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	<title>Pensalibero.it</title>
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	<description>periodico on line di informazione laica, liberale, indipendente.</description>
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		<title>Il voto in Francia</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 12:26:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Martelloni</dc:creator>
				<category><![CDATA[La vignetta di Enrico Martelloni]]></category>

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		<description><![CDATA[Cari amici, dell&#8217;Europa non vogliamo parlare? Del voto e del vuoto politico degli Stati sovrani in questo vecchio continente non c&#8217;interessa più nulla? Il problema principale di questo scenario da crisi quasi apocalittica è l&#8217;Europa politica&#8230;Ma non quella della cartina geografica&#8230;ragazzi! Siate seri. Come dite? Seri? Ma se non abbiamo più occhi per piangere. Chi ride più. Capisco, avete ragione. Ah! [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Cari amici, dell&#8217;Europa non vogliamo parlare? Del voto e del vuoto politico degli Stati sovrani in questo vecchio continente non c&#8217;interessa più nulla? Il problema principale di questo scenario da crisi quasi apocalittica è l&#8217;Europa politica&#8230;Ma non quella della cartina geografica&#8230;ragazzi! Siate seri. Come dite? Seri? Ma se non abbiamo più occhi per piangere. Chi ride più. Capisco, avete ragione. Ah! Dove sono andati a finire l&#8217;ottimismo, la gioia solare del passato&#8230;quel tempo dell&#8217;oro sfuggito&#8230;vi capisco e sommesso piango. Sono commosso. Via su, però, un atto d&#8217;orgoglio, uno scatto di reni. Dove è quel motto sprezzante: &#8221; A pagare e morire siamo sempre a tempo!&#8221; e giù debiti, chioma al vento e sorriso splendete, serate al Night. Paiono giorni lontani, ma si parla di ieri. I conti a posto aprono profonde crisi sociali, i prestiti agli stati sovrani rischiano d&#8217;essere solo una soluzione tampone che non accontenta la gente. Proviamo a credere che senza uno Stato federato europeo, con una sola politica economica con un indirizzo politico strategico comune, nulla sarà veramente risolto ed i nostri risparmi andranno presto in fumo.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft  wp-image-7284" title="IL voto in Francia" src="http://www.pensalibero.it/wp-content/uploads/2012/05/IL-voto-in-Francia.jpg" alt="" width="100%" height="auto" /></p>
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		<title>L’astensione giova a questi partiti. Laici e socialisti che si accapigliano sappiano che la vita è altrove!</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 15:12:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Cariglia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Apertura]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>

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		<description><![CDATA[Le percentuali calcolate sui soli votanti hanno occultato in parte la debacle dei partiti. A laici e socialisti dico che internet è importante purchè non sia usato per isolarsi dal mondo.  E’ stato detto tutto e di più dopo le elezioni che si sono svolte il 6 e 7 maggio in un migliaio di comuni. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><strong>Le percentuali calcolate sui soli votanti hanno occultato in parte la debacle dei partiti. A laici e socialisti dico che internet è importante purchè non sia usato per isolarsi dal mondo. </strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-7268" title="0-2-toto" src="http://www.pensalibero.it/wp-content/uploads/2012/05/0-2-toto-250x188.jpg" alt="" width="250" height="188" />E’ stato detto tutto e di più dopo le elezioni che si sono svolte il 6 e 7 maggio in un migliaio di comuni. Rinuncio perciò ad aggiungere la mia analisi a tutto tondo, come direbbero quelli che se ne intendono. In cambio chiedo attenzione su alcuni particolari che mi sono venuti in mente. A volte, si sa, i dettagli fanno capire molto di più della complesse elaborazioni sociologiche e politologiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Parto dall’astensionismo. Non per motivarlo, ma per illuminarne gli effetti: una vera e propria eterogenesi dei fini. Non pochi lo sponsorizzavano e lo sponsorizzano “per dare una lezione a questi partiti”. Perfetto! La più classica delle autoreti direbbero gli specialisti delle radio e telecronache di calcio (fra i quali, immeritatamente, ho militato da giovane). I partiti sono usciti a pezzi, letteralmente, non metaforicamente. Si sono dimezzati e oltre, anche e soprattutto i grossi. Grazie alle astensioni, però, non si è potuto percepire quanto  avvenuto nelle sue reali dimensioni. E’ bastato riferirsi alle percentuali, che notoriamente si fanno sulla base di coloro che vanno alle urne per occultare. Dunque si rassegnino i sostenitori dell’astensionismo pedagogico. Non funziona.</p>
<p style="text-align: justify;">In questa campagna elettorale mi è capitato più volte di essere a contatto, a Pistoia, con donne e uomini che avevano dato vita alla lista “Pistoia Spirito Libero”. Di cultura e, alcuni, anche di esperienza politica laica e socialista, questi amici e compagni avevano sentito il bisogno di innovare prima di tutto loro stessi per rendere credibile la loro proposta di rinnovamento di una città che vanta una lunghissima continuità amministrativa, rappresentata dal PCI- PDS-DS-PD, ininterrottamente al governo dalla Liberazione ad oggi. Hanno raccolto, come forse saprete, un risultato non disprezzabile: il 7,5% dei consensi che permette loro di essere l’elemento decisivo dell’alleanza di centrosinistra che ha eletto un giovane sindaco, Samuele Bertinelli.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho scoperto una cosa che vorrei rivelare a tutti quei laici, liberali e socialisti che con gran livore ingaggiano cruenti duelli per stabilire quali siano i veri traditori della causa, chi, sia degno di fregiarsi dell’appellativo di socialista o di liberale e chi invece non dispone di una quantità sufficiente di carati. Parlando con i candidati di quella lista, giovani e meno giovani, ho scoperto che sono espertissimi di internet. Ma di queste dispute, dei siti che le ospitano e che pretendono di essere lo strumento per sovvertire il mondo, non sanno proprio niente. E se racconti loro di cosa si parla in quei siti, allora scopri che non frega loro proprio niente.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, cari amici e compagni laici, liberali e socialisti che vi baloccate ed incattivite nel vostro “buen retiro” dei forum e siti web per recriminare, rinfacciare e accusare: svegliatevi e convincetevi che la vita è altrove.</p>
