Il censis dice che siamo rancorosi? Per forza, la politica abdica, per governare ci vuole un generale dei carabinieri e le alleanze si fanno dal notaio

di Enrico Cisnetto | 4 dicembre 2017

La nuova legge elettorale comincia a far danno prima ancora di essere usata. La quota maggioritaria, pur pesando solo per un terzo rispetto a quella proporzionale, ha indotto a riesumare le vecchie coalizioni che il combinato disposto del tripolarismo che ha soppiantato il bipolarismo della Seconda Repubblica, del ciclone Renzi che ha rotto la grande rete ulivista a sinistra e del cambio di guardia al vertice della Lega tra Bossi e Salvini che ha scompaginato gli equilibri a destra, aveva spazzato via. Solo che il centro-sinistra sconta rotture insanabili, mentre il centro-destra, pur spaccato, è stato in grado di rappresentare all’esterno una convergenza elettorale almeno apparente. È su questa base, per esempio, che si è costruita la pur fragile vittoria di Musumeci in Sicilia, creando una maggioranza basata sullo scarto di un solo consigliere. Peccato che nel giro di poche settimane quel voto in più si sia già dissolto, perché un consigliere fatto eleggere da Salvini è passato all’opposizione. A dimostrazione che i cartelli elettorali, ammesso e non concesso che si riescano a fare, sono una cosa, e la tenuta – politica e programmatica – delle maggioranze di governo che quei cartelli creano, è un’altra. I cartelli, tanto più se creati facendo finta che le differenze non esistano, non garantiscono nulla (di buono).

Sarà per questo che Salvini ha chiesto a Berlusconi di andare da un notaio a sottoscrivere un patto in base al quale Forza Italia si dovrebbe impegnare a non andare mai al governo con il Pd, cosa che la Lega chiama “inciucio”. E sarà per questo che Berlusconi, facendo irritare Salvini, ha buttato lì, ovviamente dalle telecamere di un salotto televisivo, il nome di un generale dei Carabinieri come possibile prossimo presidente del Consiglio, se fosse il centro-destra dopo le elezioni a poter dare le carte. Ora, a parte la cattiva abitudine di definire imbroglio quella che sarebbe una normalissima coalizione di governo, e pure benemerita se dovesse servire a evitare il caos nel caso – molto probabile, peraltro – in cui dalle urne non uscisse alcun vincitore, ma da quando in qua un accordo politico deve diventare un atto notarile? La politica, quella con la P maiuscola, è dialettica – parola che viene dal greco, e significa arte di argomentare – ed è mediazione, nell’accezione aristotelica del trovare nel giusto mezzo la conciliazione di posizioni differenti. Non è trattativa da fare in gran segreto per poi consegnarne l’esito ad un pubblico ufficiale, che la vidima con la ceralacca e la chiude in cassaforte. Ma se fosse, non sarebbe la prima volta. Berlusconi e Bossi a suo tempo andarono da un professionista milanese a regolare i loro rapporti, anche se non lo hanno mai confermato ufficialmente. E quando il Pd romano decise di scaricare Ignazio Marino da sindaco, preferì far andare da un notaio i suoi consiglieri comunali per vincolarli alle dimissioni che portarono alla caduta della giunta capitolina, anziché farli esprimere in Campidoglio. Non solo. Molti partiti hanno, o hanno avuto, proprietà private e simboli depositati da un notaio. Anche i professionisti dell’antipolitica e dell’anticasta sono giuridicamente in mano a Grillo e alla ditta Casaleggio.

È la privatizzazione della cosa più pubblica che ci sia, la politica, inevitabile conseguenza di un’altra malattia, la personalizzazione della politica, che a sua volta ha generato la riduzione della politica alla comunicazione televisiva e la deriva di leaderismi esasperati. Cosa che induce non a formare una classe politica degna di questo nome, ma a mettersi alla ricerca di volti conosciuti e spendibili dentro la cosiddetta società civile. Lo specialista in materia è senza dubbio il Cavaliere, che sforna candidati premier come il Mulino Bianco i biscotti, e che seleziona parlamentari e dirigenti sulla base del curriculum come un qualsiasi capo delle risorse umane di un’azienda. Ma così si ammazza la partecipazione alla vita politica. Perché un cittadino si dovrebbe iscrivere a un partito, fare militanza e sudarsi la gavetta, per poi sentirsi dire che per governare, o anche solo per arrivare a Camera e Senato, ci vuole qualcuno detentore di altri meriti rispetto a quelli politici e che con il partito non ha mai avuto nulla a che fare? Ed ecco spiegato perché i partiti possono essere personali: sono aziende a cui si accede solo per soddisfare esigenze private.

Tutto è iniziato con la fine della Prima Repubblica. Che, per carità, aveva tanti difetti, ma non quello di essere popolata di partiti privati regolati da scritture private. Dopo, la legittimazione democratica – sempre più formale e sempre meno sostanziale – si è basata esclusivamente sulla capacità di vendere un prodotto politico (ma sarebbe più giusto dire elettorale) seguendo un solo precetto di marketing: il rifiuto, o ancor meglio la demonizzazione, della politica e dei suoi simboli. Non è forse per avere meno politici tra i piedi che Renzi ha chiesto agli italiani (per fortuna inutilmente) di abolire i senatori? E non è forse bollandoli spregiativamente come “professionisti della politica” che Berlusconi ha battuto i suoi avversari? Ma tanto più i politici si appellano alla fantomatica società civile, tanto più ammettono di appartenere ad una razza “incivile”, perciò indegna di avere a che fare con il governo della cosa pubblica. E la massiccia, patologica astensione dal voto, non può che esserne la drammatica conseguenza.

Ci si lamenta e si teme, a ragione, che prevalga il populismo. Ma non è forse di populismo che viviamo dall’ormai lontano 1994? Le parole d’ordine contro la casta, la demonizzazione delle élite equiparate a oscure lobby, la descrizione del politico come di un ladro o, ben che vada, di un inetto, l’annientamento dei corpi intermedi della società in nome del rapporto diretto con il popolo, la descrizione della mediazione parlamentare come cosa inutile che sottrae spazio e potere all’esecutivo, il sondaggio come unica bussola, l’esaltazione del nuovo diventata paranoia nuovista, sono altrettante tossine che sono state inoculate nel corpo (già malato di suo) del Paese.

C’è forse da stupirsi, quindi, se il Censis, nella sua nuova radiografia dello stato di salute dell’Italia, ci definisce un popolo di rancorosi, per nulla mossi alla fiducia nonostante il consolidarsi della ripresa economica? Certo che no. Ma ci vorrà pur qualcosa e qualcuno che fermi questo maledetto gatto che si morde la coda.

Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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