Europa e Africa: unite nella lotta conto il mondialismo ! Intervista di Luca Bagatin all’attivista panafricano Dany Colin

di Luca Bagatin | 11 ottobre 2017

Colonialismo, neocolonialismo e schiavismo sono gli aspetti che più hanno caratterizzato le politiche di dominazione attuate dal cosiddetto Primo Mondo, dagli Stati Uniti d’America all’Europa, nei confronti del cosiddetto Terzo e Quarto Mondo.

E tali politiche sono all’origine della deportazione di massa di esseri umani dai Paesi del Sud del mondo ai Paesi del Nord del mondo, con tutte le conseguenze di violenza e sradicamento culturale e identitario che ciò comporta e ciò unicamente a vantaggio delle élites economiche e multinazionali che sfruttano da secoli e in varie forme la manodopera straniera a basso costo.
E ciò sia con lo sfruttamento delle risorse in loco, che attraverso lo sfruttamento dell’immigrazione di massa.
Ad opporsi a tale sistema di sfruttamento le lotte di emancipazione del popolo Nero, attraverso il movimento denominato “panafricanismo”, sviluppatosi nel corso del ‘900 in particolare negli Stati Uniti d’America grazie a personalità quali il sindacalista giamaicano Marcus Garvey (1887 – 1940) ed il saggista ghanese William Du Bois (1868 – 1963). Costoro furono i primi a lottare per l’emancipazione economica, sociale ed umana dei popoli afrodiscendenti negli USA ed in particolare Garvey organizzerà una compagnia marittima – la Black Star Line – al fine di favorire economicamente il ritorno in Africa di tali popoli, che non meritavano affatto di essere sradicati, ma di vivere pacificamente e in piena sovranità e indipendenza nella propria terra d’origine.
Di questo e non solo parla il saggio-brochure “L’Europe et l’Afrique: meme combat contre le mondialisme!” (“L’Europa e l’Africa: stessa lotta contro il mondialismo!”), edito dalla rivista Socialista Rivoluzionaria “Rébellion” (http://rebellion-sre.fr) attraverso le “Editions des livres noirs” e redatto da Dany Colin.
Dany è attivista panafricano di origine congolese, collaboratore delle riviste “Rébellion” (rivista dell’Organizzazione Socialista Rivoluzionaria Europea), “Eléments” (fondata dal filosofo Alain De Benoist) e “Panafrikan” (rivista della Lega Panafricana Umoja), attivista dell’Organizzazione Socialista Rivoluzionaria Europea (OSRE) e dottore di ricerca in filosofia presso l’Università Toulouse II – Jean Jaurès di Tolosa, oltre che cineasta e studioso di cinematografia.
La riflessione che Dany Colin vuole porre al pubblico è, in sostanza, che il razzismo e la xenofobia sono fomentate dalle élites economiche e politiche al fine di dividere le persone ed indebolirle. Un po’ come avviene nelle guerre fra poveri. Bianchi e Neri devono invece unirsi ed allearsi, rispettendo, valorizzando e non abbandonando la propria cultura e spiritualità d’origine e lottare sia contro il fondamentalismo religioso che contro il totalitarismo mondialista, capitalista e liberale.
Dany individua nell’alleanza fra le forze e le persone europee ed africane anti-mondialiste, panafricane, nazionaliste, socialiste rivoluzionarie, populiste, neo-eurasiatiste, protezioniste sotto il profilo economico-culturale, quale l’unica a potersi opporre pragmaticamente ai tentacoli del mondialismo capitalista, che vorrebbe seguitare ad imporre un modello unico economico-sociale neololoniale basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
L’obiettivo finale – secondo Dany Colin – dovrebbe essere, in sostanza, una Grande Europa federata, sovrana, indipendente e unita ad una Grande Russia multipolare teorizzata dal filosofo russo eurasiatista Aleksandr Dugin e una Grande Africa indipendente, sovrana, federata e in dialogo costante, pacifico ed amichevole con l’Eurasia.
