Difficile goveranre (bene) senza classe dirigente e praticando l’ideologia dell’estraneità al potere

Peccato, però, che tra riserve mentali, lacune culturali e, soprattutto, deficit di classi dirigenti, la gestione del potere raggiunto dal “governo del cambiamento” faccia maledettamente difetto.

di Enrico Cisnetto | 23 luglio 2018

In politica, come nella vita, tutti i nodi vengono inesorabilmente al pettine. E tanto più la politica è debole, tanto più ciò accade velocemente. In questo caso ad arrivare subito al pettine del governo Conte, che ha appena 50 giorni di vita, è il nodo dei nodi: la concezione stessa del potere. La politica è conquista e gestione del potere, sempre e comunque. Chi crede che si possa sfuggire a questo paradigma è un ingenuo destinato a procurare danno a sé (e fin qui pazienza) e agli altri (e qui non va più bene), e chi lo racconta pur non credendoci è un impostore che prima o poi finirà vittima del proprio inganno, anche in questo caso con grave nocumento collettivo.

Oggi al governo c’è un’alleanza formata da coloro che hanno fatto dell’estraneità al potere la loro ragion d’essere, e grazie a questa “verginità” hanno preso un sacco di voti, e coloro che pur adusi alla gestione della cosa pubblica hanno dichiarato guerra ad ogni establishment, elevandola a loro ragione sociale e rendendola il motivo discriminante della raccolta del consenso. La definizione “governo del cambiamento”, nel senso quasi escatologico del termine, è la logica conseguenza di tutto questo. Peccato, però, che tra riserve mentali, lacune culturali e, soprattutto, deficit di classi dirigenti, la gestione del potere raggiunto dal “governo del cambiamento” faccia maledettamente difetto. Come dimostra l’approccio al nodo, ineluttabile, della scelta del chi fa cosa. Quelle che, con tono non a caso spregiativo, vengono chiamate nomine o, ancor peggio, assegnazione di poltrone.

La cronaca di queste ore ci parla della lotta senza esclusione di colpi per la scelta dei vertici della Cassa Depositi e Prestiti, madre di tutte le battaglie di potere, e di molte altre caselle da riempire o addirittura da svuotare per poterle diversamente occupare, per le quali la lotta non è da meno. Sul primo fronte, quello di Cdp, si è messo rimedio all’imbarazzante vicenda di un incontro prima convocato e poi annullato nel giro di pochi minuti da parte del presidente Conte, con una mediazione che oltre a dare dei nuovi amministratori alla Cassa ha scongiurato le ventilate (sia richieste che minacciate) dimissioni del ministro Tria, che sarebbero state una sciagura – e lo saranno in futuro, perché temiamo che la questioni si ripresenterà al momento della manovra di bilancio – perché l’Italia sarebbe immediatamente sanzionata dai mercati con un disastroso rialzo dello spread. Ma il problema di un’insostenibile leggerezza nell’approccio al potere si era posto sin dalla nascita del governo gialloverde: al momento della scelta sia del presidente del Consiglio – non a caso ricaduta su un nome estraneo non solo a 5stelle e Lega ma anche alla politica tout court – sia dei due ministri chiave, quello dell’Economia e degli Esteri – tecnici di gradimento del Quirinale – si è misurata la mancanza di uomini di diretta espressione dei due partiti di maggioranza all’altezza di ruoli così delicati. Cosa che si è poi ripetuta nell’individuazione, non meno importante di quella dei ministri, dei capi di gabinetto e delle altre figure di supporto, tant’è che nella stragrande maggioranza dei casi hanno dovuto ricorrere – per fortuna – all’esperienza consolidata di nomi espressione di altre epoche politiche, anche lontane. E pure la mancata assegnazione delle deleghe a viceministri e sottosegretari discende dalla rarefazione delle competenze, oltre che dai problemi di precario equilibrio politico tra i tre azionisti del governo (c’è anche il partito del Quirinale, ormai è acclarato).

Ora, non c’è bisogno di aver studiato Sun Tzu o Clausewitz per capire che andare alla guerra senza esercito, o se si vuole soltanto con soldati privi di ufficiali, è inevitabilmente un suicidio. Se poi, oltre alla mancanza di classe dirigente, diretta e di entourage, si soffre anche della schizofrenia che deriva dalla diffidenza verso il potere e il ritrovarsi di colpo a doverlo maneggiare, il risultato non può che peggiorare.

Sia chiaro, in noi non c’è alcuna nostalgia per il tempo che fu. Anche perché se il populismo ha vinto, la responsabilità è prevalentemente delle classi dirigenti che hanno gestito il potere nell’ultimo quarto di secolo dando vita ad un’escalation di errori esiziali: dal pressapochismo nella diagnosi della situazione italiana e del contesto internazionale alla conseguente fragilità delle ricette, passando per la decrescente qualità del personale politico e amministrativo, nazionale e locale. La scorsa settimana abbiamo spiegato perché nel Paese ardano i fuochi del rancore e della paura, sentimenti che se la politica si limita a rappresentare, o addirittura ad esaltare, senza avere le idee e gli uomini capaci di spegnerli, non possono che spingere il declino in atto ad accelerare il suo decorso distruttivo. È dall’inizio degli anni Novanta, con la fine ingloriosa della Prima Repubblica, che viviamo con l’idea che la politica sia la sentina di tutti i nostri mali e che affidarsi a chi è più bravo a rappresentare il senso di schifo che essa genera sia la scelta giusta. È stato così con il peronismo caciarone di Berlusconi e con l’urticante giustizialismo antiberlusconiano – cioè la pessima alternanza della Seconda Repubblica – e poi con la breve stagione del giovanilismo renziano. Cosa avrebbe potuto generare tutto ciò se non l’apoteosi del populismo e il contradditorio affermarsi del sovranismo in un popolo pressoché privo di amor di patria?

Dunque, non è certo riesumando Berlusconi, rianimando la sinistra moribonda o rigiocando la carta Renzi che si può pensare di trovare l’antidoto all’esistente. Occorrono nuove leadership politiche, ma soprattutto culture politiche nuove, all’altezza di una sfida che al tempo stesso è di modernizzazione di un paese ormai vetusto, di adeguamento alla rivoluzione procurata dalla globalizzazione digitale in atto e di ridefinizione del proprio ruolo nell’ambito di equilibri mondiali che si stanno sgretolando, mettendo in crisi l’intero Occidente e in discussione persino capisaldi storici come l’atlantismo.

Insomma, il cambiamento ci vuole, eccome se ci vuole. Predichiamo da anni la necessità che il paese venga rivoltato come un calzino. Ma non tutti i cambiamenti sono ugualmente buoni, può succedere anche di cambiare in peggio. Dunque non basta affermare di voler voltare pagina, bisogna dire con chiarezza cosa s’intende scrivere nella pagina nuova e con quali risorse, economiche e umane. Per questo, oggi non ci rassicura né il dilettantismo, per di più ostentato come valore, di chi sul cambiamento quasi antropologico ha fondato il governo, né il (presunto) professionismo di chi neppure riesce a creare l’opposizione (non meno indispensabile ai fini del buon funzionamento della democrazia rappresentativa). Tocca avere l’umiltà e la pazienza di ricominciare daccapo.

Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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