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		<title>La Rete sarà il campo di battaglia</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 15:12:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Boriosi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Apertura]]></category>
		<category><![CDATA[L'Angolo di Chi.bo]]></category>

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		<description><![CDATA[La prossima campagna elettorale, si giocherà in Rete, e riserverà amarissime sorprese ed ancor più dure lezioni a tutti questi politicanti incapaci di sostenere un contraddittorio. Diciamola tutta, chiara, fino in fondo e senza fraintendimenti, questa scomoda verità cui si sta girando intorno da giorni senza arrivare al nocciolo del problema. L&#8217;affermazione di Grillo e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;" align="center"><em><strong>La prossima campagna elettorale, si giocherà in Rete, e riserverà amarissime sorprese ed ancor più dure lezioni a tutti questi politicanti incapaci di sostenere un contraddittorio.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-7278" title="web-30-6" src="http://www.pensalibero.it/wp-content/uploads/2012/05/web-30-6-250x187.jpg" alt="" width="250" height="187" />Diciamola tutta, chiara, fino in fondo e senza fraintendimenti, questa scomoda verità cui si sta girando intorno da giorni senza arrivare al nocciolo del problema.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;affermazione di Grillo e dei Grillini, più che porre un problema strettamente politico, ne pone uno assai più spinoso che è poi quello che ha usurato fino allo stremo gli attuali partiti politici italiani, ovvero quello della lettura, della comprensione e della interpretazione della contemporaneità. Banco di prova esiziale per ogni progetto che voglia svilupparsi, addirittura vitale se si tratta di governare a medio e lungo termine le sorti di una nazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo passato gli ultimi vent&#8217;anni a sentirci ripetere che lo strapotere di Berlusconi era dovuto alla televisione, che dunque abbiamo omaggiato ed ingrassato come un feticcio mediatico che in realtà ha solamente sottolineato, ma non creato, una sorta di paradosso della comunicazione: la verità dei fatti veniva stabilita nei talkshaw politici, invece che dall&#8217;attività parlamentare, per cui abbiamo accettato senza batter ciglio che, ad esempio, Porta a Porta venisse definito la Terza Camera &#8211; l&#8217;unica accreditata di una qualche credibilità, per inciso, visto che anche Monti, appena insediato, ha dovuto andare da Vespa per provare la sua reale esistenza in vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo subito la creazione e la sublimazione trash di un prodotto televisivo declinato su più reti con le stesse modalità, ovvero la tele-rissa cavalcata dal tele-tribuno ed alimentata dai tele-deputati che si erano allenati appositamente in Parlamento per rendere poi al meglio in tivù, tra urla, insulti, e sguaiataggini dove l&#8217;unica assenza registrata è sempre stata quella di una sola frase di senso compiuto pronunciata per l&#8217;intero.</p>
<p style="text-align: justify;">Il modello chiuso, autoriferito ed immutabile &#8211; ad ogni programma la sua compagnia di attori stabili, a seconda della parte politica di riferimento di ciascuna rete e di ciascun conduttore &#8211; ha creato un cortocircuito tra Palazzo e televisione, rendendoli di fatto indistinguibili, ma ha soprattutto ratificato la peggiore risultanza del bipolarismo all&#8217;italiana, ovvero la totale esclusione del popolo dalla partecipazione politica, sia essa elettorale che mediatica.</p>
<p style="text-align: justify;">Tale modello &#8211; spalmato in egual misura su tutte le reti generaliste, pubbliche e private &#8211; ha sancito soprattuto la fine del contraddittorio, la morte precoce del dialogo, l&#8217;ostracismo del confronto, la negazione di ogni forma di argomentazione dialettica e ragionata, a favore di una comprovata intangibilità del politico, che esiste in quanto tale, per chiamata e non per elezione, e dunque non deve rendere conto a nessuno, non deve rispondere a nessuna domanda scomoda,  soprattutto non deve mai abbassarsi al confronto con i cittadini, la cui esistenza è diventata un mero accidente di alcuna importanza rispetto all&#8217;empireo irraggiungibile del recinto parlamentar-televisivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma quando si chiude uno spazio, e lo si chiude con arroganza, prevaricazione e supponenza, in preda ad un crescente delirio di onnipotenza, accade che i cittadini trovino il modo di riprenderselo, in altri luoghi, sotto altre forme, e si riorganizzino per riaprire le porte che sono state loro chiuse in faccia: questo è fondamentalmente il ruolo della Rete, questo e ciò che i nostri politici non hanno capito, restando del tutto analfabeti di fronte alla comunicazione 2.0 o al più considerandola una sorta di male necessario da supportare con qualche sito personale o con qualche comparsata da piacioni sui Social Network.  Genere Re Sole che si concede da lontano alla vista dei sudditi estasiati da tanta maestà.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, al di là ed a prescindere da ogni valutazione strettamente politica sul Movimento 5 Stelle, è indubbio che la sua forza sia data dall&#8217;aver capito tutta la potenzialità della Rete e dall&#8217;averla saputa utilizzare a proprio favore, raggiungendo un vasto bacino di persone, raggruppandole intorno a temi molto sentiti, alimentando il dibattito e presentandosi come una autentica novità non tanto per i contenuti quanto per le modalità di approccio utilizzate.</p>
