Gli alberi in città o del problema del verde urbano

Non pianta gli alberi la società contemporanea che, avvertendo la propria provvisorietà, poiché priva di idealità da conservare, vive il momento presente senza una prospettiva per l’avvenire.

di Alberto Abrami | 27 novembre 2017

L’inquinamento atmosferico è sempre, in questo nostro Paese, all’ordine del giorno e, però, non sembra esserci una opinione pubblica reattiva che  avverta a sufficienza il danno che ne  deriva, allorché entrano in gioco gli interessi economici,  frutto, però, di una scarsa cultura del territorio che del resto si è riflessa abbondantemente nella pianificazione degli spazi pubblici ad opera dei Comuni, a fronte di una normazione ,quella  sugli  “standard “ urbanistici,  che possibilità  per realizzare una politica del verde urbano, avvertita già all’epoca, come carente, ne offriva tuttavia, come diremo fra poco. E’  recente la notizia che il sindaco di  Torino ha invitato  i residenti a non aprire le finestre per difendere la propria salute dai miasmi in quei giorni particolarmente intensi e, al   riguardo, i giornali hanno  messo in evidenza l’importanza  della presenza degli alberi  per il potere di assorbimento che essi  esercitano nei confronti dei gas venefici e del CO2.

Ma gli stessi giornali, i più informati, hanno anche messo in rilievo  come, nelle nostre città, il rapporto fra il numero dei residenti e il verde presente  è ancora ben lontano dall’essere soddisfatto, nonostante  che studi recenti abbiano dimostrato che nella lotta allo smog anche una siepe fa la differenza in termini di difesa dalle patologie respiratorie e cardiovascolari dovute agli agenti inquinanti.  Anche se non si può  negare che in questi ultimi tempi  vi sono stati segnali incoraggianti da parte di  Comuni  che  si sono dimostrati sensibili alla problematiche ambientali correlate alla protezione della salute dei residenti.

Sta di fatto, tuttavia, che parecchi sono i regolamenti comunali ancora in vigore i quali disciplinano il verde urbano unicamente come fatto estetico considerandolo cioè come un arredamento ed abbellimento della città : un fatto certo positivo, ma  che oggi esige un ulteriore profilatura della politica del verde cittadino. Dobbiamo riconoscere che l’idea dei viali alberati  non è stata propria di questo secolo, ma dell’ 800 , un secolo, cioè, che esprime una società che avendo compiuta l’unità d’Italia ha il senso della realtà e delle  cose concrete, intendiamo dire che è  portatrice di valori  non transeunti, perché duraturi e , in questo senso,  intende trasmettere dei messaggi di stabilità alle generazioni successive, ossia lasciare la propria impronta nel presente, ma proiettandola nel futuro, ben oltre cioè la propria vicenda temporale.

Pianta , infatti, gli alberi una società che è convinta di  non esaurire  la propria funzione nel contingente, ma crede nel futuro. Non è  un caso che, per rimanere nella nostra Toscana, gran parte dei boschi  successivamente diventati di proprietà dello Stato, siano stati, in tempi lontani, piantati da uomini di religione – ossia  possessori di una fede che guarda ben oltre il presente-  come, per citare solo due esempi, dai  monaci  vallombrosani e camaldolesi che, per primi,  hanno anche dettate  le regole per la loro utilizzazione- conservazione,  in forza delle quali quei boschi esercitano ancora oggi la loro funzione.

Per andare alla società civile, non può sfuggirci che per conservare il ricordo dei soldati morti nella prima guerra mondiale, nelle città  e nei paesi  di origine, per non perdere la memoria del loro sacrificio , si provvide a piantare   un albero per ogni caduto. Nacquero in tal modo  i parchi della rimembranza, un luogo sacro alla memoria nazionale e cittadina da custodire  e tramandare alle generazioni  future ossia al di là   del tempo o l’occasione che ne ha generato la nascita: da noi, diversamente da altri Paesi,  abbondantemente trascurati  essendo debole il legame con il  nostro passato .