Per poter approfondire meglio le sue proposte e far conoscere ai lettori l’attivismo panafricano, ho avuto la possibilità di intervistare l’amico e compagno di militanza Socialista Rivoluzionaria Dany Colin, segnalando che il suo saggio-brochure è acquistabile, in francese, al seguente link ad un prezzo davvero simbolico: link: http://rebellion-sre.fr/boutique/europe-afrique-meme-combat-contre-mondialisme-de-dany-colin/
Luca Bagatin: Tu sei di origine congolese. Se non erro sei nato in Francia da padre francese e madre congolese. Nella tua brochure racconti di avere avuto difficoltà ad essere accettato, da piccolo, a causa del colore della tua pelle. Hai subito dunque in prima persona il fenomeno razzista. Puoi parlarcene ?
Dany Colin: Sono nato a Kamina, Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire). Mio padre era un paracadutista francese (di Lorena), negli ultimi anni della sua carriera, nel terzo RPIMA (Reggimento Paracadutisti di Fenteria e Marina) di Carcassonne (città del sud-ovest della Francia), il quale è stato chiamato ad intervenire in quello che a quel tempo era chiamato Zaire, sotto la richiesta del suo Presidente Mobutu Sese Seko. Io sono il frutto della sua unione con una donna congolese la cui famiglia è originaria della regione mineraria del Katanga, regione secessionista ai tempi dell’indipendenza del Congo nel 1960. Sono arrivato in Francia all’inizio – all’età di circa un anno – con mio padre, ma mia madre rimase in Africa per complesse ragioni famigliari e politiche.. Così sono cresciuto in una famiglia bianca borghese, mentre io ero l’unico “meticcio”. Ho subito violenza fisica e morale da un gruppo di ragazzini, la violenza è spesso – e paradossalmente – più forte quando nell’ambiente famigliare c’è un genitore nero. Tuttavia, come ho precisato in una conferenza che ho tenuto quasi un anno fa a Tolosa, anche se la mia classe sociale di appartenenza è stata quella borghese (anche se io mi considero come appartenente alla classe media di una famiglia mantenuta quasi escusicamente dallo stipendio di un uomo, vale a dire mio padre), sin da ragazzino ho compreso quanto i conflitti fra le classi sociali fossero interconnessi con i conflitti fra le razze.
Luca Bagatin: Come e quando hai deciso di diventare un attivista panafricano ?
Dany Colin: Diciamo che posso raccontare ciò in due fasi.
La prima è il mio primo ritorno nella Repubblica Democratica del Congo nel 2011, che si è concluso con una serie di domande relative all’identità nera, la quale è emersa attraverso la mia pelle e la cui esatta provenienza mi è stata a lungo tenuta segreta per vari motivi famigliari che richiederebbero un ampio discorso che non è il caso di fare qui. Fu così che conobbi mia madre ed in parte il resto della mia famiglia congolese, rendendomi conto che i neri ed i meticci d’Europa conoscono poco l’Africa e spesso ne hanno un’immagine di fantasia. Questo mio viaggio in Africa mi ha permesso di osservare che il conflitto Bianchi contro Neri, sostenuto dal razzismo istituzionale francese, vuole semplicemente annullare in realtà conflitti di classe ben più gravi. Quelli ad esempio costituiti dal sottoproletariato congolese contro l’oligarchia congolese ricca. Un’altra rivalità è di natura etnica e riguarda i balubas di Kasai – una provincia situata tra la parte di Kinshasa e la parte di Lubumbashi – la cui lingua è il Tshiluba, la quale fa parte di una certa élite politico-economica, e dall’altra parte i i balubas del Katanga, i quali parlano il Kiluba.
