Coena Cypriani Globale

Un certo re, di nome Gioele, le nozze celebrava in Oriente a Cana di Galilea, e molti invitò a partecipare alla sua cena (traduzione di Albertina Fontana). Inizia così la Coena Cypriani, il testo iniziatico della Scrittura riscritta, comica, pariodata, satireggiata mimata, gioco colto che imperversò nel NordItalia, croce e delizia dell’Impero medievale, per 5 secoli dal romano al carolingio.

di Giuseppe Mele | 3 Dic 2018

Tempi immobili, di scarse e difficili comunicazioni, di vasta cultura orale, di vita ed arte fissati sul perno del serio e tragico monolite cristiano; e di pochi libri, se non solo uno, la Bibbia. La Coena non era per il popolo tormentato da fame, malattie, guerre e predoni quanto per il vasto mondo ecclesiale che per lungo tempo si identificò in burocrazia, scuola, conservatoria, cultura, ogni cosa che non fosse campi ed armi. Questo mondo viveva scandito dal suo libretto rosso, dal testo sacro e qui, nell’allegoria di passaggi biblici come la Parabola del banchetto di nozze e le Nozze di Cana (Matteo 22,2 e Giovanni 2,1-11), trovò la sua vis comica ed esegetica, canzonatoria e ludica, satirica ed onirica, caricaturale fino alla blasfemia sacrilega. Il mondo chiuso nell’orizzonte culturale del testo biblico, in esso trovava anche il divertimento. Se ti vuoi divertire, impara a conoscere la Bibbia

 

La Coena Cypriani era stata scritta in versi dal poeta Cypriano Gallo, o forse dal monaco galiziano Bachiarius, nemico dell’Imperatore Giuliano l’Apostata. Chiunque fosse, l’aveva fatta passare per un’opera di San Cipriano, vescovo di Cartagine, per ottenere autorevolezza o per prendersene gioco. Trasmessa oralmente e sicuramente apprezzata da Giuliano l’Apostata, venne messa in prosa nell’855 dal carolingio arcivescovo di Magonza Rabano Mauro che eliminò i riferimenti al mondo pagano. La coena è utile, perché permette di riportare alla memoria tante vicende e tanti personaggi. Per Rabano era evidente lo scopo didattico e la consigliò a Lotario II di Lotaringia. 20 anni dopo Giovanni Diacono Immonide di Montecassino ne fece una commedia comica in 324 versi settenari in occasione dell’incoronazione a re d’Italia di Carlo il Calvo in Pavia per mano di Papa Giovanni VIII.

 

La coena, antipasto, primo, secondo cacciagione, pesce, dolci e vini, viene imbandita in quel di Cana, il locus dei miracoli per eccellenza, dell’acqua in vino e della guarigione a distanza. Il fatto è una pagana e smodata Coena quando per il cristiano l’unica cena accreditata è l’ultima. L’ospite è quidam rex nomine Iohel il profeta minore Gioele – L’Eterno è Dio. In realtà, è un Papagianni, mitico imperatore spirituale, vivente in terre sconosciute a monito per re e imperatori, dal profilo candido, dallo sguardo pietrificato, dalla testa girevole del barbagianni. La causa sono le nozze del figlio del monarca. Gli ospiti e protagonisti sono sorprendentemente tutti insieme Caino, Abele, Isacco, Gesù, Mosè, Abramo, l’apostolo Giovanni, Erodiade, Eva e Maria e tanti altri personaggi biblici.

 

Il monarca Gioele li condanna a vestirsi, sedersi, bere, mangiare, ubriacarsi, mascherarsi comportarsi, come da copione biblico e nel finale, durante le indagini per un furto che finiscono a torture e morte, a far loro compiere quegli stessi atti con intenti rovesciati. La loro abituale algida sacralità senza caratteri individuali li rende facilmente svincolati dal tempo. La rigidità anelastica degli atti parabolari compiuti, clichè schematico per eccellenza, diventa nel fermo immagine, ridicola. I postulati di fede, all’occhio disincantato, appaiono assurdità come lo sterco dove siede Giobbe o la sua veste tutta piaghe; come Paolo che resta in piedi e deve servire i dolci, come GiovanBattista che mangia la testa e poi viene di nuovo decapitato, come il dulcis Gesù maestro pasticciere che beve passito, come Eva ridotta a soubrette ed Erodiade ovviamente a ballerina.

 

La coena conclude l’invito in un delitto. Trovato il colpevole in Acan di Carmi, già lapidato nella Bibbia di Giosué, i santi lo linciano con sassi, verghe, sferze, lance, poi  lo squarciano prima di chiuderlo unto nel sepolcro con iscrizione non senza farsi pagare. Mentre l’infedele Sara sorride, la coena si chiude con il consiglio del re in carnevalesca schiera a far sempre festa. In un contesto grandghignol di morte, violenza, stupri (Dina viene violentata), autoritarismo, illogicità del potere e della giustizia, non viene meno gioia e fede. Le allusioni surreali sono realistiche dato il coevo processo al cadavere dissotterrato di Papa Formoso, oppure la morte a martellate per mano dei parenti di Papa Giovanni cui è dedicata una versione della coena. Realistica rappresentazione della fiducia medievale anche nell’orrore. I gaffeues, timidi, imbranati, stupidotti, sempre affamati di tutto rappresentati sono le figure del potere in terra, tanto umani quanto ieratici, come le buffe icone bibliche, confermati anche nel ritratto irrispettoso.

