Il falso mito della Marcia su Roma

La “leggenda” della “marcia su Roma” fece comodo ai fascisti, che vantarono una vittoria in realtà ottenuta “a tavolino” e anche agli antifascisti che si dipinsero vittime di centomila squadristi armati sino ai denti.

di Aldo A. Mola | 11 settembre 2017

La disputa  sulla “Marcia su Roma” programmata da Forza Nuova per il prossimo 28 ottobre salirà ancora di tono, anche per le improvvide dichiarazioni del sindaco della Capitale, Virginia Raggi, che intima: “Non può e non deve ripetersi”, quasi “il duce” fosse alle porte. L’occasione è propizia per sfatare un “mito” abusato. Chiariamo subito che la famosissima “marcia” non avvenne il 28 ottobre 1922 e che, se per tale si intende l’assalto armato alla Città Eterna, essa non ebbe mai luogo. Solo il 31 ottobre, invero, circa 25.000 “militi”, stanchi e per niente soddisfatti, sfilarono per il centro di Roma e furono subito spediti a casa. Il governo Mussolini era già insediato e non ne aveva alcun bisogno. I mestatori, però, continuano a rinfocolare una leggenda che fece comodo a fascisti e ad antifascisti: a beneficio dei professionisti della “guerra civile” e a scapito della verità storica.

In un Paese bisognoso di “normalità”, narriamo i fatti, con ordine. Il 24 ottobre Mussolini aprì al teatro San Carlo di Napoli il secondo Congresso del partito Nazionale Fascista. Il precedente (Roma, novembre 1921) aveva segnato il passaggio dal movimento al partito. A presiederlo era stato il generale Luigi Capello, massone, all’epoca “in bonis” con il Duce e molto apprezzato dalla Milizia. Passato poi all’opposizione, il 4 novembre 1925 Capello fu incastrato nell’ “attentato Zaniboni” alla vita di Mussolini e condannato senza prove convincenti a trent’anni di carcere, tre dei quali in isolamento.

Quel 24 ottobre 1922  da un palco del Teatro di Napoli si affacciò anche Benedetto Croce. Da storico, amava “vedere”. Applaudì persino. Mussolini aveva tre obiettivi: accelerare la crisi del governo presieduto da Luigi Facta ed entrare nell’esecutivo con alcuni ministri prima che iniziasse il declino del suo sempre caotico partito, con un piede nello squadrismo e uno sulla soglia di un potere. Aveva messo le mani avanti nel discorso di Udine (20 settembre) in cui aveva precisato che il fascismo, per allora, non poneva in discussione la monarchia. Il secondo scopo era tagliare la strada a Gabriele d’Annunzio che stava progettando con Facta un raduno patriottico all’Altare della Patria per il 4 novembre, festa della Vittoria. Sapeva bene, infine, che, forte di appena 37 deputati su 543 e di squadristi “a  noleggio”, il tempo giocava contro di lui. Come si entusiasmano, così gli italiani presto si stufano. A Cesarino Rossi Mussolini  confidò che il suo vero timore era il ritorno di Giolitti  al governo: in tal caso, egli disse, “siamo fottuti” (sic!). Lo Statista  aveva sgomberato a cannonate  d’Annunzio da Fiume; altrettanto avrebbe fatto con i fascisti se avessero tentato l’assalto alle Istituzioni.

Il Parlamento non si radunava dal 7 agosto, quando aveva concesso la fiducia al secondo governo presieduto da Facta, nel quale erano entrati due ministri di polso: PaolinoTaddei all’Interno e Marcello Soleri alla Guerra. Abituato a fiutare il pericolo (era anche rabdomante, secondo Angelo Gatti), Vittorio Emanuele III incalzò invano il primo ministro a convocare le Camere.

Il 18 ottobre i quadrumviri del fascismo (il generale Emilio De Bono, Italo Balbo, oratore della loggia Gerolamo Savonarola di Ferrara, Cesare Maria De Vecchi, monarchico indefettibile, e Michele Bianchi, repubblicano) si radunarono a Bordighera. I primi tre resero omaggio alla Regina Madre, Margherita di Savoia, che non nascondeva simpatie per un governo “di ordine”. Lo stesso giorno gli industriali di Milano (esasperati da scioperi e non dimentichi dell’ “occupazione delle fabbriche” del settembre 1920) ebbero un incontro rassicurante con esponenti del PNF. Poiché Mussolini minacciava di lanciare le squadre all’assalto della capitale per imporre il cambio di governo, Soleri impartì al generale Emanuele Pugliese, comandante della divisione militare di Roma, l’attivazione delle misure predisposte da un mese.

Il 24  ottobre Facta rassicurò il re: “Credo ormai tramontato progetto marcia su Roma”. Si destò alle 0.10 del 27 quando telegrafò al sovrano che le squadre avevano iniziato la mobilitazione in alcune città dell’Italia settentrionale (da Cremona, sotto la guida di Roberto Farinacci, “il più fascista”, ad Alessandria) e in Toscana, ove l’ordine pubblico venne ferreamente mantenuto dal generale cuneese Ernesto De Marchi.

Al prolisso telegramma di Facta il re rispose ruvidamente con due parole. Partì da San Rossore e arrivò alla Stazione Termini alle 19.40. Fu ricevuto da Facta. Nel frattempo il governo aveva deliberato le dimissioni, quindi era in carica solo per l ‘ordinaria amministrazione. La città di Roma era tranquillissima. L’esercito effettuò blocchi ferroviari a Civitavecchia, Orte e Velletri, togliendo i binari e mettendo carrozze di traverso. Aveva sconfitto l ‘Austria-Ungheria, completa di alleati germanici. Non temeva i “marciatori su Roma”.

