Follia adolescenziale = strabismo adulto

Violenza sul proprio pari “sfigato” perché capace di fare buona strada, sulla ragazzina troppo brava per poterle competere.

di Vincenzo Andraous | 12 novembre 2017

Ragazzi per niente adulti che s’improvvisano guerrieri senza Dio, a fattaccio sopr-avvenuto, nella consueta dis-abitudine a consegnare contenuto e sostanza alle parole, il mondo adulto rincara la dose, come se la sola punizione fosse sufficiente a prevenire il danno. La pietà è divenuta un bene introvabile, e quando miracolosamente ci si sbatte addosso, è interpretata come una sorta di propensione al rischio dei soli adolescenti. Eppure il rischio non è una prossimità profetica, tanto meno una figura filosofica di irriducibile inaccessibilità. Violenza sul proprio pari “sfigato” perché capace di fare buona strada, sulla ragazzina troppo brava per poterle competere, sul diverso indifeso e annichilito, una violenza grezza, rivoltante, indegna, al punto da  ridurre a cose disperse le persone. Il rischio di inciampare, cadere, ostacolarsi, avvinghiarsi, colpirsi, ripararsi, avanzando, rinculando, c’è sempre e comunque nella vita di tutti i giorni, nel cammino di ognuno e di ciascuno, come c’è e ci deve esser  il rischio di crescere. Forse a un giovane ribelle inconcludente non è salutare raccontargli la favola dell’orso, forse è meglio metterlo sull’avviso del rischio dietro l’angolo, quel rischio che c’è ma non si vede, c’è e come, e quando giochi la tua partita con lui e perdi, quel rischio maledetto solitamente non fa prigionieri. Ti ritrovi dentro una sconfitta così profonda da disegnare una libertà assoluta per cui arbitraria, una libertà prostituta che sconfina nel suo contrario.                         La distorsione più evidente di fronte a fatti eclatanti per inusitata inconsistenza emotiva, sta nel considerare gli adolescenti cittadini situati in una parte di mondo differente, in fin dei conti si tratta di un mondo tutto loro, una realtà tutta loro, ma proprio questa sgangherata postura intellettuale che sfocia nel virtuale più a buon mercato, costringe invece a una difficoltà del linguaggio, di entrare in relazione con gli altri, figuriamoci con se stessi sconosciuti.

Nonostante la drammaticità degli eventi, sistematicamente alla sbarra manca un imputato, ce ne sono tanti, ma uno in particolare è quasi sempre assente; quel famoso professore che insegna alla lavagna con gessetto e cancellino cos’è il rispetto per se stessi e gli altri, incaponendosi con quanti non hanno comprensione per la sua arte educativa, dimenticandosi che per quanto bravo e competente non potrà mai insegnare a un adolescente, a un guerriero in erba, a un ribelle inconcludente, cosa sia il rispetto e l’attenzione per la propria dignità e quella altrui, perché il rispetto lo si apprende solo e unicamente attraverso l’esempio di chi autorevole è per  la scelta di camminare con la fronte in alto nel tentativo di aiutare chi sta peggio di noi, senza alcuna presunzione di salvare chicchessia dal proprio destino.

Vincenzo Andraus

Catanese, nato nel 1954, ergastolano, ha ottenuto dopo decenni di carcere ristretto la semilibertà. in precedenza ha usufruito di percorsi premio e lavoro esterno, svolgendo attività di tutor-educatore presso la Comunità “Casa del Giovane” di Pavia. E’ stato animatore del Collettivo Verde del carcere di Voghera, impegnato in attività sociali e culturali con televisioni pubbliche e private, Enti, Scuole, Parrocchie, Università, Associazioni e Movimenti culturali di tutta pa penisola. Ha al suo attivo numerose collaborazioni a tesi di laurea in psicologia e sociologia, collabora con riviste e giornali laici e cattolici. Ha pubblicato libri di poesia, di saggistica sul carcere el devianza nonché una autobiografia.

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