<p style="text-align: justify;">La televisione di colpo è diventata vecchissima, peggio inutile, ancora peggio dannosa &#8211; una sorta di palcoscenico per mummie imbalsamate, immagine fissa e tombale di un mondo che fu, e che non ha più ragione d&#8217;essere. Non in questi termini, non con questi contenuti,  non con questa sempiterna reiterazione di un modello superato dal tempo e dalla velocità della comunicazione in Rete.</p>
<p style="text-align: justify;">La prossima campagna elettorale, quella per le politiche, si giocherà in Rete, e riserverà amarissime sorprese ed ancor più dure lezioni a tutti questi politicanti incapaci di sostenere un contraddittorio, perché i cittadini si sono allenati alla democrazia del Web, dove non c&#8217;è riverenza per nessuno e dove ci si dicono apertamente scomodissime verità. Dove si fanno domande e si pretendono risposte. Dove non esistono distanze, nè sociali nè economiche. Dove si è alla pari e si sta alla pari.</p>
<p style="text-align: justify;">La televisione, se crede e se può, potrà riorganizzarsi, creando finalmente nuovi format, nuovi contenuti, nuovi autori, ma soprattuto nuove idee &#8211; e sull&#8217;eventualità che questo accada davvero, abbiamo molto dubbi, data la patente povertà di sostanza ma ancor più la totale dipendenza di tutte le reti dalle lobbies politiche ed economiche che le sostengono e le finanziano. Ma la battaglia vera, la vittoria e la sconfitta, saranno sancite dalla Rete. Che non è una astrazione virtuale, come a troppi ancora fa comodo sostenere, ma una comunità di persone che si è riappropriata di quegli spazi che la democrazia, quella sì virtuale, aveva loro negato a colpi di leggi illiberali.</p>
<p style="text-align: justify;">Cadranno le mummie della politica, come sono caduti i busti di Stalin, icone di pietra di un tempo concluso. Cadrà la vecchia, pessima, inutile, incapace politica chiusa entro i propri incancreniti privilegi come cadde Luigi XVI, ignaro della realtà nel suo fasullo idilliaco giardino di Versailles. Cadranno i leaders analfabeti, quelli che non sanno leggere il presente e pensano che vedere la propria faccia in primo piano in tivù sia la miglior garanzia di consenso. Cadrà la negazione del dialogo e del contraddittorio, perché ci sono redde rationem cui non si può sfuggire.</p>
<p style="text-align: justify;">La Rete deciderà il futuro prossimo venturo &#8211; a noi non resta che augurarci che sia più matura e consapevole di coloro che rottamerà.</p>
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		<title>François Hollande, elogio della mediocrità</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 15:09:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Benzoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Apertura]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>

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		<description><![CDATA[Come mai questo “rappresentante del vecchio” ha affrontato con successo il simbolo del “nuovo che avanza”, Nicolas Sarkozy? Ma l’avete visto quell’Hollande? Dopo tutto anche l’occhio vuole la sua parte. Ecco uno bassino, con gli occhiali, la pancetta e la calvizie incipiente. E poi, il suo stile espositivo, ve lo raccomando. Non vi rimane impresso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Come mai questo “rappresentante del vecchio” ha affrontato con successo il simbolo del “nuovo che avanza”, Nicolas Sarkozy?</strong></p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-7265" title="hollande" src="http://www.pensalibero.it/wp-content/uploads/2012/05/hollande-250x140.jpg" alt="" width="250" height="140" />Ma l’avete visto quell’Hollande? Dopo tutto anche l’occhio vuole la sua parte. Ecco uno bassino, con gli occhiali, la pancetta e la calvizie incipiente. E poi, il suo stile espositivo, ve lo raccomando. Non vi rimane impresso niente. Le consuete parole di sinistra. Niente che ecciti o possa fornire qualche bel titolo di giornale. Niente insulti variopinti, rutti, diti medi o gesti dell’ombrello. E niente slogan incisivi e magari anche nuovi.<br />
Se andiamo poi a vedere il suo curriculum, vi cascano le braccia. Non proviene, pensate, dalla società civile. Né, come si usa qui da noi, è sceso in politica, in qualità di portatore di quelle ricette salvifiche di cui abbiamo tutti tanto bisogno. E nemmeno è diventato famoso perché scoperto dalla Tv come personaggio di spicco in questo o quel dibattito; o perché magistrato d’assalto; o perché opinionista scomodo.<br />
Ma c’è di peggio (perché, si sa, al peggio non c’è mai fine); c’è che il nostro non solo, cosa già grave, è un politico ‘puro’, ma è anche uomo di partito e, peggio ancora, è stato, per oltre dieci anni segretario di un partito.<br />
E lascio a voi l’immaginare la scena. Dieci, undici lunghissimi anni a presiedere riunioni inutili, a scrivere documenti che nessuno leggerà, a comporre i continui dissensi tra persone e gruppi perennemente litigiosi, a dosarne le candidature nei diversi collegi (lì le liste sono fatte dai partiti ma, cosa incredibile, la cosa non sembra indignare nessuno), a cercare di gestire congressi, sede di discussioni del tutto irrilevanti senza che nessuno ti dica grazie.<br />
Magari ve ne siete dimenticati, ma il partito in discussione è il partito socialista francese. La sintesi del vecchio che più vecchio non si può. Una congrega che si ostina a parlare di socialismo quando tutti sanno (come dice giustamente Veltroni) che si tratta di una roba del tutto superata e il cui attaccamento a un mondo condannato alla totale scomparsa giunge, udite udite, sino alla rivendicazione del ruolo dello Stato e della validità del modello sociale francese. Né c’è da aggiungere nulla in quanto a “rapporto con la società civile” perché stiamo proprio a zero.<br />