La mattina del 28 due liberal-nazionalisti (Aldo Rossini e Giuseppe Bevione) svegliarono  Facta di buon ora. Il governo si radunò  senza un ordine del giorno e decise di sedere in permanenza. Alle 6.30 Taddei trasmise al capogabinetto Efrem Ferraris il testo della proclamazione dello stato d’assedio in tutte le province a decorrere dalle 12 e l’ordine ai prefetti e ai comandanti militari  di “arrestare immediatamente, senza eccezioni, capi e promotori del movimento insurrezionale contro i poteri dello Stato”. Voleva dire la legge marziale in tutto il regno.

A vegliare furono Vittorio Emanuele III ,e il suo primo aiutante di campo, il generale Arturo Cittadini. Verso le 9 Facta andò dal re con il decreto dello stato d’assedio, già diramato. Vittorio Emanuele lo mise in un cassetto e gliene impose la revoca. Senza la sua firma valeva zero. Facta fece quanto ordinato. Sconcertati dalla clamorosa auto-smentita del governo, molti prefetti chiesero conferma in cifra.

Il re si sarebbe valso volentieri di Giolitti, che però stava festeggiando l’80° compleanno a Cavour, in Piemonte, e non fu in grado di raggiungere  Roma. Lo stesso avvenne per il cattolico milanese Filippo Meda altro possibile presidente del Consiglio. Tramontata la candidatura di Antonio Salandra, non gli rimase che rimettersi al consiglio di tutte le personalità consultate: incaricare Mussolini. Accompagnato forse da Raoul Palermi, sovrano della Gran Loggia d’Ialia, il messaggero riservato del duce, Ernesto Civelli, assicurò che i fascisti non costituivano alcun pericolo per la monarchia. Ottenuto il preincarico, la sera del 29 ottobre Mussolini partì da Milano in vagone-letto. A Civitavecchia sostò forzatamente. Nel cambio di treno e nel breve viaggio seguente gli venne spiegato dai nazionalisti romani che doveva depennare dalla lista dei ministri Luigi Enaudi, liberale liberista, e il socialista Gino Baldesi. Ricevuto dal re a fine mattina del 30, nel tardo pomeriggio presentò l’elenco dei ministri. Convocati per telefono o telegrafo, l’indomani questi si presentarono per giurare. Lo fece anche Mussolini, che, presente il re, prese le consegne da Facta. Poi corse al ministero dell’Interno e agli Esteri, ove scelse come capogabintto Giacomo Barone, massone.

E le squadre? Ne ha scritto Roberto Vivarelli, Premio Acqui Storia alla carriera, nell’esemplare  “Storia delle origini del fascismo” (il Mulino). Partite il venerdì per “marciare” il sabato, festeggiare la domenica e trovarsi a casa il lunedì mattino, armate di bastoni, pugnali, rivoltelle, qualche fucile, ormai da giorni erano a corto di “munizioni da bocca”. Pioveva; faceva freddo. Solo a governo nominato, nella notte tra il 30 e il 31 poterono avvicinarsi alla città. Nel quartiere di San Lorenzo si registrarono scontri tra neri e rossi, e vittime, come da anni in varie città piccole e grandi.

La sfilata partì da Piazza del Popolo arrivò all’Altare della Patria (ove erano schiarati i deputati nazionalisti), salì al Quirinale, dal cui balcone si affacciarono il re e i ministri della Guerra e della Marina,Armando Diaz e Paolo Thaon di Revel, e raggiunse Termini. Di lì gli squadristi vennero mandati a casa con 45 treni speciali. Nella seduta inaugurale del  Consiglio dei ministri, l’1 novembre,  Mussolini assicurò che in 24 ore Roma sarebbe stata tranquilla. Così fu.

Ad aprire la parata del 31 (e non 28) ottobre, il sindaco di Roma mandò la banda musicale della città. I fascisti sfilarono nell’indifferenza della popolazione. Era un martedì. Il 5 novembre, reso omaggio al Milite Ignoto, il re partì per San Rossore.

L’Italia si avviava alla normalità. Nessuno poteva immaginare quanto sarebbe accaduto dieci, quindici, vent’anni dopo. Niente di quanto avviene, infatti, è già scritto. Sono gli uomini a fare, bene o male, giorno dopo giorno. Tante “storie” raccontano gli eventi partendo dalla fine anziché seguendo i fatti uno dopo l’altro. Scrivono profezie del passato, non la storia.

Il sindaco Raggi, se vuole, può affidare a una banda musicale il compito di sdrammatizzare  qualunque prossima sfilata in una città  che, come l’intero  Paese, ha ben altre priorità che la rievocazione di un evento storico. La “leggenda” della “marcia su Roma” fece comodo ai  fascisti, che vantarono una vittoria in realtà ottenuta “a tavolino” (il PNF oltre a Mussolini ebbe tre ministri in un governo di coalizione nazionale comprendente nazionalisti, cattolici, demosociali e il giolittiano torinese Teofilo Rossi di Montelera); ma quel falso mito giovò anche agli antifascisti che si dipinsero vittime della proterva aggressione di centomila squadristi armati sino ai denti. L’ Italia ha bisogno di storia vera, non di fiabe, né di polemiche strumentali.

 

Aldo A. Mola

 

Aldo Alessandro Mola è uno storico e saggista italiano.

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