Gli italiani sono sempre più “americani”?

Morale della favola: tutto considerato i nostri concittadini, per i loro comportamenti consumistici e per la calante propensione al risparmio, sono sempre meno italiani e sempre più americani!

di Sàntolo Cannavale | 3 aprile 2016

E’ risaputo che gli americani hanno grossa propensione all’indebitamento per i loro acquisti e girano con un portafoglio rigonfio di carte di credito. Non sono mentalmente attrezzati per risparmiare risorse ed “irrobustire” il personale deposito bancario o postale.

Al contrario, gli europei ed in particolare gli italiani hanno una predilezione per il risparmio. Per atavica consuetudine, per tradizione ed insegnamento familiare, per chiara indicazione costituzionale. Infatti l’articolo 47 della nostra Costituzione recita espressamente:
“La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito.
Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese”.

Questo scenario e queste acclarate consuetudini stanno cambiando radicalmente registro negli ultimi cinque anni per via delle difficoltà economiche che sottraggono risorse accantonate dai cittadini nei periodi di vacche “meno magre” ed anche per i comportamenti anomali (o perlomeno inconsueti) della Banca Centrale Europea.

Il riferimento va al cosiddetto allentamento quantitativo (quantitative easing) della BCE, mediante il quale vengono create dal niente 80 miliardi di euro al mese destinati all’acquisto di titoli di Stato, obbligazioni di aziende europee e di società partecipate da Enti pubblici europei.

Va detto che questo stratagemma monetario anomalo e negativamente pervasivo è stato praticato a piene mani e per molti anni negli Stati Uniti, in Gran Bretagna ed in Giappone.
La Banca Centrale Europea si è praticamente accodata e sperimenta questo malsano marchingegno che dovrebbe operare per brevi periodi tempo, al fine di sollecitare e supportare le forze sane dell’economia nazionale, salvo poi fermarsi e riassorbire le risorse finanziarie create artificiosamente, una volta conseguiti gli obiettivi di stimolo e crescita programmati.

La storia insegna, però, che questo secondo passaggio ampiamente previsto e meditato dall’economista britannico John Maynard Keynes (scomparso il 21 aprile 1946) a partire dal 1936, e cioè l’assorbimento delle risorse create ad arte per pungolare gli investimenti pubblici in periodi di “scarsa motivazione” dei privati, ha puntualmente difficoltà a realizzarsi, lasciando uno strascico di inflazione e deprezzamento del valore della moneta nazionale.

Il messaggio collegato all’intervento monetario della BCE è chiaro: il risparmio dei cittadini non è più centrale e determinante nel gioco composito dell’economia nazionale. Il relativo finanziamento proviene in parte crescente con mezzi finanziari creati ad arte, con un “clic” di computer, per il tramite del sistema bancario.

Restano fermi tutti i dubbi sulla effettiva realizzazione dell’operazione sponsorizzata dalla BCE, tenuto conto della riottosità delle banche a dare seguito e sostanza al processo avviato da Francoforte e verificata la loro “svogliatezza” ad accordare crediti ad aziende ed operatori non finanziari.

Tale svogliatezza viene giustificata dalla dirigenza bancaria con la rischiosità insita nella concessione dei prestiti e con la percentuale di crediti non andati a buon fine (crediti incagliati o in sofferenza) che appesantiscono i loro bilanci e richiedono immissione di capitali aggiuntivi per adeguare il patrimonio aziendale agli standard richiesti o meglio “imposti”.

Attualmente le banche italiane registrano un peso di sofferenze per circa 200 miliardi di euro. Questo dato è considerato al lordo degli accantonamenti predisposti negli anni passati, pari a circa 120 miliardi di euro, per un valore netto di circa 80 miliardi di euro.

Qui si innesta tutta la discussione, in fase di svolgimento anche in sede europea, sul come e quando smaltire questo carico di “sofferenze finanziarie” che determinano le perplessità operative del sistema bancario italiano e non solo italiano.

Gli italiani per necessità, per la opprimente scura fiscale e per complessivo “condizionamento ambientale” tendono a ridurre la quota di reddito risparmiato e vengono indotti con modalità varie – tra queste le crescenti sollecitazioni all’acquisto con pagamento di “comode rate” – a privilegiare l’indebitamento a dispetto della prudente gestione familiare fondata sul risparmio.

Morale della favola: tutto considerato i nostri concittadini, per i loro comportamenti consumistici e per la calante propensione al risparmio, sono sempre meno italiani e sempre più americani!

Viene da chiedersi: questa situazione è preordinata e studiata a tavolino oppure è naturale conseguenza delle fisiologiche alternanze di mercato? La statistica e la storia economica daranno in futuro buone risposte in proposito!

Laureato in Economia e Commercio, vanta una grossa esperienza nell'ambito bancario. Ha scritto numerosi articoli a sfondo economico-finanziario. Nel 1992 ha pubblicato “Bot, Cct, Btp: Chi salderà il conto? Debito pubblico e riforme elettorali. Crisi dell’Est europeo e riflessi sull’economia italiana”.

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