E se il cortocircuito manovra-spread-rating-deafult fosse il grimaldello per far saltare l’eurosistema?

di Enrico Cisnetto | 8 ottobre 2018

C’è un mistero intorno alle politiche di bilancio del governo che la (tardiva) presentazione dei dati mancanti del Def, arrivata una settimana dopo i festeggiamenti grillini dal balcone di palazzo Chigi, non chiarisce. E non ci riferiamo ai conti che non tornano, visto che conosciamo i saldi del deficit rispetto al pil dei prossimi tre anni (2,4%, 2,1% e 1,8%, dopo il penoso aggiustamento in corsa fatto a seguito delle prime reazioni di Bruxelles e con lo spread oltre 300 punti) ma ci è tuttora ignoto quanto saranno le entrate e quanto le uscite. E neppure ci riferiamo ai non detti intorno alla “guerra delle cifre” inscenata da 5Stelle e Lega, che litigano sulla quantità di risorse dedicate rispettivamente al reddito di cittadinanza (ma non sarebbe meglio chiamarlo di “fannullanza” o di “nullafacenza”?) da un lato, e alla manovra fiscale (chiamarla flat tax è francamente troppo) e alla revisione della legge Fornero sull’età di pensionamento, dall’altro. No, il mistero è un altro. E riguarda il motivo, apparentemente imperscrutabile, per cui Di Maio e Salvini hanno scelto di intestardirsi sul 2,4% di deficit, elevandolo a linea del Piave per difendere il (presunto) cambiamento insito nella “manovra del popolo”.

La domanda non è per nulla oziosa, anche se a prima vista può sembrarlo. Perché c’era un altro modo, decisamente meno devastante e più che collaudato, per disporre della stessa quantità di risorse che la manovra adombrata nel Def concederà all’esecutivo pentaleghista, senza per questo mettersi in urto con l’Europa ed esporsi all’aggressione speculativa della finanza internazionale. Bastava fare l’esercizio che noi di TerzaRepubblica abbiamo fatto: prendere le previsioni del rapporto deficit-pil contenute nei documenti di programmazione economica e finanziaria dei precedenti governi e confrontarle con quanto successivamente consuntivato. Si sarebbe scoperto che dal 2011 ad oggi sulle 22 previsioni contenute nei 7 Def presi in esame (escluso l’ultimo, scritto “a politiche invariate” dal governo Gentiloni dimissionario), solo una volta il deficit preventivato  si è rivelato superiore o almeno uguale a quello poi riscontrato a consuntivo l’anno dopo. In tutti gli altri casi i governi sono sempre stati troppo “ottimisti”, commettendo errori affatto marginali visto che in media lo scarto è stato di quasi un punto percentuale (0,86 per la precisione). Ora, se il governo avesse voluto, avrebbe potuto accettare il numero proposto dal ministro Tria – 1,6% poi elevato a 1,9% – salvo poi fare come tutti, e cioè sforare senza troppi riguardi. E supponendo che lo sforamento fosse quello medio degli ultimi anni, in realtà avrebbe potuto immaginare di consuntivare ben più del 2,4% sbandierato in faccia alla Ue e alla Bce.

Sia chiaro, lungi da noi incentivare la pratica del “predicare bene e razzolare male” usata fin qui. Anzi, noi temiamo che anche questa volta al 2,4% di partenza si aggiungano un po’ di decimali e che a marzo 2020 ci si accorga che nel 2019 il deficit sul pil è arrivato al 3% o, applicando la media delle performance precedenti, lo superi di 2-3 decimi di punto. Ma rimane da capire perché si sia scelta la strada della violazione esplicita delle regole europee quando si poteva percorrere quella dello sforamento occulto dei parametri, molto meno esposta ai pericoli derivanti dall’incremento dello spread e addirittura del rischio di subire un downgrade del rating del nostro debito. Pericoli che riguardano prima di tutto il Paese, ma che espongono anche il governo e le forze politiche che lo compongono. Basti pensare a cosa accadde a Berlusconi nel 2011. E non si facciano calcoli sbagliati sull’entità dello spread: certo allora toccò la punta massima di 574, ma è pur vero che in quel momento non esisteva il Quantitative Easing, strumento attraverso cui la Bce interviene per comprare titoli pubblici sottoposti a pressione speculativa, calmierando quindi lo spread. Molti economisti, dunque, sostengono che i 300 punti toccati nei giorni scorsi equivalgano a 450-500 della fase pre-QE, e proprio per questo Mario Draghi salendo al Quirinale – e facendolo sapere – ha lanciato un warning: se l’Italia supera quota 300 e si attesta intorno ai 350 torna esattamente nelle stesse condizioni di pre-default del novembre 2011.

