Chi sono i vincitori delle elezioni: un’inchiesta sul populismo italiano

L’esito del voto del 4 marzo ha suscitato un vivace dibattito. C’è stato chi ha parlato della nascita di una Terza repubblica, chi della fine di un’epoca, chi dell’inizio di una fase nuova.
Ma a ben guardare quanto accaduto non ha nulla di davvero sorprendente: è il risultato di un processo più ampio, che va al di là dei confini storici e geografici della politica italiana.

di Giulio Laroni | 18 Marzo 2018

L’esito del voto del 4 marzo ha suscitato un vivace dibattito. C’è stato chi ha parlato della nascita di una Terza repubblica, chi della fine di un’epoca, chi dell’inizio di una fase nuova.

Ma a ben guardare quanto accaduto non ha nulla di davvero sorprendente: è il risultato di un processo più ampio, che va al di là dei confini storici e geografici della politica italiana.

I vincitori di queste elezioni sono, com’è noto, la Lega di Matteo Salvini e il Movimento 5 stelle di Luigi Di Maio. All’indomani del loro trionfo sono in molti a salire sul carro del vincitore – in  particolare su quello di Di Maio – persino personaggi insospettabili come Sergio Marchionne e Eugenio Scalfari. Una situazione che, del resto, si era vista anche negli Stati Uniti a seguito della vittoria di Donald Trump.

Il successo elettorale di una forza politica, tuttavia, non dovrebbe pesare sul giudizio culturale che di essa danno gli analisti, né indurli a rivalutarla con facili entusiasmi; dovrebbe offrire l’occasione per conoscerla meglio e capire il perché del suo trionfo.

Cerchiamo dunque di capire quale sia il retroterra culturale di queste forze, quale la visione del mondo che, in filigrana, leggiamo dietro al loro pensiero.

 

Oltre la destra e la sinistra

 

Un dato interessante è che Lega e Movimento 5 Stelle rifiutano di collocarsi organicamente a destra o a sinistra: Salvini afferma di guardare anche “a una sinistra che non vota”, Di Maio dichiara di andare oltre i tradizionali schieramenti. Destra e sinistra, affermano, sarebbero state superate dalla storia; le vecchie categorie andrebbero ridiscusse, riformulate. Comune a entrambi è la tesi secondo cui le “grandi narrazioni” appartengano al passato, a un passato lontano e triste; e che la storia si sia pronunciata a favore di una politica post-moderna e post-ideologica. Dalla fine della Prima Repubblica sono stati in molti a insistere su questo punto: l’Unione Sovietica era crollata, i vecchi partiti erano stati spazzati via, e la politica doveva rinascere dalle ceneri delle vecchie ideologie.

Eppure dietro a questa visione della politica si cela un dibattito che in qualche modo preesiste alla politica stessa: quello sulla linearità o sulla ciclicità della storia. Adorno ci metteva in guardia dai sostenitori della storia lineare, da quelli che pensano che la storia proceda come una freccia. La storia, diceva, non va interpretata in funzione dello stato delle cose presente, non va considerata   come una sorta di ineluttabile prodromo dell’oggi. L’apologia del fattuale è il più reazionario degli atteggiamenti: l’idea che la storia proceda verso il Buono e il Giusto è una trappola in cui tanti sono caduti. Contestare la fattualità è anzi uno dei cardini del pensiero dialettico: perché non è possibile una rivoluzione se si pensa che il presente sia il punto di arrivo della storia. Non è  possibile utopia se si considera il dato come un totem. Ecco perché tutti i fascismi hanno sempre sostenuto a gran voce la linearità della storia: perché era loro interesse presentarsi come una sorta di strumento quasi mistico di salvezza, come un’espressione ineludibile, inarrestabile, del divenire storico. Lo diceva Hitler: noi siamo un’onda inarrestabile, non ci fermerete. Lo dicono leghisti e pentastellati oggi.

L’invito al superamento di destra e sinistra, dunque, è un invito essenzialmente reazionario. Destra e sinistra non sono entità concrete sconfitte dalla storia, sono etichette con le quali cataloghiamo i due poli opposti del pensiero politico: la conservazione e l’utopia. E se è vero che tutto ha un punto di vista, che tutto quel che affermiamo, nel momento in cui lo affermiamo, riconduce a una visione della vita, allora anche la post-ideologia riconduce a un’ideologia: un’ideologia di destra.