E si potrebbe continuare, sicuri di interpretare il vostro pensiero. E, invece, ci fermiamo qui perché ci viene un dubbio, anzi perché ne vengono tanti.<br />
E ci domandiamo come mai quest’“uomo di apparato” ha vinto largamente una primaria aperta a tutti. E, ancora, come mai questo “rappresentante del vecchio” ha affrontato con successo il simbolo del “nuovo che avanza” e del “superamento dei vecchi schemi”, Nicolas Sarkozy. E, già che ci siamo, ci chiediamo come mai quasi tutti i candidati abbiano esposto programmi e sviluppato argomenti, ignorando bellamente, se non contestando apertamente, la presenza ammonitrice dell’Europa e le reazioni dei mercati e come mai questi non abbiano reagito.<br />
“Un ulteriore esempio dell’anomalia francese”; potrebbe essere la prima risposta, ma ne vengono in mente anche altre. Primo, che ad essere anomali siamo noi italiani. Secondo, che siamo anomali tutti e due, salvo che i francesi se lo possono permettere e noi no. Terzo che tutti possono esserlo perché anomala è la situazione che viviamo. Quarto…<br />
Ma fermiamoci tutti qui. Per evitare di continuare a farci del male da soli.</p>
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		<title>I nuovi vecchi bisogni nella società squagliata</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 15:05:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Binacchi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Società squagliata nel senso di destrutturata senza possibilità di rimedio, senza più forma e a sostanza degenerata, ma anche di squagliata nel senso che se la squaglia, come dicono i ragazzi.  Viviamo o siamo vissuti? Rischiamo di essere troppo vissuti e di dover rispondere eccessivamente al bisogno di esposizione sociale. Dice così senza fronzoli andando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><strong>Società squagliata nel senso di destrutturata senza possibilità di rimedio, senza più forma e a sostanza degenerata, ma anche di squagliata nel senso che se la squaglia, come dicono i ragazzi. </strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-7262" title="from darkness" src="http://www.pensalibero.it/wp-content/uploads/2012/05/societa-250x166.jpg" alt="" width="250" height="166" />Viviamo o siamo vissuti? Rischiamo di essere troppo vissuti e di dover rispondere eccessivamente al bisogno di esposizione sociale. Dice così senza fronzoli andando al cuore del nostro problema di oggi  il sempre brillante Franco Ferrarotti a Benfatto ottima rubrica mattutina di Rai Radio1 sul senso della vita. Ha ragione. A parte gli aborigeni dell’Australia e gli indios dell’Amazzonia –sarebbe sempre bello fare corsi di antropologia culturale- beh tutti noi occidentali siamo amministrati dalla nascita, già nella culla siamo un codice fiscale. Non possiamo più avventurarci nella vita senza una sovrastruttura formale che ci dà un sistema sociale che si chiama Stato. Ma questo Stato cosa fa poi per i suoi catalogati, per i suoi amministrati? Dipende dagli Stati ovviamente, da noi in Occidente, da noi In Europa, da noi in Italia sempre meno: il sistema sociale ci ha abituato a nuovi bisogni, tra essere e avere, e poi non ci mette più in condizione di essere quel che eravamo e di avere quel che avevamo. Ferrarotti ha usato una brillante immagine: questa società non ci fa più gustare l’avventura della vita perché c offre orizzonte a 3 mesi, a poche settimane, per la ormai condizione persistente e permanente della precarizzazione. Altroché società liquefatta o politica in liquefazione questa è davvero una società squagliata. Forse in tutti i due significati che dalle nostre parti possiamo individuare e assegnare a questo termine: società squagliata nel senso di destrutturata senza possibilità di rimedio, senza più forma e a sostanza degenerata, ma anche di squagliata nel senso che se la squaglia, come dicono i ragazzi, se n’è andata. Fino a 50 anni fa, quando eravamo meno catalogati e meno amministrati e quando la tensione all’esposizione sociale era sicuramente più ridotta e più circoscritta, a pochi individui di ristrette classi, beh questa società e i suoi cittadini fossero artigiani, contadini, piccoli professionisti sapevano affrontare anche la povertà e le indigenze, si facevano un esame di coscienza e ci si chiedeva chi siamo, cosa abbiamo fatto oggi, cosa possiamo fare domani e alla Manzoni ci si diceva ..”di poco essere contenti, il santo Vero mai non tradir né proferir mai verbo che plauda al vizio o che virtù derida”. Ora nella società squagliata, ma amministrante, non sappiamo più distinguere tra nuovi e vecchi bisogni reali. E bastano tre debiti per scatenare atti insensati come sequestrare persone o atti di autolesionismo fino ad arrivare al suicidio. Cosa dovevano fare le nostre nonne o bisnonne, così frequenti come immagine della campagna tra il Veneto, la Lombardia e la Toscana, che tiravano avanti con sette o dieci figli coltivando l’orto o allevando quattro galline le cui uova andavano a vendere al mercato? Non dicevano niente per loro fortuna perché il loro mercato era sotto controllo, non c’erano derivati e speculazione. Noi invece siamo nell’era della finanza più pensata che gestita e quindi esposti non solo alla depressione economica ma anche a quella psichica. Ugualmente pericolosa e fonte di guai. Ha ragione Ferrarotti: ritorniamo all’esame di coscienza non solo religioso ovviamente ma anche sociale. Alla sera chiediamoci: a che cosa è servita questa giornata? Non sarà un atto multimediale o una connessione facebookiana come va di moda adesso ma sicuramente ci farà sentire un po’ più connessi con noi stessi. Che è quello che ci manca di più oggi.</p>
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		<title>Rimpasto. Perchè ha ragione Giuliano Ferrara.</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 15:03:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Cisnetto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Apertura]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>

