Donald tra il dire e il fare

di Oscar Bartoli | 5 febbraio 2018

Già cominciano ad arrivare i messaggi dei lettori italiani di questo blog, alcuni dei quali provocanti con l’accusa: “Dopo questo incredibile discorso sullo Stato dell’Unione sicuramente lei non saprà cosa scrivere…”
Infatti è difficile commentare un intervento di 80 minuti che raccoglieva tutto lo scibile dell’attuale presidente degli Stati Uniti.
Nella società dell’immagine i politici di rango si preoccupano prima di tutto di rilasciare una immagine di compostezza a garanzia del rituale.
Il Donald Trump che abbiamo visto ieri notte aveva il compito di cancellare temporaneamente l’immagine di bullismo che il presidente è riuscito a cucirsi addosso mai smentendo la sua vocazione naturale di provocatore televisivo.
Cancellati gli sberleffi, gli ammiccamenti, le smorfie che caratterizzano gli interventi pubblici di questo singolare personaggio.
Ma, una volta terminato il suo intervento fiume, Donald Trump si è fiondato giù dal podio presidenziale per stringere mani.
Ed è rientrato immediatamente nella sua parte assicurando ad un senatore repubblicano che avrebbe autorizzato al 100% la diffusione del documento stilato da membri repubblicani del comitato di intelligence che secondo indiscrezioni conterrebbe pesanti accuse di comportamenti deviati da parte di agenti dello FBI.
Una tesi questa smentita dal suo chief of staff, il generale Kelly, che ha invece dato assicurazioni ai dirigenti del dipartimento di giustizia che il documento non sarebbe stato dato al pubblico per non compromettere alcune inchieste in corso.
Dalla Casa Bianca poi continuano a trapelare le soffiate che riguardano il quasi sicuro licenziamento del consigliere speciale Robert Mueller, che rappresenta il più grave pericolo per Donald Trump e sta approfondendo l’inchiesta sul ruolo giocato dalla Russia nel contaminare l’elezione presidenziale del 2016.
Quanto ai contenuti dei suoi 80 minuti letti sugli schermi del teleprompter il presidente Donald Trump non ha mancato di sottolineare il positivo andamento dell’economia americana (del resto inserito in un contesto di miglioramento mondiale).
Proprio quello che voleva sentirsi dire la sua base che ha volutamente dimenticato i meriti della amministrazione Obama che ha lasciato in eredità al nuovo inquilino della Casa Bianca il recupero dell’economia americana dopo la terribile crisi del 2008.
La mano tesa ai democratici per una soluzione comune del problema immigrazione è solo un espediente oratorio: Donald Trump promette nei prossimi anni di impostare un programma di riconoscimento di 1 milione e mezzo di immigrati purché il congresso approvi 25 miliardi di dollari per il completamento del muro divisorio tra Stati Uniti e il Messico.
La vera preoccupazione di Donald Trump si chiama Robert Mueller che se non sarà licenziato dallo stesso presidente potrà rappresentare la pietra tombale per questo inquilino della Casa Bianca.
La situazione politica è oggi qui, negli Stati Uniti, arrivata al calore bianco.
Ne erano conferma i volti dei democratici presenti nella aula della Camera che sottolineavano con sguardi perplessi i passaggi più importanti del discorso del presidente.
Parlando di volti le telecamere si sono spesso soffermate su quello della first-lady che aveva raggiunto il congresso separatamente dal marito.
A conferma delle notizie pubblicate dai tabloid secondo cui Melania sarebbe in rotta con Donald dopo che sono state pubblicate notizie e fotografie della pornostar con la quale Donald Trump si era sollazzato a quattro mesi dal parto dell’ultimo figlio.
Per garantire il silenzio della professionista del sesso sarebbe stata pagata una cifra pari a 150.000 dollari.

 

Oscar Bartoli    (letter from Washington)

Oscar Bartoli, Avvocato, giornalista pubblicista, collabora con molti media italiani. Risiede negli Stati Uniti dal 1994 e vive tra Washington D.C. e Los Angeles. Ha lavorato per molti anni nel gruppo SMI,leader europeo nel settore metalli non ferrosi, successivamente nell'IRI come responsabile dei contatti con i media e in seguito direttore IRI USA. Ha insegnato per dieci anni alla scuola di giornalismo della Luiss e per due anni alla Catholic University di Washington DC. Tiene un corso sulla comunicazione nel Master di Relazioni Internazionali dello IULM di Milano. Da giovane, per pagarsi gli studi ma, soprattutto, perche' gli piaceva, ha lavorato come chitarrista - cantante suonando nelle case del popolo, circoli cattolici, night clubs, radio e televisione. Gli articoli per la rubrica Pillole d'Oltreatlantico sono pubblicati dal blog Letter from Washington DC

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