 

L’autoritarismo

 

La fede nella storia lineare – e la concezione quasi magica, irrazionale della realtà che essa porta con sé – è uno dei topoi del pensiero grillino-leghista. Un altro, ad essa strettamente concatenato, è l’appello ad un credo dogmatico, ad un’obbedienza cieca. Rinunciare al pensiero dialettico produce infatti il suo opposto: il dogmatismo, l’autoritarismo. Cioè, appunto, la celebrazione dell’esistente come dato. Gli elettori grillini e leghisti non si fanno domande, non discutono le palesi contraddizioni dei loro leader, sono difficilmente permeabili a scandali e rivelazioni. E ciò arriva a toccare tratti parossistici, persino comici: ieri il Movimento 5 stelle affermava che la televisione è il male, oggi se ne serve a piene mani; ieri invocava un referendum sull’euro, oggi lo ha frettolosamente archiviato; ieri stigmatizzava gli “inciuci” dei partiti, oggi apre a un’alleanza col Pd.

Cambiare opinione è lecito, non lo è fare a pezzi la coerenza, prendere in giro, cinicamente, i propri attivisti. Alessandro di Battista è l’uomo che nel 2014 affermava che “l’obiettivo politico (parlo dell’obiettivo politico non delle assurde violenze commesse) dell’ISIS, ovvero la messa in discussione di alcuni stati-nazione imposti dall’occidente dopo la I guerra mondiale ha una sua logica”, che “nell’era dei droni e del totale squilibrio degli armamenti il terrorismo, purtroppo, è la sola arma violenta rimasta a chi si ribella” e ancora che “se a bombardare il mio villaggio è un aereo telecomandato a distanza io ho una sola strada per difendermi a parte le tecniche non violente che sono le migliori: caricarmi di esplosivo e farmi saltare in aria in una metropolitana.” Frasi come queste avrebbero distrutto qualunque partito, ma non il Movimento 5 stelle. Che un paio d’anni dopo, candidamente, cambiò linea, con l’obiettivo di accreditarsi come forza di governo.

L’abitudine a giravolte improvvise, radicali, è un tratto distintivo di molte forze, per così dire, populiste. Si ricorderà il caso di Benito Mussolini: da anticlericale a amico della Chiesa, da antiborghese a sostenitore della borghesia. Queste forze non chiedono, di solito, un approccio critico, dialettico, alle proprie tesi, ma piuttosto una fiducia prepolitica, un’adesione emotiva. L’elettore non deve condividere criticamente le loro idee, deve avere fiducia in loro, deve affidarsi a loro. Ecco perché l’elettore leghista non si scandalizza se Salvini da neopagano si trasforma in fervente cattolico che giura sul Vangelo. Ecco perché Donald Trump e Silvio Berlusconi sopravvivono indenni – almeno sino ad ora – alla propria reiterata incoerenza. Il loro segreto è trasformare la politica in un fatto emotivo e autoritario insieme.

Silvia Virgulti, influente consulente per la comunicazione del Movimento 5 Stelle, nonché ex fidanzata di Luigi Di Maio, nel 2015 istruiva così gli esponenti grillini: “L’argomento immigrazione suscita molte emozioni, tra cui in primis paura e rabbia. Per questo, in tv iniziare ad argomentare o spiegare trattati o proporre soluzioni più o meno realistiche è inutile, perché le persone sono in preda alle emozioni e sentono minacciate loro stessi e la loro famiglia; non si può pretendere che seguano un discorso puramente razionale, quindi è bene alimentare la loro rabbia e la loro paura.” La Virgulti è esperta di Programmazione Neuro-Linguistica (PNL), una pseudoscienza che viene usata abbastanza spesso come strumento di persuasione psicologica soprattutto nel marketing e nella politica; in tal senso regalava ai parlamentari del suo partito copie de La struttura della magia, il volume di Richard Bandler e John Grinder che descrive i fondamenti della PNL. E del resto è stato documentato da più parti il ricorso dei politici pentastellati a tecniche di seduzione psicologica. Dunque: stabilire un principio di autorità, suscitare rabbia, sacrificare la coerenza.

 

Il rifiuto dell’antifascismo

 

Un altro motivo unificante delle forze populiste italiane è la critica dell’antifascismo. Sul caso di Matteo Salvini è superfluo dilungarsi: le sue simpatie per la destra radicale sono note. Più interessante è il caso del Movimento 5 Stelle: gli esponenti pentastellati, infatti, hanno mostrato da sempre un atteggiamento estremamente ambiguo, persino sospetto, nell’accostarsi al problema del fascismo.