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		<description><![CDATA[L’Elefante ha ragione quando dice  che è inutile farsi illusioni: nelle condizioni date non c’è all’orizzonte alcuna possibilità che l’Europa scelga una linea significativamente diversa da quella “tedesca” fin qui adottata. Anche perché, aggiungo io, chi la contesta nella stragrande maggioranza dei casi suggerisce due cose improponibili – in un caso stampare moneta e deficit [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-7257" title="bbc" src="http://www.pensalibero.it/wp-content/uploads/2012/05/bbc-250x187.jpg" alt="" width="250" height="187" />L’Elefante ha ragione quando dice  che è inutile farsi illusioni: nelle condizioni date non c’è all’orizzonte alcuna possibilità che l’Europa scelga una linea significativamente diversa da quella “tedesca” fin qui adottata. Anche perché, aggiungo io, chi la contesta nella stragrande maggioranza dei casi suggerisce due cose improponibili – in un caso stampare moneta e deficit spending (sinistra e destra sociale), nell’altro Stato minimo (liberisti) – oppure cose ragionevoli ma non praticabili come gli eurobond, mentre l’unica ricetta veramente alternativa, e cioè la creazione di un governo federale che consenta di unificare i debiti pubblici nazionali, è sulla bocca di pochissimi (bene, però, il documento per gli Stati Uniti d’Europa sottoscritto da Amato, Attali, Bonino e Prodi). Dunque, tanto vale continuare ad appoggiare Monti, magari anche più convintamente di prima, conclude Ferrara. Giusto. Lo spread è tornato sopra quota 400 punti, il clima nel Paese è infame ad ogni livello, mentre il contesto europeo, oltre alle incognite derivanti dalla relazione Hollande-Merkel che si preannuncia complicata, è condizionato dalla crescente drammaticità della vicenda greca (Atene ormai è con entrambi i piedi fuori dall’euro, tanto che ora il tema è se possa rimanere almeno nella Ue) e dal complicarsi della situazione spagnola. Già solo questo dovrebbe indurre i partiti a considerare non diverso da quello di novembre il tasso di rischio che l’Italia corre, e di conseguenza comportarsi. Se poi si aggiunge che il risultato delle amministrative dovrebbe rendere i partiti stessi più inclini alla prudenza, si capisce come non solo non sia neppure il caso di accennare a possibili elezioni anticipate, ma sia più che opportuno aiutare il governo a usare i mesi che ci separano dalla fine della legislatura in modo proficuo. Come? Ci sono tre cose da fare. La prima è quella di ridefinire la squadra di governo e il suo modulo di gioco, superando lo schema basato sull’asse della mediazione (ora incrinato) tra Monti e il trio Alfano-Bersani-Casini. Per farlo, l’unico sistema è un rimpasto di governo in cui trovino spazio se non “A-B-C”, almeno alcune figure di caratura politica tale da rendere più organico e fluido il rapporto tra partiti, parlamento ed esecutivo. A suo tempo si parlò di Gianni Letta e Giuliano Amato come possibili ministri tecnico-politici: ecco, sarà il caso di riprendere e ampliare quell’idea.</p>
<p>La seconda cosa da fare è aggiornare e definire temporalmente il programma di governo, nella direzione di almeno quattro interventi: uso del patrimonio pubblico (da quotare in Borsa con il concorso obbligatorio del patrimonio privato) al fine di ridurre il debito sotto il 100% del pil, di finanziare un grande piano di investimenti pubblici e di tagliare le tasse su imprese e lavoro; risanamento della sanità pubblica, togliendone la competenza alle regioni e riaccentrandola nelle mani dello Stato; snellimento dell’inefficiente e iper-costoso apparato istituzionale e burocratico, e in particolare quello del decentramento (sette regioni con compiti solo amministrativi e non politici, no province, no comuni sotto i 5 mila abitanti, no enti inutili come comunità montane o enti di bacino); riforma della giustizia civile e penale. Troppo ambizioso? Sì, ma qui entra in gioco la terza e ultima cosa che bisogna fare subito: definire il ruolo della prossima legislatura, che per essere utile deve rappresentare il primo atto della Terza Repubblica. Obiettivo che non può essere lasciato alla mercé dell’indeterminatezza che regna nella politica italiana, resa ancor più acuta dal travaglio europeo. Personalmente, non è un mistero, vedo il protrarsi della necessità di riforme strutturali che possono essere fatte solo in un clima di coesione politica, e dunque attraverso un organico governo di unità nazionale. Allora si prepari il terreno, e per meglio dissodarlo si predisponga un ambizioso programma che riguardi sia il fine legislatura che i cinque anni successivi. Senza tutto questo, sarà un’Italia allo sbando quella che affronterà una stagione che, secondo Nouriel Roubini, sarà contrassegnata da una “tempesta perfetta” per i mercati globali, preceduta dall’uscita di alcuni paesi (Grecia e Portogallo, ma anche Spagna?) dall’area euro. Altro che aggrapparsi alla (infondata) convinzione che il peggio sia passato.</p>
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		<title>Cittadini per nascita, tagliando la burocrazia</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 15:00:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Marini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Apertura]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>