Un altro aspetto che mi ha fatto amare il panafricanismo fu l’intensa storia d’amore che ebbi con una attivista panafricana franco-guineiana ispirata a grandi figure della Rivoluzione Cubana come Che Guevara. Lei mi ha ridato la speranza verso un’Africa e un Congo la cui storia non è stata molto favorevole. Penso ad esempio alla sconfitta subita dal “Che” durante la guerra del Congo del 1965 tentando di far cadere l’assassino di Patrice Lumumba, ovvero Moïse Tshombé.
Questa cara ragazza mi ha permesso di vivere per più di un anno e mezzo a Conakry. Ho così potuto approfondire la vita dei suoi abitanti e scoprire un’altra realtà africana, con i suoi altri conflitti etno-tribali (Soussous, Fulani, Malinke) e socio-culturali. Ma questa volta ho potuto farlo dopo aver approfondito meglio la realtà dell’Africa e con uno sguardo maggiormente politicizzato e radicalizzato. E soprattutto ero tornato nel continente africano in qualità di militante, di formatore della gioventù patriottica di Guinea, dotata di una forte fibra panafricanista assai difficile da trovare fra i nostri attivisti europei della diaspora, troppo spesso impegnati a consumare e a fare festa.
Luca Bagatin: Il panafricanismo è fenomeno poco conosciuto, almeno in Italia. Puoi parlarci della tua militanza panafricanista ? Che ne pensi dell’attivista panafricano Kemi Séba e delle sue battaglie?
Dany Colin: Il mio attivismo panafricanista differisce su alcuni aspetti di una visione più “panégriste”, che è piuttosto una concezione afro-discendente d’origine americana del tipo dell’UNIA di Marcus Mosiah Garvey e della Nation of Islam della onorevole Elijah Muhammad, che è stata portata avanti negli Anni ’60 da Malcolm X ed è attualmente rappresentata dal Ministro Louis Farrakhan.
Dal mio punto di vista il panafricanismo deve essere fatto in Africa, sul campo, e necessita di ri-emigrazione di attivisti militanti africani panafricani e altri che non si sentono rappresentati in Europa. Ciò al fine di aiutare gli attivisti indigeni africani ad ottenere la famosa sovranità africana tanto decantata su Facebook, ma mai attuata ! La priorità deve essere data all’istruzione, sin dalla tenera età, alle grandi figure del panafricanismo e dei concetti politici che l’hanno accompagnato (tra cui il socialismo di Ahmed Sékou Touré in Guinea, di Kwamé Nkrumah in Ghana e di Amilcar Cabral in Guinea-Bissau negli anni ’60), oltre che sulla riattualizzazione del pensiero e della dottrina panafricana in chiave moderna. Il socialismo nazionalista di alcuni attivisti si mescola al federalismo con accenti liberal-capitalisti, mentre in altri casi si mescola al tradizionalismo Kamite (chiamato “Afro-centrismo”) di un altro gruppo. Tali divisioni non aiutano. Occorre unificare una dottrina veramente africana e superare le nostre difficoltà di azione rivoluzionaria.
Per quanto riguarda il lavoro di Kemi Séba, conosco il suo attivismo da quando ha iniziato a militare in Francia. Ho seguito il suo percorso sia mediatico che ideologico. Egli ha attraversato l’afro-centrismo creando il Ka Tribe (sciolto nel 2006 da Nicolas Sarkozy, allora Ministro degli Interni in Francia) per poi sposare più precetti della Nation of Islam in rappresentanza della sezione Francese del New Black Panther Party (fondato negli Stati Uniti nel 1989 dal Dr. Khalid Abdul Muhammad). Il suo coraggio, la sua insolenza in risposta alla prepotenza di qualche intellighenzia dominante, i suoi pregiudizi sionisti come attivista africano in Francia e le sue alleanze passate con il movimento “Egalité & Réconciliation” (qualificato ingiustamente dai media mainstream in Francia come di estrema destra) erano senza precedenti e stimolanti dal punto di vista delle dinamiche ideologico-politiche e della critica radicale che ora deve essere nostra.
