Distratti dal caso Boschi e dalle vendette di Renzi, non ci accorgiamo che dopo l’elezione di Macron il nuovo asse franco-tedesco ci mette all’angolo

di Enrico Cisnetto | 14 maggio 2017

Poche ore, e l’attenzione della politica italiana alle vicende francesi sta già svanendo, per lasciare il passo alle beghe italiche, dall’ennesimo capitolo della storiaccia del maldestro intervento del mondo renzista nelle banche fino alla milionesima replica dell’inguardabile sceneggiata sulla legge elettorale. Peccato, perché le riflessioni sul nuovo inquilino dell’Eliseo – pur inquinate dal solito approccio provinciale, per cui tutti si sono messi con il lanternino in mano alla ricerca del Macron nostrano – ci avevano consentito di alzare per un momento lo sguardo e, se fossero continuate, ci avrebbero potuto costringere a ragionare su cosa potrà accadere in Europa, in vista delle elezioni tedesche ma soprattutto delle nostre (ottobre 2017 o primavera 2018 che sia). Invece ci attrae di più il presunto conflitto di interessi della Boschi, questione che va invece liquidata con la constatazione che ad essere presunta è l’influenza del ministro, presunto è il decisionismo del governo a cui apparteneva e altrettanto presunta è la capacità di gestione del potere del presidente che lo guidava. In nessun paese verrebbe mai in mente a qualcuno di accusare un esecutivo e i ministri che lo compongono di occuparsi delle banche nazionali, ma altrettanto in alcun paese si tollera che lo facciano in modo inefficace, figuriamoci se anche in modo goffo e senza sapersene prendere la responsabilità. Viceversa, si riesce a trasformare la discussione su una questione fondamentale per il buon funzionamento della democrazia come il sistema di voto, in giochini e giochetti su cui si scaricano tutte le tensioni politiche, ma più ancora le trame e le vendette personali, accrescendo la già strabordante irritazione dei cittadini.

La verità è che l’unica partita politica che si sta giocando in Italia ormai da tempo è quella intorno alla figura di Matteo Renzi e al suo ruolo. Per tutto il 2016 è stata la partita del conquistatore, che attraverso il referendum (non per i suoi contenuti, ma per il solo fatto di vincerlo) doveva piegare il Pd e l’intero sistema politico alla sua centralità e non fare prigionieri nell’opera di occupazione del potere. Dopo la sconfitta del 4 dicembre, è diventata la partita della vendetta e del riscatto. Prima la riconquista del partito – non importa se al prezzo di un crollo di partecipazione degli iscritti e nelle primarie – ora il ritorno a palazzo Chigi. Renzi oggi vive le stesse sensazioni che gli aveva procurato pronunciare il 17 gennaio 2014 la famosa frase “Enrico stai sereno, nessuno ti vuol fregare il posto”, rivolta al Letta che neppure un mese dopo costringeva alle dimissioni. Rieletto segretario del Pd, mentre rifilava fregature a destra e a manca nel decidere la composizione della direzione del partito (chiedere a Franceschini e Fassino, tanto per fare un paio di nomi), Renzi ha mandato un segnale di (apparente) tranquillità a Gentiloni e al suo governo, ma è evidente anche ai ciechi che intenda chiudere al più presto quella che lui considera una disgraziata parentesi. E l’ammuina sulla legge elettorale è lo strumento con cui realizzare l’intendimento. Lo schema di gioco è facile da intuire: dimostrare che non c’è alcun accordo possibile – aiutato in questo dall’insipienza dei suoi compagni di partito e dall’impoliticità degli altri giocatori – per poi chiedere al governo di fare un decreto che rabberci e renda in qualche modo compatibili a Camera e Senato i due mozziconi di leggi (porcellum e italicum) frutto delle evirazioni della Corte Costituzionale, premessa indispensabile per piegare le resistenze della presidenza della Repubblica al voto anticipato. Per mandarci quindi a votare domenica 1 ottobre, forte anche del fatto – orribile a dirsi per una classe politica seria, ma proprio per questo capace di far breccia nella attuale – che così facendo la finanziaria lacrime e sangue che gli errori della sua politica economica (e la mancata conversione a U di quella di questo governo) ci imporrà senza possibilità di scampo, verrà fatta dopo le elezioni e non prima. Nella convinzione, tipica di coloro a cui mancano gli attributi, che risanare i conti faccia perdere consenso.