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		<description><![CDATA[Per la legge n. 91 del 5 febbraio 1992, art. 4, comma 2, “lo straniero nato in Italia, che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, diviene cittadino se dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana entro un anno dalla suddetta data.” Dunque, due bambini che frequentano lo stesso asilo, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-7274" title="paste" src="http://www.pensalibero.it/wp-content/uploads/2012/05/paste-250x141.jpg" alt="" width="250" height="141" />Per la legge n. 91 del 5 febbraio 1992, art. 4, comma 2, “<strong><em>lo straniero nato in Italia, che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, diviene cittadino se dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana entro un anno dalla suddetta data</em></strong><em>.</em>”</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque, due bambini che frequentano lo stesso asilo, le stessa scuola, gli stessi amici e la stessa palestra e che crescono e diventano adolescenti e poi giovani maggiorenni, per la legge italiana non sono la stessa cosa se uno è nato da (almeno) un genitore italiano e l&#8217;altro invece no. Il film documentario “<strong>18 Ius Soli</strong>” del regista e produttore <strong>Fred Kuwornu</strong>, nato a Bologna ma di origini ghanesi, porta all&#8217;attenzione del pubblico le storie di 18 ragazzi e ragazze di famiglie provenienti dai quattro angoli del globo ma nati qui, in territorio italiano, <em>italiani</em> ad ogni effetto se non per quel piccolo particolare: che a 18 anni non sono ancora <em>cittadini</em> italiani e devono molto faticare per diventarlo. E parla del senso di frustrazione, di spaesamento e delle difficoltà burocratiche e lungaggini temporali connesse alla procedura attivata con la dichiarazione del comma 2 del citato art. 4, di cui spesso è tutt&#8217;altro che scontato l&#8217;esito finale. Il paradosso si può portare più in là: se <strong>è cittadino italiano</strong> “<strong><em>il figlio di padre o di madre cittadini</em></strong>” (art. 1, lett. a) della stessa legge), non importa se nato e vissuto in Italia (codificazione del principio del c.d. <strong><em>ius sanguinis</em></strong>), allora la legge riconosce la cittadinanza a chi per avventura può trovarsi a non conoscere, a non aver mai neppure visto il &#8216;proprio Paese&#8217; e, d&#8217;altro canto, ne condiziona pesantemente l&#8217;acquisto a coloro che invece vi sono nati e vi hanno sempre vissuto, sovente distinguendosi dagli altri solo per il colore della pelle o le fattezze del volto e, magari, per un naturale bilinguismo, ovvero per nessuna di queste tre cose.</p>
<p style="text-align: justify;">Le contraddizioni procurate da questa legge non possono non far riflettere:</p>
<p style="text-align: justify;">1)    prima di tutto, sulla costante necessità di aggiornamento dell&#8217;ordinamento giuridico nel nome di un principio di ragionevolezza che la legge non può non incorporare e che presuppone un aggancio all&#8217;evoluzione della società, dell&#8217;economia e della cultura, in difetto di che la legge stessa rischia di perdere la necessaria autorevolezza, per poggiare soltanto su un principio di autorità; così favorendosi, oltretutto, la scollamento tra i sentimenti, le opinioni, le percezioni degli individui e le istituzioni e l&#8217;ordinamento stabiliti dalle norme;</p>
<p style="text-align: justify;">2)    in seconda battuta, sulla necessità che la produzione e la tecnica legislativa si avvalgano 1) di un criterio di chiarezza, di semplicità e di snellezza non solo delle norme, ma anche degli istituti e delle procedure che con esse si vanno a costituire e 2) di un principio di servizio per cui le norme non possono che essere fatte per gli uomini, ad utilità degli uomini e per la loro convivenza nel consorzio civile; eppertanto, nell&#8217;incorporare quel principio di ragionevolezza di cui sopra, non possono non farsi carico di valutare gli effetti che si producano sulle vite delle persone, prese nella loro quotidiana esistenza e non secondo un principio di superiore e imperiosa astrattezza. Le norme, inoltre, debbono dare vita &#8211; quando quelle siano strettamente necessarie &#8211; a procedure comprensibili, corredate di tempi certi e con diritti da azionare tempestivamente <em>in procedendo</em>, oltre che <em>in iudicando</em>;</p>
<p style="text-align: justify;">3)    in terza battuta: le leggi non sono mai una realtà casuale, esse riflettono e rendono evidenti molte cose, di un Paese, del suo popolo, della sua classe dirigente. Qui in Italia e non da ora, la legislazione in materia di immigrazione (si è partiti, qui, dal ragionare della legge concernente la cittadinanza ma con riferimento alla c.d. &#8216;seconda generazione&#8217; di immigrati) è il prodotto faticoso di una elaborazione viziata dall&#8217;irresponsabile – poiché inconcludente e colpevolmente incosciente – condotta di molti leaders e politici italiani, che hanno anche nell&#8217;occasione dimostrato l&#8217;esclusivo ossequio a inputs di batteria e calcoli elettorali, dimenticando – appunto, come sopra detto – che le leggi sono destinate a regolare la vita di milioni persone;</p>
<p style="text-align: justify;">4)    da ultimo: la crisi strutturale del nostro Paese è crisi morale, istituzionale, politica, finanziaria ed economica, ma anche – per chi non lo rammentasse &#8211; demografica; ed è all&#8217;origine crisi di valori, perdita di senso, di significato del valore della vita individuale e delle relazioni interindividuali che si sviluppano in una società e così anche della cittadinanza, cioè del significato di essere cittadini, con i diritti e i doveri connessi. Essa esige una liberazione delle nostre vite dalla cappa oppressiva che le sovrasta da tempo, impone di mettere da parte una volta per tutte un apparato complesso, politico e istituzionale, che drena energie e ricchezza al Paese, restituendogli burocrazia, inefficienza, corruzione e mafia. E&#8217; l&#8217;ora di una politica nuova, per la quale le ricchezze individuali e sociali (cioè, per meglio dire, derivanti dalle innumerevoli micro-interazioni individuali, che anche gli immigrati di seconda generazione potrebbero vieppiù contribuire a creare da cittadini italiani<em> senza troppi se e senza troppi ma</em>) debbono essere letteralmente sprigionate e una legge che rivedesse in profondità i meccanismi della cittadinanza potrebbe liberare risorse, importanti e assai preziose per questo delicato frangente storico.</p>
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		<title>Impudenza e impotenza del &#8220;libero mercato&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 14:59:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Bellavita</dc:creator>