Luca Bagatin: In Europa molti si lamentano dell’immigrazione che, come dice Alain De Benoist, “E’ un fenomeno capitalista e padronale”. In pochi però comprendono che il fenomeno migratorio è ed è stato incoraggiato proprio dall’Europa e dagli Stati Uniti d’America colonialisti e neocolonialisti e che proprio le lotte panafricane hanno lo scopo di emancipare i popoli africani nella propria terra d’origine.
Cosa puoi dirci in merito ?
Dany Colin: L’immigrazione non europea in Europa, tra cui quella degli Anni ’70, non è altro che un effetto in continuità con il colonialismo. Ovvero l’indipendenza africana concessa negli Anni ’60, così come le rivoluzioni del ’68 in Francia e Italia, sono state unicamente nuove ricomposizioni del capitalismo al fine di estendere la sua logica di dominio, come spiegato ad esempio da Pier Paolo Pasolini in quella che egli definisce “società dei consumi”. Pasolini ha descritto il fenomeno italiano come “neofascismo”. Direi che siamo in grado di identificare lo stesso fenomeno in Francia, ma piuttosto possiamo percepirlo come neocolonialismo, ove, ad essere colonizzate, sono le popolazioni di immigrati di origine africana che lavorano in Francia a basso costo, privando così il Paese d’origine della forza produttiva, ma anche i francesi “nativi”, puniti per le loro aspirazioni rivoluzionarie. Così abbiamo due frange di proletari e sottoproletari della popolazione francese assoggettati dalla classe dirigente neoliberale, la quale trae profitto dalle due chimere del secolo, ovvero dal razzismo e dall’antirazzismo. Qualsiasi manovra che può reprimere il nostro spirito rivoluzionario, tutto ciò che può nascondere la lotta di classe quale strumento di analisi critica sembra essere, nel nostro mondo ricco fatto di finzione e menzogna, altamente consigliato!
Per quanto riguarda l’emergere di panafricanismo come argine allo sfruttamento dei Neri da parte dell’Occidente, è chiaro che un militante panafricano non può che essere anti-mondialista e dialogare ed allearsi con i nazionalisti europei che criticano l’immigrazione di massa, che è un fenomeno di sradicamento.
Luca Bagatin: Fra i maggiori leaders e politici panafricani che la Storia ha conosciuto ne cito alcuni: Patrice Lumumba (1925 – 1961) Primo Ministro della Repubblica Democratica del Congo; Kwamé Nkrumah (1909 – 1972), primo Presidente del Ghana indipendente; Thomas Sankara (1949 – 1987), Presidente del Burkina Faso; Mu’Ammar Gheddafi (1942 – 2011) Leader della Jamahirya Socialista di Libia. Tutti sostenitori di un’Africa indipendente e sovrana e tutti leaders sostenitori del socialismo africano, laico e democratico e per tutte queste ragioni contrastati e fatti uccidere dall’imperialismo statunitense.
Oggi che cosa rimane della loro opera e del loro messaggio ? Pensi che sia dal loro insegnamento che possa nascere un’Africa finalmente libera ed emancipata ? Oggi, secondo te, è possibile ciò ?
Dany Colin: Se proviamo a pensare dal punto di vista del nemico, diremmo che la colpa di tutti questi grandi personaggi storici che hanno combattuto le lotte di emancipazione dei popoli africani e le cui effigi sono ormai note alla gioventù africana e afrodiscendente attraverso il merchandising e su Facebook (ossia a metà fra il feticismo delle merci e lo spettacolo completo), era quella di avere legami con l’URSS, quindi con un’egemonia comunista che stava crescendo fra i Paesi del Terzo Mondo. La loro visione, tuttavia, era piuttosto di matrice socialista e nazionalista (Patrice Lumumba e Thomas Sankara, per esempio). Kwamé Nkrumah e Mu’Ammar Gheddafi erano più specificamente panafricani, e ciascuno in un modo diverso. Nkrumah si formò negli Stati Uniti ed ereditò uno Stato federalista che si mescolò ad un impegno unificante per l’Africa attraverso il socialismo, volendo abolire i confini africani creati dai coloni europei nella Conferenza Berlino (1884-1885), creando dunque una moneta africana, un esercito africano, un governo africano.