Tanti sono gli esempi che si potrebbero citare. Fece scalpore quanto scrisse nel 2013 (e poi ritrattò) Roberta Lombardi: “Da quello che conosco di CasaPound, del fascismo hanno conservato solo la parte folcloristica, razzista e sprangaiola. Che non comprende l’ideologia del fascismo, che prima che degenerasse aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia”. La stessa Lombardi che invocava l’abolizione dei sindacati: “Se parliamo dei sindacati chiedendone l’abolizione, ti tacciano di voler tornare indietro alla rivoluzione industriale.” Sempre nel 2013, Beppe Grillo dichiarava: “Se io sono antifascista? Questo è un problema che non mi compete, il nostro è un movimento ecumenico. Se un ragazzo di CasaPound volesse entrare nel nostro Movimento, con i requisiti in regola, non ci sarebbero problemi”. Più recentemente, nel dicembre del 2016, gli faceva eco Alessandro Di Battista: “È più importante essere onesto che antifascista. Nel 2016 parlare di fascismo e antifascismo è come parlare di guelfi e ghibellini… ancora a parlare di questa roba?”

Ancora più grave fu il caso di un’intervista allo storico revisionista Arrigo Petacco che uscì come prima notizia nel blog di Beppe Grillo, il 24 novembre 2014. Titolo: “Mussolini non ha ucciso Matteotti”. E si potrebbe andare avanti citando l’inquietante filmato dal titolo “Gaia – The future of politics”, prodotto dalla Casaleggio Associati nel 2008, che gli esponenti grillini hanno sempre liquidato come una boutade. Un video in cui Hitler e Mussolini venivano dipinti come grandi comunicatori – senza nessuna parola di condanna – e che ricorda per molti versi le tesi dei 5 Stelle.

Infine il pensiero corre al filosofo pop Diego Fusaro, uno che col Movimento ha avuto da sempre un rapporto privilegiato. Fusaro stigmatizza quello che definisce “l’antifascismo in assenza di fascismo”e non teme di affermare: “Sono molto indipendente nelle mie posizioni e appoggio incondizionatamente tutti i movimenti che nuocciono di più ai vertici dell’aristocrazia finanziaria. Quindi, indistintamente, dai comunisti di Marco Rizzo a CasaPound di Simone Di Stefano, passando per tutti i movimenti non allineati e stigmatizzati dal sistema”.

Perché dunque le forze populiste sono tanto restie a dichiararsi antifasciste se il fascismo, a loro dire, non esiste più?

È ancora una volta Theodor Adorno a suggerirci una possibile risposta. Nel suo La personalità autoritaria, scritto insieme a Else Frenkel-Brunswik, Daniel Levinson e Nevitt Sanford, il filosofo e sociologo tedesco raccoglie i risultati di alcune ricerche da lui condotte presso l’Università di Berkeley, nel periodo in cui la Scuola di Francoforte si era trasferita negli Stati Uniti. La grande intuizione di queste ricerche è la presa di coscienza che il fascismo non è un fenomeno che si limita alle esperienze di Benito Mussolini o Adolf Hitler: è una visione del mondo e, prima ancora, una forma mentis. Servendosi degli strumenti della psicologia, con l’aiuto di test e colloqui clinici, Adorno osserva che nei simpatizzanti fascisti – o dei valori che a queste forze fanno riferimento – è possibile ritrovare dei tratti caratteriali che ricorrono con particolare frequenza. Analizzando questi tratti si arriva a mettere a fuoco l’essenza più profonda del fascismo, di cui il populismo – come si vedrà – è in qualche modo un’espressione. In tal senso Adorno sviluppa una scala, detta Scala-F, che misura le tendenze autoritarie, o fasciste, di un soggetto: una scala che si rivela particolarmente utile nell’accostarsi ai movimenti populisti.