				<category><![CDATA[Focus]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano 1]]></category>

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		<description><![CDATA[Un libero mercato della finanza senza controlli ha lasciato libero campo a prodotti finanziari senza solvilbilità e non garantiti da nessuno.  L&#8217;impudenza è quella dell&#8217;editoriale di Ostellino sul Corriere di ieri 9 maggio, che praticamente dice che è ora di piantarla lì conl&#8217;articolo 1 della Costituzione, che dice che l&#8217;Italia è una repubblica fondata sul lavoro. Se proprio si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><strong>Un libero mercato della finanza senza controlli ha lasciato libero campo a prodotti finanziari senza solvilbilità e non garantiti da nessuno. </strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-7254" title="public_09610113133_newsCrisi-Economica" src="http://www.pensalibero.it/wp-content/uploads/2012/05/public_09610113133_newsCrisi-Economica-250x166.jpg" alt="" width="250" height="166" />L&#8217;impudenza è quella dell&#8217;editoriale di Ostellino sul Corriere di ieri 9 maggio, che praticamente dice che è ora di piantarla lì conl&#8217;articolo 1 della Costituzione, che dice che l&#8217;Italia è una repubblica fondata sul lavoro. Se proprio si vuol dire qualcosa, si dica che è fondata sul libero mercato, e che il lavoro è una merce come le altre. Ora, prima che cominci una rissa che non si sa dove potrebbe portare, sarebbe bene precisare:</p>
<p style="text-align: justify;">- che la Costituzione nasce dal compromesso tra i filoni di pensiero socialista, cristiano e liberale, che hanno rovesciato il fascismo e, guarda un po&#8217;, vinto la guerra. Che la Germania ha perso.</p>
<p style="text-align: justify;">-che se qualcuno dei partiti che si rifanno a questo patto costituzionale ha cambiato idea, lo affermi facendo un congresso (magari facendo votare gli iscritti e non solo gli oligarchi) e non un convegno di forsennati replicanti del pensiero unico della destra repubblicana USA</p>
<p style="text-align: justify;">-che l&#8217;esecutivo della UE non è stato eletto ma deriva da accordi intergovernativi. Anche gli esecutivi di alcuni paesi formati per eseguire gli ordini della finanza internazionale non hanno avuto una verifica elettorale e le prime verifiche sono negative o correttive</p>
<p style="text-align: justify;">-che è lo stato che comanda alla finanza e non viceversa</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;impotenza sta scritta nella cronaca che si snoda dal 2008: un libero mercato della finanza senza controlli ha lasciato libero campo a prodotti finanziari senza solvilbilità e non garantiti da nessuno, che hanno moltiplicato le dimensioni della speculazione. L&#8217;impotenza sta nel fatto che se la Grecia va in default, nessuno onorerà i CDS che si sa chi li ha acquistati, ma non si sa bene chi li ha venduti e soprattuto chi li ha garantiti: per questo i creditori hanno accettato una pesante decurtazione del loro credito, perchè nessuno si sentiva di andare &#8220;a vedere il buio&#8221;, come si dice a poker.</p>
<p style="text-align: justify;">Si parla tanto di Tobin Tax, che sarebbe buona cosa anche per le finanze della UE, ma il problema è che le banche centrali, quando si riuniscono a Basilea, oltre che dettare regole sull&#8217;erogazione del credito dettino regole sui prodotti finanziari, vietando la commercializzazione di quelli non conformi a degli standard minimi di garanzia per gli operatori. E almeno si ridurranno i volumi enormi della speculazione senza basi materiali, cosa più importante che prelevarci una tassa dello 0&#8217;1% accettando qualunque follia negoziale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<pre><strong>
</strong></pre>
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		<title>Spirito Libero. Intervista a Silvana Prosperi.</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 14:22:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Paris</dc:creator>
				<category><![CDATA["Spirito Libero"]]></category>

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		<description><![CDATA[Intervista di Marcello Paris a Silvana Prosperi in occasione di Spirito Libero, manifestazione fiorentina del 15 aprile 2012.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-7238" title="3" src="http://www.pensalibero.it/wp-content/uploads/2012/05/3.jpg" alt="" width="120" height="90" />Intervista di Marcello Paris a Silvana Prosperi in occasione di Spirito Libero, manifestazione fiorentina del 15 aprile 2012.<br />
<iframe src="http://www.youtube.com/embed/1WbY9JHfJtM" frameborder="0" width="480" height="274"></iframe></p>
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		<title>Grilli e Grulli</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 14:18:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Mele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Focus]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano 1]]></category>

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		<description><![CDATA[Al voto bisognerà andare, non c’è verso. Altri mesi così, faranno ulteriormente calare l’attuale miserando 40-30% in cui sono precipitati tutti i filoni del pensiero e dell’azione politica. Pd al 20%, Pdl al 15%, Terzo Polo al 6%. Perdi più su una base elettorale inferiore al 70%. Questi i due dati consegnatici dai 9 milioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><strong>Al voto bisognerà andare, non c’è verso. Altri mesi così, faranno ulteriormente calare l’attuale miserando 40-30% in cui sono precipitati tutti i filoni del pensiero e dell’azione politica.