Concorrenza al traguardo di tappa

In quanto norma liberale, la tutela della concorrenza non può essere vissuta come una vessazione che si aggiunge ad altre.

di Beppe Facchetti | 14 maggio 2017

C’è una legge che, se ci si decide a vararla (aspetta da oltre due anni), potrebbe produrre circa un punto di PIL in più per il triennio, dare un impulso ai consumi del 4,1%, agli investimenti del 3,7%, e dell’1,66% ai salari reali (dati dell’Osservatorio liberalizzazioni), dando finalmente concretezza ai bei discorsi che si fanno sempre sulla necessità di semplificare i bardamenti dell’economia italiana.

E’ la tanto discussa legge sulla concorrenza, che ora dovrebbe finalmente ricevere l’ultimo voto alla Camera, necessariamente di fiducia, per non ricominciare eternamente da capo.

Se ce la fa a superare l’ultimo miglio, sarebbe la prima volta da quando nel 2009 fu stabilito che si doveva fare una legge/concorrenza all’anno, e soprattutto finirebbe un iter iniziato con tante belle parole nel 2015 e poi bloccato dalle corporazioni interessate, che hanno forsennatamente disboscato un provvedimento partito con 32 articoli, oggi diventati ben 74 dopo 200 modifiche, non perché si siano aggiunti nuovi settori, ma semplicemente per dar spazio a distinguo ed eccezioni sui vari temi, modificati fino a diventare quasi un semplice titolo.

Nonostante questo, dobbiamo ugualmente accontentarci, sperando che la prossima sia finalmente la legislatura dei taxi, dei farmaci di fascia C, della liberalizzazione vera delle professioni. Sono queste, infatti, le principali partite perse dal Ministero di Via Veneto, che solo grazie alla testardaggine di Carlo Calenda ha infine realisticamente insistito per salvare quello che c’è, in attesa di quello che si farà.

Dentro questa legge c’è comunque davvero di tutto, una specie di catalogo delle materie che frenano lo sviluppo economico. Si parla di assicurazioni (buone novità sia per le riduzioni dei costi che per la repressione delle frodi), banche (miglioramenti sulle polizze di garanzia e sulla locazione finanziaria), fondi pensione, telefonia, carburanti, energia, professioni, farmacie, turismo, poste, trasporto.

Un lungo elenco, anche se talvolta si fanno due passi avanti e uno indietro, magari con l’aiutino della magistratura, ad esempio sul no poi diventato ni per Uber, o per colpi di mano sul rinvio della direttiva Bolkeistein o della fine della maggior tutela nelle bollette energetiche. Per non parlare del balletto sulle chiusure festive dei negozi o del tentativo di strangolare in culla la nascita di un nuovo segmento di trasporti low cost, quello degli autobus di lungo raggio.

Il problema, come sempre in Italia, è lo scontro tra i pochi che si organizzano e i molti, la generalità dei consumatori, che stanno a guardare e non si fanno sentire, per cui la politica riconosce preferibilmente le ragioni delle minoranze intense. Ma la politica dovrebbe anche saper far sintesi e comunque dare una linea.

Tutte le innovazioni hanno un costo e certe cautele possono essere comprensibili, ma la logica di fondo non deve essere contraddetta. Un esempio. Editori e librai vogliono una legge sostanzialmente anti-Amazon che impedisca sconti sui libri superiori al 5% (oggi è il 15). Giusta per quanto riguarda la salvaguardia di quel bene prezioso che sono le librerie, parte di un panorama davvero culturale dei centri storici delle città. Ma in linea generale, come negare la positività di un accesso più economico al libro stampato, nell’era degli smartphone?

Lo Stato ha strumenti – innanzitutto il fisco e le incentivazioni – per intervenire in modo non sempre unidirezionale.

Prendiamo il caso delle libere professioni, che resistono strenuamente alle liberalizzazioni della legge concorrenza e che sono giunte, esasperate, alla manifestazione di piazza. Se è sicuramente una battaglia di retroguardia restare sullo spirito della legge del 1939 (!) contro le società di capitali negli studi di avvocati, commercialisti, ingegneri eccetera, lo Stato potrebbe almeno evitare lo split payment nei pagamenti della PA, poco remunerativa per l’erario ma di grande complicazione e inutile riduzione della liquidità per gli studi. E se è giusto aver abrogato i tariffari per ragioni antitrust, è pur vero che il concetto di “equo compenso”, magari autogestito, sarebbe più utile alle finalità di qualità di questi servizi.

Insomma, in quanto norma liberale, la tutela della concorrenza non può essere vissuta come una vessazione che si aggiunge ad altre. Anche il recente jobs act per gli autonomi, che aiuta queste categorie introducendo normative fin qui impensate, come il sostegno alla formazione, e persino indennità per la disoccupazione e la maternità, ha queste caratteristiche di chiaro-scuro. Tampona alcune lacune, ma non ha la necessaria visione sul futuro di questi mestieri che potrebbero essere travolti dalla nuova economia non meno di quello del lavoro dipendente.

Il ceto medio è oggi quello più sotto attacco e più fragile davanti alle sirene populiste. Non si può dare risposta a questa crisi con il corporativismo di un tempo, ma occorre una visione organica coerente con la società che cambia.

Beppe Facchetti

Beppe Facchetti è stato deputato al Parlamento e responsabile economico del PLI. E’ attualmente vicepresidente di Confindustria Intellect, che federa le associazioni della comunicazione e della consulenza. Ha sempre lavorato, in aziende, associazioni e istituzioni, nell’ambito della comunicazione d’impresa, materia che ha insegnato all’Università di Perugia e attualmente di Milano. Editorialista di politica economica per “L’Eco di Bergamo”, ha ricevuto nel 2015 la medaglia dell’Ordine per 50 anni di attività pubblicistica. Già membro della Giunta esecutiva dell’ENI, vicepresidente di Sacis Rai, ASM Brescia. Consigliere comunale, provinciale di Bergamo, candidato alla presidenza della Provincia per il centrosinistra.

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