Di certo non pianta gli alberi  la società  contemporanea che, avvertendo la propria provvisorietà, poiché priva di idealità da conservare, vive il momento presente senza una prospettiva per l’avvenire. Si può ben comprendere allora  come la legge 29 gennaio 1992 che obbligava il Comune di residenza a porre a dimora un albero per ogni nato sia, in pratica, rimasta inapplicata, tant’è che con una legge emanata appena qualche anno fa, e della quale  più avanti diremo, si è inteso darle nuova forza precettiva.

Il problema del verde pubblico, non possiamo ignorarlo,  era affiorato , seppur in misura  non ancora congrua,  ancorché significante, nella legislazione urbanistica  della seconda metà degli anni ’60,  quella stessa legislazione che, per la prima volta, aveva introdotto nel nostro ordinamento giuridico  la protezione delle aree connotate  in senso ambientale e quindi oltre l’ipotesi già prevista  dalla legislazione speciale  sulla tutela tutela delle bellezze panoramiche.  In effetti , un decreto del 1968  ad opera del Ministro dei Lavori Pubblici intese stabilire un rapporto in termini percentuali tra le costruzioni edilizie a carattere residenziale e le aree destinate ai servizi di interesse generale, comprendendo in queste  aree oltre, ai parcheggi  ed altre aree con finalità sociale, anche “ gli spazi pubblici  attrezzati a parco e per il gioco e lo sport “. L ‘ espressione, “ spazio pubblico attrezzato a parco “, per la sua genericità non può dirsi che esplicitasse con certezza la  obbligatorietà della presenza del verde  all’interno della pianificazione urbanistica e , comunque , rimaneva incerta la sua entità, non essendo chiaro quale  significato si dovesse attribuire alla parola “parco” che di per sé non poteva ritenersi sinonimo di verde arboreo.  Sarà l’esperienza dei piani regolatori che ci consentirà di conoscere come i Comuni abbiano interpretato  il pensiero ministeriale,  e sarà, purtroppo, un’esperienza deludente.

Con il trasferimento della materia urbanistica alle Regioni in seguito all’attuazione dell’ordinamento regionale, prima con i decreti delegati del 1972, e poi con il decreto n.616 del 1977, che ci dà una interpretazione lata di urbanistica, intesa, cioè, come governo del territorio, tant’è che si parlò di pan-urbanistica, era logico aspettarsi al fine di migliorare la vivibilità nelle città, una presa di coscienza del legislatore regionale nel senso di una elaborazione e sviluppo in forma di legge delle disposizioni ministeriali del 1968. Il legislatore regionale ha invece preferito rimanere inerte, mentre non mancheranno in tempi recenti, come sopra accennato, manifestazioni significative- rinvenibili, peraltro, a livello di regolamentazione comunale, piuttosto che di piano regolatore- di  attenzione e interesse per il verde urbano.

Recentemente una legge dello Stato è tornata ad occuparsi  del verde cittadino, ma,  piuttosto, che innovare la legislazione pregressa  si è limitata a rivitalizzare la legislazione in vigore, in particolare quella sugli  “standard” urbanistici, ormai datati di mezzo secolo,  disponendo dei meccanismi  che ne assicurino l’attuazione  e in questo senso, considerata la lunga gestazione, essa ha ampiamente deluse le aspettative : con il risultato che pochi  hanno avvertito un miglioramento della situazione. Ci riferiamo alla legge n.10 del 2013  ove l’unico, sostanzialmente, dato di novità,  è costituito dalla previsione -che non ha peraltro contenuti precettivi, tanto da apparire piuttosto una norma  manifesto- per cui  le  “Regioni, le Provincie ed i  Comuni, ciascuno nell’ambito delle proprie competenze e delle risorse disponibili promuovono l’incremento di spazi verdi urbani e di cinture verdi intorno alle conurbazioni “

Alberto  Abrami

Alberto Abrami è professore ordinario di Diritto Forestale e dell’Ambiente nell’Università di Firenze. E’ stato, negli anni a cavallo fra il 900 e il 2000, componente del Comitato Tecnico dell’Autorità di Bacino del fiume Arno in rappresentanza del Ministero del Lavori Pubblici e nel Comitato scientifico del Parco regionale delle Apuane in rappresentanza delle Università toscane.

Un commento

  1. marzio siracusa

    Articolo condivisibile, ma troppo tenero.

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