Mu’Ammar Gheddafi è stato l’unico che è riuscito a risolvere le controversie etno-tribali e promuovere il nazionalismo ed il socialismo (Gheddafi non era particolarmente filo-sovietico) attraverso la Jamahiriya libica ed il metodo di democrazia diretta che espone nel suo indispensabile Libro Verde. Inoltre ha lavorato ad un progetto di sovranità monetaria (il dinaro-oro), che ha minacciato di soppiantare il dollaro USA, prima di essere ignominiosamente defenestrato dall’Occidente. Naturalmente tutte queste figure ci lasciano un insegnamento, un patrimonio, ognuno a modo suo e secondo i loro paradigmi e l’epoca nella quale sono vissuti. Detto questo, il panafricano di oggi deve essere in grado di distinguere i benefici e gli errori di quei grandi leader che, nonostante tutte le forze “soprannaturali” che potrebbero averli guidati, rimangono esseri umani. Si tratta di un lavoro psichico necessario per l’attivista, al fine di uscire dalla sua eccessiva propensione all’idolatria passiva che alcuni pseudo-panafricanisti malintenzionati sanno molto bene manipolare a loro profitto.
Luca Bagatin: Nella tua brochure teorizzi un’alleanza fra socialisti rivoluzionari, panafricani e neo-eurasiatisti d’Europa ed Africa. Puoi spiegarci meglio la tua prospettiva ?
Dany Colin: Innanzitutto diciamo che c’è il tentativo strategico del nemico neoliberale di allineare la totalità del pianeta sotto l’egida del materialismo. E tale allineamento si struttura attraverso l’inversione totale dei valori tradizionali che appartengono ai nostri popoli ed alle nostre diverse civiltà. Tale allineamento è paragonabile a ciò che il militante comunista Antonio Gramsci definiva “egemonia culturale”. Ovvero noi abbiamo attualmente a che fare con un centralismo neofascista bancario che ingloba il mondo e lo uniforma in modo da ridurci a degli atomi senza radici e senza altro scopo che quello di consumare all’infinito.
Il nazionalismo, a breve termine, è l’unico in grado di arrestare tale fenomeno totalitario. Un nazionalismo che deve, per quanto riguarda la Francia, attualizzarsi ed allinearsi alle sue differenti dottrine politiche (l’Azione Francese realista, il Solidarismo neo-giacobino…), in particolare in questa fase di globalizzazione, che non dovrebbe durare a lungo.
L’Europa e l’Africa, a partire dalle loro relazioni storiche, dovrebbero negoziare la loro autodeterminazione politica, economica e commerciale e ciò non sarà possibile sino a che l’Europa non si libererà delle sue scorie ultraliberiste e sino a che l’Africa non si strutturerà secondo i paradigmi che le sono propri, recupererà le sue origini e radici mistiche e spirituali e sfrutterà la sua posizione geopolitica di non allineamento fra il Medioriente e l’America Latina.
Tale trasformazione continentale africana potrebbe allinearsi ad un mondo multipolare nella sfera eurasiatica dominata da un Oriente di rinascita spirituale (il Sole si leva sempre ad Est) e così l’Europa, che dovrà staccarsi dall’Atlantismo liberal-capitalista.
Lo scopo finale dovrebbe essere quello di ridefinire nuove alleanze strategiche a lungo termine nel rispetto delle diversità di ciascun popolo.
Luca Bagatin: Sei un cineasta ed uno studioso di cinematografia. Oltre ad aver realizzato dei cortometraggi, nella tua bruchure parli del cinema africano “sovversivo”. Potresti parlarcene ?
