spiagge, lotta alla cementificazione selvaggia anche abbattendo ponti e strade, progetti di crescita condivisa con alcuni paesi africani – basterebbe una partnership tra alcune grandi regioni italiane e stati poveri di quel continente in vari modi, modi che non c’entrano nulla con l’ipocrisia degli spiccioli della cooperazione -, selezione in Italia di stranieri migranti in vista di un importante piano Marshall – espressione che usai per primo l’anno scorso e che ora vedo sfruttato da molti politici in contesti simili – per la rinascita, ed il ripopolamento, della dorsale appenninica nei termini espressi dal sottoscritto in un intervento sul giornale.it).

Per intanto ha fatto bene la sindaca di Torino Chiara Appendino a dichiarare di non accettare l’idea leghistissima (ebbene sì, il superlativo vuole proprio evocare un certo “baldanzoso” periodo della nostra storia) che le famiglie arcobaleno non esistano. E, a suo tempo, ha fatto male Grillo a non sostenere come candidato premier proprio una donna (come la sindaca di Torino, ma, ne sono sicuro, come altre presenti nel movimento): questo sì sarebbe stato un primo spostamento di alcuni gradi di cui ci sarebbe stato – e c’è – un grande bisogno. Una giovane donna candidata premier che abbia mostrato di valere qualcosa prima di buttarsi in politica: ci pensate che rivoluzione? O forse Grillo riteneva che questa fosse l’unica rivoluzione che il popolo grillino – in apparenza spumeggiante – non avrebbe sostenuto con entusiasmo (come del resto, temo, la maggioranza del popolo italiano)?

Fabrizio Amadori

Genovese, nato nel 1971, diplomato al liceo classico "Mazzini", laureato in filosofia all'Università Statale del capoluogo ligure, ama la letteratura in lingua tedesca e russa. Residente a Milano dal 1999, dopo varie esperienze, prima come responsabile di pizzeria (Germania) e poi come docente in Italia e all'estero (Zambia), si occupa da gennaio 2007 di comunicazione per le aziende (dalle piccolissime alle multinazionali). Al suo attivo ha numerose pubblicazioni - articoli e interviste - su giornali e riviste culturali nazionali ("Filosofia", "Avanguardia", "Poeti e poesia", "Ideazione", etc.). Da ricercatore in ambito letterario ha scritto soprattutto di teoria della scrittura (si veda, ad esempio, il suo breve saggio "Ragionare alla Poe", "Avanguardia" n. 59). Ottenuta nel 2000 una borsa di studio e ricerca da una Fondazione italo-americana per sviluppare il discorso iniziato col suo pamphlet "Giovani e potere" - o "Giovani, sesso e potere" a seconda dell'edizione - (prefazione di Dino Cofrancesco), ha potuto lavorare a stretto contatto, tra gli altri, con Anita Desai e Philip Levine. Polemista, si è occupato per i giornali anche di cultura. Di recente ha iniziato a pubblicare alcune poesie - o "testi rimati" come li definisce lui - sulla rivista "Poeti e poesia". Già membro della segreteria della "Enzo Tortora" di Milano e Consigliere generale della "Coscioni", si è occupato come oratore del referendum per l'abrogazione della Legge 40 portando a casa anche un importante risultato: convincere il quotidiano "Liberazione" - di ispirazione comunista - ad usare come allegato per la campagna il materiale dell'associazione radicale.

Rispondi

Il suo indirizzo e-mail non verrà pubblicatoI campi obbligatori sono marcati *

*