Europa destinata a una caduta rapida e profonda

“Se l’Europa fosse un titolo azionario, converrebbe venderlo al più presto. Perché destinato a una caduta rapida e profonda”.

di Alberto Pasolini Zanelli | 27 marzo 2016

Lo ha detto qualcuno che di queste cose se ne intende e che gli americani, ad ogni modo, ascoltano: “Se l’Europa fosse un titolo azionario, converrebbe venderlo al più presto. Perché destinato a una caduta rapida e profonda”. Il motivo non è finanziario, ma “politico”, anzi terroristico. L’Unione europea è qualcosa che ha la sede legale a Bruxelles, dunque già per questo un pochino risente della sua azione in quella sfortunata capitale. Se i suoi titoli sono destinati ad andare giù, la colpa non è dei suoi dirigenti. È, secondo i gusti, o dei terroristi o degli autori del suo “atto di nascita”. Perché l’Unione europea dovrebbe fare certe cose – molte – e troppo spesso non le fa. Forse perché sono troppe o forse perché, come pensano in molti, incluso il guru di cui sopra, non potrebbe comunque fare di meglio. Comunque, va detto a sua parziale discolpa, nel suo certificato di battesimo non c’è scritto che debba avere a che fare con organizzazioni terroristiche, tanto meno di origine religiosa e di spirito fanatico. Quelli dell’Isis, poi, non hanno aggredito a colpi di tritolo i dirigenti dell’Europa, bensì dei suoi “sudditi” presi a casaccio, solo perché abitavano a Bruxelles.

Anche così, però, ci deve essere qualche motivo per cui hanno scelto quella data. Dal punto di vista di un terrorista, è pressappoco quella giusta: l’Europa, o almeno quell’Europa, è in crisi, è vulnerabile, sta litigando con mezzo mondo e soprattutto con se stessa. Per di più vive sotto una costellazione maledetta. Dovrebbe essere, per cominciare, una specie di club fra amici che si rispettano, si vogliono perfino bene e comunque cercano di fare l’interesse comune. Evidentemente non è così. Non solo per colpa delle rigidità perfide della signora Merkel, ma perché il momento è proprio difficile (anche per colpa della signora Merkel). È difficile per tutto il mondo, come anche un incompetente può constatare, se ha la pazienza di leggere l’elenco che i governi, in Europa e fuori, che sono in crisi perché non riescono a trovare una maggioranza e, se la trovano, non riescono a fare un programma. Capitò anche alla casa madre dell’Europa, il Belgio. Alcuni anni fa le elezioni ebbero dei risultati così aggrovigliati che i partiti ci misero quasi un anno per trovare un governo. Per un po’ gli altri europei si divertirono a seguirne le vicende, oggi non interesserebbero a nessuno e soprattutto nessuno avrebbe voglia di ridere.

Prima di tutto perché questa non è più una divertente eccezione: è diventata una abitudine diffusa in tutto il mondo, addirittura una banalità. In Spagna hanno votato ormai da due mesi e continuano a trattare, per il semplice motivo aritmetico che non si trova una somma che sia superiore alla metà degli scranni delle Cortes. Socialisti più nuova sinistra non basta, conservatori con nuovo centro son troppo pochi, conservatori e socialisti niente da fare, estrema sinistra estrema destra, be’ quella non l’hanno ancora provata. Ma quel commentatore americano sa già che non funzionerà. Perché non succede per un capriccio, ma per la forza delle cose. Il Paese più vicino alla Spagna, il quasi gemello Portogallo, vive esattamente la stessa vicenda, con la differenza che, essendoci a Lisbona una Repubblica e non un regno come a Madrid, ha almeno un presidente che passa il tempo a cercare le coordinazioni. L’unica cosa sicura è che qualunque formula sanno tutti che non funzionerà. E non è un capriccio iberico: i governi europei stanno cadendo uno dopo l’altro oppure rimangono, ma il Paese dà chiari segnali, scheda in mano, che non godono la fiducia e si prepara la successione.