Naturalmente tanto Mattarella – che guarda con viva preoccupazione lo svolgersi di questo brutto film – quanto Gentiloni, pur con le sue prudenze, non hanno alcuna voglia che tutto questo si realizzi. Dalla loro parte hanno coloro che si sentono fregati da Renzi, Franceschini in testa (è in questa chiave che va letta la sua intervista in cui apre a Forza Italia sulla legge elettorale) e la crescente diffidenza, per non dire ostilità, di Berlusconi verso Renzi, fino al punto da preferirgli Gentiloni come eventuale premier di una futura grande coalizione (con Franceschini presidente della Camera). Accordo, questo tra Pd e Forza Italia, che il Cavaliere vede sempre più necessario vista la pervicacia nel mantenere la linea lepenista da parte di Salvini, nonostante gli attacchi (non casuali) di Maroni dentro la Lega. Inoltre, alla trama difensiva dei due presidenti farebbe anche molto comodo che delle tante crisalidi centriste se ne dischiudesse una (Calenda?) e finalmente una farfalla capace di occupare lo spazio intermedio tra Pd e Forza Italia si levasse in volo. Sbaglia, invece, chi in queste ore crede che sia la vicenda Boschi a poter tagliare la strada al disegno renziano. Un po’ perché il caso andrà smontandosi, ma soprattutto perché Renzi si sente in condizione – non sappiamo se a ragione o torto – di chiedere alla “sua” ministra un sacrificio ove fosse necessario.

In realtà, tutto questo fa solo il gioco dei 5 stelle, che possono tentare di occultare agli occhi dell’opinione pubblica i loro disastri amministrativi (Roma su tutti) per conservare e rafforzare la probabilità di risultare il primo partito nelle urne, e conquistare così il mandato (anche solo esplorativo) del Capo dello Stato. Che è l’altra cosa che spaventa Quirinale e palazzo Chigi, certo non meno dei giochetti di Renzi.

Ma il vero modo per ricondurre a ragionevolezza la maionese impazzita della politica sarebbe quello di ragionare intorno alle conseguenze del voto francese. Ora, Macron è come un uovo di pasqua di cui non conosciamo ancora il gusto e soprattutto non sappiamo quale sorpresa custodisca, e trasformare un trionfo elettorale in un governo e delle parole d’ordine in una politica non è certo cosa facile, ma il merito di aver sbarrato la strada alla marea montante del populismo e di aver fatto prevalere la speranza sulla paura, è comunque una medaglia già appuntata sul suo petto. Ha in qualche modo salvato l’Europa, che certo non correrà pericoli con il voto in Germania dell’autunno, e si accinge a passare all’incasso ricostruendo su basi forti (e più interessanti per Parigi) l’asse franco-tedesco. Di certo non s’infilerà in un’improbabile rassemblement dei paesi mediterranei, come qualche sciocco in Italia ha pensato, né tantomeno lo sfiorerà l’idea di fare un patto con Roma. Ecco dunque che, scampato il pericolo in Austria, Olanda e Francia, ora l’Europa ha solo l’Italia come anello debole, l’unico paese in cui si corre il rischio o che le forze anti-sistema prendano il sopravvento o che l’impasse politica transiti dalle urne fino al punto di rendere impossibile, dopo le elezioni, la formazione di qualunque governo. Cosa, questa, che ci farebbe tornare nel mirino della speculazione finanziaria, anche perché in questi anni i nodi che strangolano la nostra economia sono stati appena allentati, certo non sciolti come andava (e andrebbe) fatto. Basta leggere l’illuminante intervista a Repubblica del ministro delle Finanze tedesco e azionista di maggioranza del suo governo, il cristianodemocratico Wolfgang Schäuble, per capire che in Europa il ricatto populista – cioè la possibilità che nei paesi chiave potessero vincere i nazional-populisti, il che comportava una certa acquiescenza verso le debolezze dei governi, pur di far argine – e che dopo le elezioni Berlino, in asse con Parigi, sarà implacabile nel dare gli aut-aut ai furbetti. E se per caso in Italia dovessero prevalere quei nazional-populisti temuti ma sconfitti altrove, peggio per gli italiani, cui i tedeschi e i francesi non correrebbero certo incontro. Capito il duro Schäuble, che messaggio ci ha mandato (e ha mandato a Draghi sulla scadenza della sua politica monetaria)? Ora, si può criticare questo atteggiamento, ma l’unica cosa che non ci si può permettere di fare è sottovalutarlo o addirittura ignorarlo. Piaccia o non piaccia questo è lo scenario che fa da sfondo al palcoscenico in cui si svolge il dramma comico della politica italiana. E l’unico modo per non rassegnarsi agli epiloghi – uno peggio dell’altro – che abbiamo evocato, è proprio partire da qui. Qualcuno faccia una telefonata a Macron e al duo Merkel-Schäuble. Subito.

Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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