Correva l’anno 2001:e la riforma del titolo V della Costituzione mandò in soffitta ogni residuo di competenza tecnica

Non poteva esservi, con la riforma attuata dalla legge costituzionale n.3 del 2001 e l’abolizione della previsione costituzionale del controllo sugli atti degli enti locali, occasione più ghiotta per i gruppi di pressione di ogni tipo.

di Alberto Abrami | 17 giugno 2018

La riforma  del titolo V della Costituzione, effettuata  nel 2001 dal Governo Amato, con la legge costituzionale n.3, con quale si sono dilatate a dismisura le competenze regionali e degli enti locali minori , viene oggi considerata dagli stessi uomini e giornali di sinistra, diciamo maggiormente provveduti o illuminati, una  riforma   sbagliata, che non ha  in niente migliorato i servizi che fino ad allora erano stati svolti dallo Stato, anzi semmai si è verificata una maggiore appesantimento ammnistrativo. E neppure è stato possibile avvertire un miglioramento della qualità della legislazione in relazione alle materie  trasferite alle Regioni. In compenso si è registrato un  deciso aumento della spesa pubblica rispetto al passato, alla quale lo Stato ha dovuto far fronte con nuove tasse e imposte  andando incontro ad una erosione di fiducia  dei cittadini.

La riforma viene però giustificata dal fatto che la sinistra dovette, in quella circostanza storica ,frenare le spinte federaliste portate avanti dalla Lega e quindi combatterla sul suo stesso terreno per poterla emarginare.

In realtà le cose non sono andate in questo modo, nonostante  che tale sia la vulgata divenuta di pubblica opinione. Quella riforma costituzionale  fu fortemente voluta dall’allora Ministro della Funzione Pubblica Franco Bassanini- convinto autonomista- che negli anni  immediatamente precedenti a tale riforma , e cioè nel 1997 con la legge di delegazione e nel 1998  con il decreto attuativo, aveva  disposto,   sotto la presidenza  Prodi, un accentuato decentramento amministrativo di funzioni statali alle Regioni ed  agli Enti locali, nella convinzione di ridurre in tal modo il peso burocratico.

Questa la spiegazione che venne data dal Ministro, ma , dobbiamo dire, priva di ogni fondamento, poichè si sarebbero, con certezza, aumentati i centri di potere, dovendo considerare che il modo ordinario di gestire le funzioni da parte delle Regioni, secondo la previsione costituzionale  vigente, era la delega agli enti locali  ossia alle Provincie, alle Comunità montane e agli ottomila Comuni presenti nel nostro Paese.

Tale frantumazione di competenze, disposta con legge ordinaria  verrà, di lì a poco,  sublimata , per così dire,  con la legge costituzionale n.3 del 2001, che, d’altra parte, si rese necessaria- anche se approdò ad ulteriori versanti autonomistici – per dare certezza alla nuova riorganizzazione del sistema autonomistico ; ma non davvero per  contrastare la cosiddetta “devolution” cara alla Lega , cui interessava solo la competenza esclusiva nelle materie che potessero caratterizzare le cosiddette Regioni padane in ragione  della  loro   tipicità  storico-territoriale, come l’istruzione e la polizia regionale, oltre alla tutela della salute. In questo senso la riforma Bassanini non poteva non deludere la Lega che la avversò con una propria  proposta costituzionale coinvolgendo, in  una più ampia prospettiva di riforma delle istituzioni, l’ intero schieramento di centro-destra.

Ma tornando all’iniziale decentramento amministrativo di fine secolo, c’è da chiedersi quale sia stata la motivazione a decidere il Ministro della Funzione  Pubblica a farsi  promotore di  tale  decentramento di funzioni dallo Stato alle Regioni dopo 20 anni dal completamento dell’ordinamento regionale che aveva assecondato in ” toto”  le richieste regionaliste con il decreto n.616 del 1977, ma soprattutto, dopo che i rapporti fra i due Enti si erano ormai stabilizzati, non risulta chiaro.