E allora, perché il governo ha voluto correre questo enorme rischio? E soprattutto, perché lo ha voluto correre Salvini, che al contrario di Di Maio, pesca il grosso dei suoi consensi nel Nord operoso delle imprese e delle partite Iva, cioè le categorie che più pagherebbero le conseguenze di una nuova crisi finanziaria? E questo senza contare, al di là dei numeri, la qualità della manovra, su cui abbiamo già espresso la nostra critica più radicale. Abbiamo provato a girare queste domande a qualche esponente del governo, ma ci siamo sentiti rispondere che essendo il “governo del cambiamento” mica si poteva fare come gli altri, che sforavano di nascosto. Abbiamo risparmiato a loro, e a maggior ragione la risparmiamo a voi, cari lettori, la nostra replica, perché non c’è stato un presidente del consiglio o un ministro del Tesoro che in questi anni abbia rinunciato alla tentazione di spiegare che la sua era finalmente una manovra “diversa” dalle altre, persino da quelle proprie precedenti.

Altri optano per la spiegazione che potremmo definire dell’ignoranza. Per esempio, si dice che lo stesso presidente della Bce sia convinto che Di Maio e Salvini, nell’intestardirsi sulla manovra dirompente, abbiano sottovalutato in modo pericoloso il contesto internazionale, e in particolare il ruolo delle agenzie di rating. Altri ancora, infine, pensano che i due si siano mossi così al solo scopo di massimizzare l’effetto elettorale della manovra, visto che tra otto mesi si voterà per le europee e prima ancora ci sarà un giro di elezioni amministrative. Francamente, entrambe le tesi non ci convincono. La prima perché tendiamo ad escludere – e non per generosità – che i due siano così sprovveduti. Inoltre, almeno Salvini ha ampiamente ricevuto, da Giorgetti in giù, una serie di avvisi sui pericoli, anche elettorali, che la Lega corre, e dunque non lo si può certo immaginare inconsapevole. Quanto alla tesi della propaganda, perché pare evidente che usare entrambe le narrazioni – “abbiamo rispettato i vincoli europei” e “finalmente spediamo per il popolo fin qui taglieggiato dalle politiche di austerità” – sarebbe più pagante che limitarsi soltanto alla seconda.

Rimane dunque il mistero? Beh, in realtà un’ultima spiegazione ci sarebbe: si vuole scientemente fare casino. Usiamo il condizionale perché si tratta di un’ipotesi, visto che non disponiamo di elementi probanti per sostenerne la veridicità. Ma, certo, è induttiva. Tutti sanno che l’Italia ha un debito troppo elevato per essere difesa dagli altri paesi europei – tanto più se nei guai ci si caccia da sola – così come è noto che la sua economia è troppo grande e suo il ruolo nell’eurosistema è troppo importante perché una sua eventuale uscita dall’euro – spontanea o “spintanea” che sia – non determini un fallimento della moneta unica e di conseguenza il naufragio del progetto di integrazione continentale. Inoltre, non è difficile capire che ci sono nel mondo forze – politiche, finanziarie e militari – che hanno molti motivi, che per semplicità riassuntiva possiamo definire geo-strategici, per volere la crisi istituzionale e monetaria dell’Europa, e il suo conseguente ridimensionamento politico ed economico negli equilibri del mondo globalizzato. Non sono forse questi gli obiettivi più che confluenti – una convergenza meno strana di quanto non si pensi – della Russia di Putin e degli Stati Uniti di Trump? E c’è qualcuno che crede che queste potenze non esiterebbero a usare una leva come quella rappresentata dall’Italia finita in mani sovraniste e populiste, per perseguire finalità così strategiche? Che ruolo ha il signor Bannon – per citare solo chi è uscito allo scoperto – che da mesi gironzola per l’Italia e per l’Europa? L’Internazionale Sovranista di cui blatera è solo un’idea, strampalata ma legittima, o nasconde finalità meno ideali?

Non ci piace la dietrologia, ma non può essere banalmente derubricata a fantasiosa illazione l’idea che qualcuno usi la politica di bilancio italiana come grimaldello per far saltare l’eurosistema. Qualcosa ci dice che nel dialogo tra Draghi e Mattarella ci sia stato posto anche per questa preoccupazione. Speriamo che il loro asse sia sufficiente a fare da argine.

Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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