Dany Colin: Sono in effetti essenzialmente un cinefilo e la mia prima vocazione è il cinema e particolarmente la realizzazione e la scrittura di soggetti cinematografici.
Ho avuto finora un percorso che mi ha portato a fare un dottorato di ricerca il cui oggetto filosofico è “l’oggetto film”. Il “cinema sovversivo” che rilevo attraverso alcuni autori africani (il senegalese Djibril Diop e Sembène Ousmane Mambéty) si riferisce alla stretta relazione tra cinema e ideologia da un lato, ma anche i collegamenti tra cinema e spiritualità. Penso che l’arte cinematografica che appare nella creazione della cinematografia dei fratelli Lumière, alla fine del XIX secolo, sia fondamentalmente un’invenzione tecno-scientifica. La presente invenzione concorre con la fotografia già discussa tra gli artisti nel modo di oggettivare il mondo che ci circonda rimuovendo per esempio il potere soggettivista del pittore. Inoltre, il suo recupero da parte della classe media attraverso la proliferazione di ritratti (a spese dei paesaggi) simboleggiava l’estensione narcisistica di riproduzione, tra gli altri castigata dal poeta e critico francese Charles Baudelaire. Il film aggiunge alla fotografia movimento, che ha l’effetto di affascinare. Il cinema è un’arte, ma anche un settore, l’apparato capitalistico ha recuperato rapidamente questa arte in un’arte messa al servizio della propaganda politica, il che spiega in parte la profusione di opere in lode del comunismo pre-stalinista con i film di Sergueï Einsenstein russa (Strike (1925)) o Dziga Vertov (l’uomo con una macchina fotografica (1929)), o il film nazionalsocialista tedesco di Leni Riefensthal durante il periodo di Hitler. Situazione schizofrenica del cinema in quanto è espressione di rimpianto per le nostri armonie cosmiche (che rappresenta il cinema Andreï Tarkovsky), ma anche strumento al servizio delle masse consumistiche (rappresentate dal cinema commerciale americano).
Penso che il cinema abbia ancora la capacità di superare questa schizofrenia e di prevalere sul dominio neo-capitalista proiettando nuove immagini sonore che raccolgano al loro interno frammenti di verità sepolte, che lo spettatore deve decifrare con le sue facoltà contemplative. La gestione del cinema da parte del Grande Capitale è compresa dallo scrittore e regista italiano Pier Paolo Pasolini, che, alla fine degli Anni ’60, è stato in grado di identificare l’allineamento dell’Italia e del mondo intero al consumismo. E lo ha fatto realizzando film quali “Teorema” (1968) e “Porcile” (1969).
Il cinema sovversivo oggi, sia africano che non africano, è qualcosa che può ritrovarsi solo all’interno di un sistema audiovisivo anticonformista e opposto rispetto al conformismo globalista dominante. Da lì a liberarsi completamente dal globalismo è oggetto di lavori in corso…
Luca Bagatin
Nato a Roma il 15 febbraio 1979, blogger dal 2004 (www.lucabagatin.ilcannocchiale.it), collaboratore del quotidiano nazionale "L'Opinione delle Libertà" ed in passato de "La Voce Repubblicana", oltre che di riviste di cultura esoterica e Risorgimentale. Ha fondato nel maggio 2013 il pensatoio (anti)politico e (contro)culturale "Amore e Libertà (www.amoreeliberta.altervista..org - www.amoreeliberta.blogspot.it). E' autore dei saggi "Universo Massonico" con prefazione del prof. Luigi Pruneti; "Ritratti di Donna" con prefazione di Debdeashakti e di "Amore e Libertà - Manifesto per la Civiltà dell'Amore" con prefazione del principe Antonio Tiberio di Dobrynia. Presidente e fondatore del pensatoio (anti)politico e (contro)culturale “Amore e Libertà” www.amoreeliberta.blogspot.it

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