Probabilmente, considerato che era opinione ampiamente diffusa , fatte ovviamente le debite eccezioni , che le Regioni non fossero ben amministrate, nè migliore considerazione  godeva l’amministrazione dei Comuni dopo la riforma dell’elezione diretta del Sindaco che gli aveva politicizzati, probabilmente , dicevamo, si voleva demolire definitivamente- con una scelta meramente ideologica-  quanto residuava dello  Stato risorgimentale che costituiva il collante unitario identitario,  spostando il governo della cosa pubblica nella direzione delle comunità regionali e locali.

Il che significava non tanto , come si  andava affermando, di offrire ai cittadini dei livelli di autogoveno delle funzioni pubbliche , quanto ,significava ,invece, la sostituzione- nella sostanza-  della competenza tecnica accertata mediante concorso, e dei principi di gerarchia e di responsabilità sui quali si fondava l’Amministrazione statale, con i criteri decisi dall’interesse partitico impadronitosi dell’istituzione.

Di certo  con la riforma costituzionale, che a tale decentramento  amministrativo fece seguito nel 2001 e che  lo sviluppò ulteriomente  dandogli il rango della costituzionalità, stravolse il pensiero dei padri costituenti  che  videro nelle Regioni un ente dotato di autonomia legislativa perchè potesse interpretare, in relazione ad alcune materie, le tipicità  di ciascuna realtà regionale  all’interno di una cornice normativa unitaria. Già l’inchiesta Jacini, nella seconda metà dell’ottocento, aveva dimostrato che non esiste nel nostro Paese un’unica realtà agricola, essendo diversa l’agricoltura del Trentino da quella della Sicilia. Le Regioni avevano quindi  il fine- secondo il costituente- di cogliere queste diversità in relazione ad alcune materie, individuate in un elenco tassativo, come l’agricoltura , l’urbanistica, l’artigianato ecc.

Un ente , quindi, la Regione, a competenza numerata, che  la riforma del Titolo V,  trasformerà, con una inspiegabile, quanto impressionante, decisione,  in un Ente a competenza generale. Le Regioni esprimeranno, peraltro, un’attività legislativa  decisamente modesta e di corto respiro, ma otterranno   il risultato di vedere smantellato, in relazione alla gestione delle funzioni amministrative delle materie trasferite, tutto il sistema  periferico statale, ricco di un patrimonio di esperienze e di uomini consolidatosi nel corso di circa un secolo e mezzo , con l’effetto di vedere  realizzata la Repubblica delle autonomie, dove, non è più la Regione ad essere  un Ente a competenza numerata, ma  è lo Stato che diventa tale perchè ogni materia che non gli sia espressamente attribuita, si deve ritenere di competenza esclusiva  residuale delle Regioni

In un Paese dove l’interesse particolare prevale per lo più, per dirla con il Guicciardini,  sull’interesse generale, non poteva  esservi,  con la riforma attuata dalla legge costituzionale n.3 del 2001 e l’abolizione della previsione costituzionale  del controllo sugli atti degli enti locali, occasione più ghiotta per i gruppi di pressione di ogni tipo,  per infiltrarsi nei gangli  del potere, approfittando della fragilità e instabilità insita in un sistema dominato dalla vicenda politica  contingente :  come del resto , ogni giorno possiamo constatare.

Quanto agli effettivi livelli di rappresentatività dei cittadini, ossia i loro interlocutori di base, questi si possono rinvenire nei  comitati spontanei che di volta in volta si formano laddove esiste una opinione pubblica reattiva,  essendo espressione diretta della volontà popolare surrogatoria alle  “cadute di attenzione, ” per usare dei termini eufemistici, dell’organo politico.

Alberto Abrami

Alberto Abrami è professore ordinario di Diritto Forestale e dell’Ambiente nell’Università di Firenze. E’ stato, negli anni a cavallo fra il 900 e il 2000, componente del Comitato Tecnico dell’Autorità di Bacino del fiume Arno in rappresentanza del Ministero del Lavori Pubblici e nel Comitato scientifico del Parco regionale delle Apuane in rappresentanza delle Università toscane. Al suo attivo ha circa trecento pubblicazioni, l'ultima delle quali, edita per i tipi di Aracne Editore di Roma, si intitola "Legislazione ed Amministrazione del Paesaggio"

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