I tratti da lui individuati, che stupiscono ancora oggi per la loro validità, sono il convenzionalismo, ossia l’adesione pedissequa a valori borghesi (l’item del test recita: “l’obbedienza e il rispetto per l’autorità sono i più importanti valori che i figli dovrebbero apprendere”), la sottomissione autoritaria, ossia una visione sottomessa e acritica delle autorità idealizzate del proprio gruppo di appartenenza (“quello che occorre di più a questo Paese, più delle leggi e dei programmi politici, sono alcuni leader coraggiosi, instancabili, devoti, dei quali la gente possa avere fiducia”), l’aggressività autoritaria (“i crimini sessuali, come lo stupro e la violenza sui bambini, meritano più del carcere; questi criminali andrebbero pubblicamente frustati o peggio”), l’anti-intraccezione, ovvero il disprezzo per gli individui sensibili, fantasiosi, per la tenerezza e la dolcezza (“la società ha bisogno di uomini d’affari e gente che produca, non di artisti e professori”), la superstizione e la stereotipia, ossia  la convinzione che il destino dell’uomo sia influenzato da variabili magiche (“un giorno le guerre e i problemi sociali potrebbero finire a causa di un terremoto o di un’alluvione che distruggeranno il mondo intero”), l’esaltazione dell’idea di forza, quindi l’importanza attribuita ai concetti di dominio-sottomissione, forte-debole, capo-seguace e l’identificazione con figure di potere (“le persone possono essere divise in due categorie distinte: i deboli e i forti”), la distruttività e il cinismo, cioè un senso di rabbia e di odio generalizzati, la proiettività, ossia il trasferimento all’esterno di impulsi emotivi inconsci, che si esprime ad esempio nell’adesione alle teorie del complotto (“molte persone non capiscono quanto le nostre vite siano controllate da complotti orditi in luoghi segreti”) e infine una visione retrograda o moralistica della sessualità (“la selvaggia vita sessuale dei greci e dei romani era monotona se paragonata ad alcune delle cose che accadono in questo Paese, persino laddove uno meno se lo aspetterebbe”).

Il lessico e le idee a cui Lega e 5 stelle ci hanno abituati si inscrivono perfettamente nel quadro tracciato da Adorno, tra autoritarismo e pensiero magico, giustizialismo e culto dell’uomo forte. Alla luce di queste premesse è facile intuire perché i movimenti populisti abbiano tanta simpatia per un fascista moderno come Vladimir Putin, uomo sanguinario, violento, autoritario, tra i capi di stato più pericolosi oggi in circolazione. Si ricorderanno gli elogi spesi da Grillo e Salvini nei confronti del presidente della Federazione Russa, come si ricorderà l’amicizia di Putin con l’estrema destra europea, dal Front National all’Ukip, dal Partito Nazionaldemocratico tedesco ad Alba Dorada.

 

Il populismo italiano e l’industria culturale

 

Eppure queste forze hanno avuto un largo seguito in Italia: la somma dei voti di Lega e Movimento 5 stelle raggiunge il 50% sia alla Camera che al Senato. Com’è possibile che dei partiti così ideologicamente grossolani, culturalmente inconsistenti, politicamente reazionari possano aver ottenuto un consenso così alto? Va detto che episodi come questo si sono già visti, anche nella storia recente: si pensi al successo dei partiti populisti in Europa e soprattutto alla vittoria di Trump negli Stati Uniti, un altro fascista moderno non a caso elogiato sia dalla Lega che dai 5 stelle.

Ma l’ascesa dei movimenti populisti merita qualche riflessione in più. L’inizio degli anni Ottanta portò una spoliticizzazione progressiva della società occidentale, un tramonto del fermento culturale dei decenni precedenti: fu il momento di Reagan, della Thatcher, delle politiche neoliberali. Alla militanza subentrò il disimpegno, lo yuppismo, il divertimento amministrato. Furono gli anni della “desublimazione repressiva” – come direbbe Marcuse – cioè di un edonismo farlocco, pornografico, strettamente controllato dal sistema. L’avanguardia cedette il posto al kitsch – secondo quell’eterno paradigma che Clement Greenberg, in tempi non sospetti, aveva così acutamente illustrato – e il post-modernismo portò a una pretesa democratizzazione del gusto.

In quel clima di massificazione culturale, la figura dell’intellettuale iniziò ad uscire di moda: in una società in cui si afferma l’equiparazione di brutto e bello non c’è spazio per i pungolatori del pensiero, per i critici militanti, per gli esteti. Mentre gli intellettuali si facevano sempre più rari i mezzi di comunicazione di massa assumevano un’importanza sempre maggiore, incaricandosi – più di quanto non avvenisse in precedenza – della funzione di arbitri del gusto. Da allora in poi, in mancanza di coscienze critiche in grado di fermarli, i media assunsero una capacità di controllo sociale che non si era sinora mai vista, che progredì esponenzialmente fino ad oggi.

La caduta del muro di Berlino e la fine dell’Unione Sovietica furono le premesse necessarie per una fase, come quello di Mani pulite, che si palesò presto come un’esplosione di giustizialismo poliziesco, di isteria collettiva, di vendetta spettacolarizzata. La costruzione della “Seconda Repubblica” fu dunque affidata ai mezzi di comunicazione di massa, più e meglio di quanto non accadesse in passato: furono loro a creare Berlusconi (o forse viceversa?), che con la sua tv spazzatura plasmò una sensibilità culturale sempre più spenta e gerarchizzata. Furono sempre i media a creare e a nascondere scandali, a scatenare a comando l’indignazione collettiva, ma anche le passioni e gli entusiasmi popolari.

