Due romanzi un solo Autore: Andrea D’Urso

di Guglielmo Adilardi | 14 maggio 2018

La strada è un libro aperto è il secondo romanzo di Andrea D’Urso quello che notoriamente avvalora e conferma lo spessore di un romanziere. Dobbiamo pertanto ammettere che questo secondo lavoro promuove lo scrittore a narratore di gran livello. Non soltanto perché ci conduce in altri territori e a conoscere nuovi personaggi, allontanandosi per spessore culturale dal suo primo romanzo Just a Gigolò (soltanto Gigolò) ove il personaggio: alto, bello, atletico è un professionista del sesso, un broker del mercato più libero che esista. Attraverso tale personaggio, di non alto profilo culturale, unica lettura nella sua vita un’enciclopedia popolare, Andrea D’Urso ci porta a spiare con un accenno di elegante voyeurismo le vite delle sue clienti, che lo vedono come lo strumento per realizzare i loro inconfessati desideri o magari, semplicemente, il loro inconfessabile desiderio di affetto, antidoto alla solitudine. Ma Pino non è solo un amante infaticabile e anaffettivo, caloroso eppure distaccato: il suo passato, padre violento e ubriacone, madre donna delle pulizie gelosa, ha lasciato delle tracce in lui e il dolore esistenziale si mescola all’orgoglio e a una sprezzatura nei confronti dell’ovvio che lo rende accattivante, pur nel suo ostentato cinismo. Non ama le donne non essendo capace di amare se stesso. In questo secondo romanzo La strada è un libro aperto lo scrittore si lascia maggiormente andare rispetto a Just a Jgolò che risulta più ragionato, costruito.

Arturo Franchini ha una quarantina d’anni, vive ancora con i suoi genitori e non se ne fa un problema. Famelico lettore e aspirante scrittore; all’attivo un’unica storia d’amore, naturalmente fallita (Virginia). Franchini si cimenta, con scarso entusiasmo, nei lavori più provvisori e improbabili. I pochi soldi guadagnati li spende per viaggiare e per collocare un libro di alcuni romanzieri o poeti a lui cari, sulla loro tomba. Frattanto cerca di scrivere un romanzo, ma non riesce neppure ad iniziarlo. Neppure nella quiete del paesino del padre ove prima di Natale tenta la solitudine quale presupposto dello sblocco scrittura. Negativamente.

Questo peregrinare alla ricerca foscoliane dell’urne de’ forti letterariamente considerate dal personaggio, è un esercizio oltre che sentimentale di pietaslaica, ma anche indubbiamente un rito propiziatorio per colui che vuole divenire scrittore.

La letteratura, la sua unica passione, come contatto con una realtà filtrata dai suoi autori preferiti. Per il resto si sente inadeguato, fuori posto con il resto della società reale di cui ne scorge i difetti, le contraddizioni, le assurdità. Di qui il rifiuto ad uniformarsi ad una società borghese (migrante fra migranti pag. 82). Una specie di rivoluzione solitaria e morbida che viene conducendo attraverso l’opportunismo minimalista (scroccare inviti a cene e altro) e vendette, sopratutto contro il genere femminile che adesca e rigetta (la cinquantenne in albergo che vuole seguirlo e la sua ex compagna di studi, ambedue abbandonate sul più bello).

E’ consapevole dei propri fallimenti e dell’estraneità dalla realtà, nonostante questo pensando alla possibilità di incarnarsi in questo o in quello, o di essere questo o quel marito, per esempio di Giovanna o il nuovo amante della sua ex ragazza Virginia, o il suo cugino Filippo ben posizionato, venditore di polizze vita, ne ha terrore. Preferisce, nonostante la sua insoddisfazione esistenziale a rimanere ancorato al suo mondo “sospeso” (pag. 75).

Un romanzo fatto di cose, paesaggi e luoghi concreti, spesso devastati dall’uomo Pag. 17). Un personaggio fatto di pensieri, meditazione, letteratura alla ricerca di costruirsi una identità (di scrittore) con le difficoltà delle Case editrici che promuovono non il merito ma l’utile. Una rappresentazione grafica e sintetica della società di oggi.

Guglielmo Adilardi

 

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