Potrebbe essere anche, dopotutto, una buona notizia: essendo l’Europa unita forse non è male che soffra degli stessi malanni e prenda le stesse medicine. Quando poi si aggiunge che nell’altra parte del mondo sono esplose contemporaneamente almeno sette guerre con una ventina di belligeranti, comprensibilmente innervositi, allora capita addosso una valanga. Perché tante guerre significano tanti profughi e quasi tutti coloro che scappano di casa preferiscono dirigersi verso una delle tante province dell’Europa. Con appassionata determinazione, dovuta probabilmente anche al legittimo desiderio di salvare la pelle. Al punto che verso la sola Germania si stanno dirigendo un milione di profughi dalla Siria e dintorni. Hanno perfino il biglietto. Gliel’ha dato la Merkel in un momento di buon umore. Poi alcune regioni tedesche sono andate alle urne, il partito della cancelliera ha perso una valanga di voti, sono spuntati nuovi partiti di opposizione, prevalentemente di estrema destra, mentre più o meno negli stessi giorni in Grecia prendevano il potere quelli di estrema sinistra, però con l’appoggio di una estrema destra, perché neppure ad Atene ci sarebbe la maggioranza. L’essenziale è che siano d’accordo nel detestare i governi precedenti e ancor più quelli delle altre “province” dell’unità europea: quelle che si aspettano che i debitori paghino i debiti, anche se non hanno una lira in cassa e quindi per pagare i debiti devono fare degli altri debiti. Si chiama Austerity e suona meglio, evidentemente, in tedesco, in svedese, danese; insomma nei dialetti nordici che non in greco o nelle lingue neolatine. Morale: l’Europa come è adesso non diverte nessuno e fa soffrire tanti. Anche chi non ha mai guardato i bilanci riconosce i Paesi debitori da due caratteristiche: vivono in Paesi caldi e hanno un sacco di partiti nuovi, i cui governi imprecano e poi obbediscono alla signora Merkel o a un certo signor Juncker che, figuriamoci, è lussemburghese. E poi aspettano nuove elezioni. Nelle quali voteranno o per l’estrema destra (come in Polonia) o per l’estrema sinistra (come in Grecia), o per una giovane e bella signora di estrema destra come in Francia o per un partito dal nome un po’ buffo, Veri Finni. Che dovrebbero andare d’accordo con i Fratelli d’Italia. Ma non è detto. E poi dove mettiamo le femministe, che potrebbero votare per le sorelle?

Cosa devono fare degli scontenti, quando oltretutto quella gente che viene da lontano cerca di sterminarli con la dinamite? Arrabbiarsi è poco, fare la guerra non conviene. E poi mica è solo roba da europei. Basta guardare all’America. La campagna elettorale è cominciata nell’ottobre dell’anno scorso per eleggere un presidente che entrerà in carica nel gennaio di quest’altr’anno. Però anche gli americani devono essere arrabbiati, perché sono spuntati per l’occasione personaggi mai tanto pittoreschi nella storia degli Usa: due cubani che finora hanno preso più della metà di tutti i voti americani, uno nato in Canada. La moglie di un ex presidente, il figlio e fratello di due presidenti, l’amministratrice delegata di una colossale fabbrica di computer, che però alla fine trattarono come un presidente del consiglio qualsiasi: licenziata, ma con un congruo numero di milioni di liquidazione. Poi un medico che prima di candidarsi non aveva praticamente mai letto un giornale politico. Poi uno che aveva fatto il parroco. Poi uno che nei comizi promette che, se sarà eletto, ordinerà un sacco di bombardamenti a tappeto e praticherà la tortura, naturalmente contro i terroristi o presunti tali. E così via, ma ce ne sono due che battono tutti. Come originalità di personaggi, per cominciare: uno è sensato, modesto, vecchiarello, curvo e dalla voce da perenne raffreddore, che però si proclama socialista. Il che in America è l’equivalente di definirsi un omino verde di Marte e che come programma ha – in America – la “Rivoluzione”. Gli americani hanno l’abitudine di andare piuttosto poco alle urne. Sono, anche loro, scontenti e arrabbiati. Per i soliti motivi: i più non hanno abbastanza soldi in tasca. E poi ci sono anche qui troppi immigrati. Undici milioni sono quelli illegali. Naturalmente c’è chi vorrebbe espellerli, tutti. E poi costruire del muro molto alto per tenerli fuori. E via discorrendo. I candidati inizialmente erano venti, tre democratici e diciassette repubblicani. Dal momento che i soldi prima o poi finiscono, adesso sono rimasti in cinque: tre repubblicani e quei soliti due democratici, la moglie di un ex presidente (ovviamente Hillary Clinton), il socialista (Bernie Sanders), uno che (la vera eccezione) ha sempre fatto il politico, uno dei due cubani quello che vuole fare della tortura un’abitudine (Ted Cruz) e soprattutto, Donald Trump, quello che fa quattro comizi al giorno, aumentando ogni volta il totale delle promesse, che farebbe erigere un maximuro lungo tutta la frontiera fra Stati Uniti e Messico, “facendolo pagare ai messicani”. Dimenticavo che dal primo giorno della maratona elettorale americana a stasera quest’ultimo è passato in testa.

Alberto Pasolini Zanelli, giornalista e scrittore da anni residente a Washington.

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