L’avvento dell’era digitale fece il resto: i social media e Wikipedia, con la loro aria di libertà e democraticità, portavano in dote una capacità di manipolazione che nessuno si era mai immaginato. Cosa c’è di più gerarchico e manipolativo di uno spazio in cui le voci si accavallano, e nel rumore si sente soltanto la voce di chi ha i mezzi per farsi sentire? Cosa c’è di più pericoloso di un’enciclopedia che si vuole obiettiva e nazionalpopolare – ma che in realtà è alle mercé di lobby di ogni sorta – quando l’obiettività, com’è noto, non esiste?

È dunque in questo clima culturale che si espandono prima la Lega e poi il Movimento 5 Stelle, che traggono linfa da un contesto sociale nel quale lo strapotere dei media, social e tradizionali, ha soffocato anche i più timidi tentativi di pensiero dialettico. Nel 2013 la Lega era quasi scomparsa; ma quando Matteo Salvini cominciò a saturare i talk show politici di ogni sorta, il trand cominciò a cambiare. Anche il Movimento 5 stelle era sconosciuto ai più, almeno fino a quando un’aggressiva campagna elettorale fuori e contemporaneamente dentro i media – Umberto Eco la definì una “comunicazione della comunicazione” – non lo portò alla ribalta.

La società italiana era oramai assuefatta alla politica mediatizzata e spettacolarizzata, l’indipendenza e la coscienza critica dei fruitori si era fatta sempre più evanescente. E così nessuno si accorse che un Movimento che si professava libero e  democratico redigeva liste di proscrizione come ai tempi di Mussolini, intimidiva gli avversari con l’arma dell’odio. Ricordate? Beppe Grillo pubblicava il nome di un giornalista sulla sua rubrica “Il giornalista del giorno” e il pubblico rispondeva sommergendo il malcapitato di insulti; come quando storpiò il nome di Gad Lerner in “Gad Vermer” e il pubblico commentò con violenti epiteti antisemiti. Si respirava un clima di paura, gli avversari temevano di criticare Grillo apertamente per timore di rappresaglie virtuali. In pochi ripensarono a quanto avvenne agli albori del fascismo, quando le squadracce servirono a Mussolini per intimorire i  detrattori, per conquistare il consenso.

 

Libertarismo e comunitarismo

 

Gli anni Ottanta furono anche l’epoca in cui il dibattito politico e culturale si dedialettizzò definitivamente. La teoria critica della società e la Scuola di Francoforte furono presto considerate un’eredità del passato, e con esse cadde in disgrazia quello che forse era il cuore pulsante del loro pensiero: il marxismo libertario. Dal marxismo libertario, dall’idea che la giustizia sociale passi attraverso l’emancipazione da ogni potere autoritario, furono in molti a prendere le distanze. Chi in nome del relativismo, chi in nome di un marxismo dedialettizzato, altri ancora confondendo pretestuosamente il libertarismo con il libertarianismo. In un’atmosfera artificialmente post-ideologica come quella degli anni Ottanta, dominata dall’industria culturale, cominciò dunque a farsi strada, dapprima sommessamente, la scuola diametralmente opposta a quella del libertarismo: il comunitarismo. Questa scuola vuole l’individuo non più come un soggetto libero al cui servizio opera la comunità; ma come un soggetto inerte al servizio della comunità stessa. Crede nel rafforzamento dei legami sovraindividuali, nel sacrificio dell’identità singolare sull’altare di un sentire collettivo, nella storia lineare. È, naturalmente, una filosofia con forti connotazioni gerarchiche: come sempre il bene comune è lo strumento più efficace per esprimere la volontà di un capo, per imporre l’ingiustizia in nome di una presunta giustizia.

Fu anche l’affermazione nella società di sottese tendenze comunitariste a facilitare l’ascesa dei movimenti populisti, a creare un terreno fertile affinché potessero imporsi. Una società che crede nell’espressione delle libertà naturali dell’individuo, dell’eros, del gioco, difficilmente sarà permeabile a forme di pensiero autoritario. Una società che antepone la comunità all’individuo, che enfatizza un presunto sentire collettivo – di cui i mass media sarebbero i portavoce – sarà invece il luogo ideale nel quale innestare forme di giustizia sommaria, di violenza di stato.

Una società che si è spostata a destra, che ha archiviato troppo in fretta il marxismo libertario e il pensiero dialettico, si presta facilmente alle sirene della demagogia. Il voto del 4 marzo lo ha dimostrato

 

Giulio Laroni

 

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