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-7234" title="grillo2288421" src="http://www.pensalibero.it/wp-content/uploads/2012/05/grillo2288421-250x154.jpg" alt="" width="250" height="154" />Pd al 20%, Pdl al 15%, Terzo Polo al 6%. Perdi più su una base elettorale inferiore al 70%. Questi i due dati consegnatici dai 9 milioni di votanti impegnati nelle amministrative 2012; dati sui quali si stanno formando analisi diverse che concordano solo su un punto: lo schieramento parlamentare di Monti, che vale sulla carta più del 70%, nella realtà non è maggioranza nel paese, anzi contando l’astensionismo come voto contrario (il che è in parte una forzatura), non rappresenta che a mala pena il 30% del popolo. A sinistra il crollo elettorale del Pdl basta ed avanza per ridere, come è stato detto. Nel composito mondo del centrodestra, si va da chi si scopre anche un po’ grillino, a chi punta sul ritorno di Berlusconi, a chi sembra chiedere le dimissioni di Alfano, a chi esalta l’esempio di Tosi, a chi comunque disprezza sulla linea di Napolitano, l’antipolitica di Grillo ed a chi difende comunque la politica, indivisibile dalle istituzioni. Al voto bisognerà andare, non c’è verso. Altri mesi così, faranno ulteriormente calare l’attuale miserando 40-30% in cui sono precipitati tutti i filoni del pensiero e dell’azione politica. Quando ci si andrà, anche con l’attuale forma elettorale, torneranno in Parlamento comunisti ed affini, con i nomi più vari. Il Pd da anni imbroglia la sua base elettorale, facendole balenare programmi in difesa del reddito e dei servizi per i ceti medio bassi e poi comportandosi come il partito delle corporazioni forti. Il conflitto tra coop e sindacati di questi giorni è esemplificativo. Acquisizioni e fusioni si accompagnano a massicci esodi e licenziamenti. Qui cade la parabola del valore. Per la maggioranza, che sia corretto economicamente o no, maggiore valore finanziario costruito sui minori costi e licenziamenti, non è valore. Controprova è l’esempio dei Del Vecchio di Luxottica o dei Be stupid not be smart di Rosso. Dunque torneranno in forza i comunisti e si stabilizzeranno i dipietristi che attualmente sono gli unici rosso-bruni, fascio comunisti, realmente presenti in un paese europeo. A loro si deve l’identificazione tra politica, casta e mafia, il pensiero mafiosista, indirizzato ovviamente a tutti gli altri partiti. In cosa mai potrebbe surclassarli il movimento di Grillo? Come potrebbe interpretare meglio della sirena comunista e giustizialista  voti dell’astensionismo e dei delusi di destra e di sinistra? E’ stato detto ed è da sottolineare. La proposta di Grillo è l’aumento spropositato di democrazia diretta, idea neanche peregrina grazie all’innovazione tecnologica, ben esemplificata dall’ordinaria amministrazione elvetica, ad esempio. Questa idea di democrazia diretta, cioè dell’ampliarsi del valore dei milioni dei già esistenti comitati, associazioni, centri, etc, in milioni d’incontri, di confronti, di ascolti, di trattative e litigi è un sogno ad occhi aperti per il mondo burocratico; magari non per quello prefettizio, ma sicuramente per quello locale e di terzo e quarto livello. E’ un’idea che è assolutamente in linea con l’esplosione delle fonti di diritto, locali, nazionali ed europee, nelle quali gongola il mondo giurisprudenziale, facilitato così alla completa libertà e incoscienza. Ed è un’idea amatissima nel mondo comunista e dintorni che della propria forza nel momento assemblare, nella relativa selezione dell’uditorio, nei meccanismi di pressione, intimidazione e  minaccia storicamente adoperati, si bea tutt’oggi. In fondo a moltissimi italiani  i sistemi compromissori, di non decisione ma anche di non esclusione, piacevano proprio in amore di una certa sicurezza per tutti. La democrazia diretta, la discussione infinita hanno lo stesso pregio del non fare, del non affrontare, del rimestare tutto in continuazione fondandosi su legittimi dubbi su inconfessati interessi che comunque non possono che esserci. La trasparenza è già un trend mondiale per la virtualizzazione dei rapporti imposta dalle tecnologie; il giudizio sulle persone è da tempo i loro redditi, a seconda dei punti di vista,nel bene e nel male. La variante italiana tira queste tendenze verso il blocco reciproco dei veti e contro veti; rischia di allargare a tutto il paese i metodi usati, legali o no per far uscire dal primo piano Berlusconi. Bisogna avere chiaro che con 400000 eletti già insediati, l’applicazione massiva della democrazia diretta uccide la democrazia, pensando anche ai metodi casarecci con cui verrebbe applicata in carenza di strumenti ed usi tecnologicamente avanzati. Un mix di superstizioni politiche e non, demagogia e considerazioni falsamente umanitarie  spingerebbero a legiferare contro ogni libertà ed a mettere in forse ogni tipo di attività, se non la produzione di carte. Dovrebbe essere allora chiaro l’impegno contro la democrazia diretta, per la diminuzione dei 400mila eletti, per l’impegno a non legiferare se non per necessità. Ed ancora riportare in Parlamento l’unica fonte di diritto. Come limitare l’operato delle fondazioni nei rispettivi partiti.. Come riportare miriadi di associazioni categoriali in quelle che firmano e trattano contratti di lavoro. La trasparenza, su come votano i politici, sui dibattiti in streaming tv, sui progetti all’esame del voto è un dati dei tempi; aggiunge dati ai miliardi di dati già presenti nelle teste iperinflazionate della gente. Per non precipitare nei consensi, è però necessario restare fedeli agli impegni presi al momento del voto, non cambiare casacca pena la decadenza. Questi sono i meccanismi di collegamento tra elettote ed eletto, non la trasformazione di ogni assemblea legislativa in un Tar che permetta alle minoranze di bloccare ogni scelta. Nei giorni del ritorno alla gambizzazione terroristica anni ’70, il soliti spirito fazioso ha illuminato la scena solo sulle esibizioni rudi dell’estrema destra greca entrata in Parlamento. Questa sarebbe la realtà della democrazia diretta applicata: comizi roosobruni contro i colpevoli sociali e politici predestinati. Non è dunque che da Grillo non vengano proposte precise. Sarebbe da grulli non contrastarle, non considerarle o addirittura sostenerle.</p>
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