 

Anche De Andrè provò a riproporre lo schema della Coena nella canzone Al ballo mascherato della celebrità (Storia di un impiegato). Il suo impiegato terrorista post ’68, incontra e fa esplodere al ballo Cristo, Nobel, Maria, Edipo, Dante, Paolo e Francesca, Nelson, i genitori, la statua della Pietà e Grimilde di Manhattan, statua della libertà. In tempi moderni nessuno però è ieratico e ciascuno ripensa a cosa ha sbagliato. Nelson vorrebbe strapparsi la maschera del vincitore, Edipo rifugge da Madre Maria, Dante è solo un guardone e Cristo uno sconfitto.

 

L’eccezione medievale della coena infatti è l’ordinaria contemporaneità, i normali giorni di nevrosi che viviamo. Oggi, mixati in mille credenze, teorie, ideologie, spurie e mescolatesi nel tempo, viviamo solo nel dileggio sistematico, nell’incredulità, nel dubbio, nell’irrisione, nel buffo. Quanto è beffato nella coena, è il successo di oggi. Potersi far ricordare come marionetta immobile, fissa in una staticità sfavillante di topos, modello ed esempio esasperato per tutti è il sogno di tutti perché garantisce il ricordo immortale nel magma di lava che attraversa e colma, inghiottendola, ogni cosa. Anche un titolo infamante può andar bene se regala immortalità.

 

La maschera di ruolo, prima scoperta come centro delle società complesse, poi giudicata risultato della repressione politica ed educativa è divenuta l’aspirazione tra tante maschere senza volto trascinate dai miliardi di comunicazioni. Si pensi al primato del presidente clown Usa, alla primadonna gonfiabile che vince la gara del botulino, all’uomo pezzo di merda per antonomasia, al giornalista ghigliottinatore, alla massima acclamazione ed alla massima condanna per le stesse torture impartite dai topoi dell’ex spia che venne dal freddo e del sultano, alla donna che meglio usa il ricatto sessista, a quella che più mostra la vulva per non farla usare o al contrario per farne un’icona, alla mossa del lato b reiterata all’infinito .

 

La coena si situava in un contesto credenze e ricordi comuni. Oggi anche i racconti, presenti a miliardi non sono comuni, non sono condivisi, anzi devono essere censurati ed emendati in svariati modi; ne risulta un a eco di cose note, non del tutto ignorate ma appena orecchiate. Non basta un cenno, un nome, una nota per scatenare il ricordo dell’intera storia. Non c’è tempo o voglia di ascoltarla e capirla per intero. Tutta la pubblicità a esempio prova, come nella coena, a vincolare e personalizzare vivande e bevande, a ribadire di ogni personaggio, in una vera costrizione posturale, il comportamento obbligato così che il consumo di un brand mentre siede, mangia, si traveste, beve sia il suo percorso esistenziale. Le poche volte che riesce si ottiene l’icona, il modello, l’associazione di idee cui vincolare un pubblico di miliardi di persone. Il riso e la beffa non umanizzano più i santi ma semmai santificano idee e uomini che altrimenti sarebbero travolti dallo scherno rivolto alle tantissime cose razionali, funzionanti, scientifiche che ormai sono, in fondo proprio perché abbondanti, banali, scontate, inutili, ignorate, addirittura pericolose. Il premio Nobel per la lotta contro il cancro è una cosa da non augurare a nessuno.

 

Affatto bizzarra, carnascialesca e lugubre, dissacrata nel sacro, mix di festa e dramma, la cena scorre come la vita odierna, senza saper e voler esorcizzare nulla, puntando solo alla forma dell’arte della meraviglia. L’Anonimo autore della Cena Cypriani conosceva bene la storia sacra, di cui seguiva le regole senza crederci. Oggi senza credere in nulla, senza storia sacra, per qualche minuto ci invaghiamo di un Papa che augura buona digestione e che toglie l’indurre in tentazione, secolare vocalizzo dei credenti. Anche i superoi, i mutanti, i diversi sono divenuti clichè anonimo. Questo non basterà a farne un’icona. In testa ci sono sempre i soliti Hitler, tallonato dal bambino asiatico che deve dimostrare ancora di essere buffo sul serio. E nessuno arriva allo Zingaro, culmine delle brutture maledette e desiderate dai benpensanti e delle visioni biodiverse dei politicamente corretti. E’ dura farsi largo nella Coena Cypriani globale.

 

Giuseppe Mele

Studi tra Bologna, Firenze e Mosca.Già attore negli '80, giornalista dal 1990, blogger dal 2005. Consulente UE dal 1997. Sindacalista della comunicazione, già membro della commissione sociale Ces e del tavolo Cultura Digitale dell'Agid. Creatore della newsletter Contratt@innovazione dal 2010. Direttore Agenda news UilCom Capitale. Ha scritto Former Russians (in russo), Letture Nansen di San Pietroburgo 2008, Dal telelavoro al Lavoro mobile, Uil 2011, Digital RenzAkt, Leolibri 2016. E' in corso di uscita Renzaurazione.

Rispondi

Il suo indirizzo e-mail non verrà pubblicatoI campi obbligatori sono marcati *

*