Elezioni regionali siciliane, ma a chi interessano?

La Sicilia dei Viceré si perpetua, conserva e tramanda nella sua classe dirigente ‘una sorta di rango e di lusso, che è di per sé una promessa di opulenza’, confidandone nella continuità.

di Mimmo Merlo | 2 ottobre 2017

Nel viaggio per l’Italia zavorrata, il ‘dramma’ del Campidoglio è contiguo con quello del Palazzo dei Normanni di Palermo, la sede del Governo della Regione Autonoma Siciliana. Per l’ineffabile Massimo D’Alema “Chi dice la frase ‘la Sicilia è un fatto locale’, è un idiota, perché la Sicilia è un grande fatto nazionale”, e, la morbosa attenzione multimediale che ad esse viene data sembra dargli ragione, e a ben vedere gli unici a cui viene ‘scippato’ l’interesse sono proprio i siciliani. Se il risultato delle elezioni siciliane, potrebbe indirizzare il trend del futuro politico nazionale, per certo non rappresenteranno lo svincolo per il futuro dell’isola.

Le nuove ‘oche’ del Campidoglio, non saranno mai in grado di rinnovare il miracolo di salvare Roma, perché solo un grande atto di coraggio d’innovazione istituzionale potrà salvare la Capitale, mentre per Palazzo Orleans le avvisaglie non sembrano offrire alcuna speranza.
Il Palazzo, testimonia una lunga stagione di ‘sudditanza condivisa’, quella ben descritta, come ricorda Mattia Feltri nel suo Buongiorno su La Stampa, da Consalvo Uzeda di Francalanza, nobile di famiglia di Viceré, ‘se il passato par molte volte bello, è perché è passato’ ma i siciliani sembrano prediligere il conformismo del “evviva il principino, che paga a tutti il vino, evviva Francalanza, che ha tutti empie la panza”. La Sicilia dei Viceré si perpetua, conserva e tramanda nella sua classe dirigente ‘una sorta di rango e di lusso, che è di per sé una promessa di opulenza’, confidandone nella continuità. C’è da domandarsi se è l’antropologica commistione tra Viceré, e ‘panze da riempire’, che possa giustificare una siffatta diversità che istituzionalmente si concretizza nella inscalfibile e orgogliosa pretesa di autonomia.
Un acuto osservatore come il barone Guido Tomasi di Lampedusa, che il ‘fil rouge’ della sicilianità, era l’evocazione di una presunta rivoluzione perenne, affinché tutto si agitasse ma che nulla cambiasse. La rivoluzione oggi è suggestionata da tutte le forze politiche in campo, per il rinnovo della composizione, ma non nella sostanza del modo di esercitare il governo, che competono in una sorta ‘creatività micragnosa, che non da un’idea per la Sicilia, non c’è nemmeno un’idea buona per abbindolarla: sono tutti lì con la soluzione magica e prestampata: la rivoluzione’. Da decenni in Sicilia il popolo si sente enunciare rivoluzioni, prive di un pur minimo seguito, così anche in queste nuove elezioni, andrà in scena il desolante spettacolo di teatranti, più o meno, accompagnati dall’immancabile gran cassa della retorica, teatranti che saranno costretti a fare i conti con quella ‘raffinata’ burocrazia, composta da una pletora di dirigenti, di funzionari e addetti pubblici, la più grande, la più pagata e forse la più improduttiva d’Italia, che si consolida in una potente élite, a custodia del che nulla cambi. Nella morbosa multimedialità, lo spettacolo va in scena nell’assoluta assenza di un vero progetto fattibile, si privilegia sfumare sulla contrapposizione ‘virtuale’ tra forze e schieramenti politici, che proprio per non rischiare di perdere consenso si sottraggono dall’affrontare i veri nodi pregiudiziali e indicare il percorso di svolta. Lo spettacolo va in scena con i rivoluzionari sbarcati via mare in scia a Beppe Grillo, la cui coerenza moralistica si interrompe o si ferma, davanti ai sindaci che intendono applicare le leggi sull’abusivismo edilizio, o cavalcando le proteste di chi contesta la presenza dei giovani immigrati ‘colorati’ nei centri delle città perché ‘inquinanti’ il turismo; con gli smemorati: i figli e nipoti di quei comunisti siciliani, che si corruppero alleandosi con i fascisti del MSI siciliano, per dare vita, alla Giunta Milazzo, per la necessità di sconfiggere la DC, ma che ora, rinsaviti vogliono discriminare quelli di centro destra con cui stavano al governo; in fine il centro destra i principali referenti dei ‘nuovi Viceré’, fieramente in contrapposizione per declinare i risultati nello scenario nazionale, ma assolutamente convergenti nell’assoluto disinteresse per i compiti che la Sicilia e i siciliani debbono fare sia per riscattarsi e sia per dover legittimare un’ ormai ingiustificabile autonomia. A corredo di questo assordante silenzio, la presunta élite di informatori e commentatori che preferisce sottrarsi al grido di dolore lanciato da Pierangelo Buttafuoco ‘Quest’isola è il tumore non solo dell’Italia, ma dell’intero Mediterraneo’.

Se nessun commentatore riesce a smentire un siciliano doc come Buttafuoco, venute meno la ‘bufala’ dell’aspirazione USA per un presunto 49° Stato distaccato, dell’Unione, a difesa nel Mediterraneo, scomparso dai radar il pericolo della premiata ‘ditta’ comunista ‘Tito & Stalin’, nonché il venir meno delle oscure ragioni che consentirono all’autorefernziale élite politica ed economica siciliana di allora della Consulta Regionale, di sottoscrivere un veloce accordo, di origine pattizia, con il decadente Stato monarchico. Accordo sottoscritto ben prima del Referendum per la Repubblica, nonché della promulgazione della Costituzione Repubblicana, e che fu, purtroppo, recepito in Costituzione da ottimisti costituenti. Se come afferma D’Alema, solo agli stupidi possono interessare elezioni, per la migliore governabilità dell’Isola, perché mai agli altri italiani non può venir a noia la sprecata autonomia siciliana?

Mimmo Merlo   (lavocemetropolitana.it)

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