Cavadenti americano

“Devi andare da un chirurgo dentista”, mi dice l’amico. E mi sovviene che in America i dentisti non fanno estrazioni, soprattutto quando si tratta di molari. Un modo come un altro per limitare eventuali cause promosse dai pazienti.

di Oscar Bartoli | 30 luglio 2018

“Bisogna togliere questo molare, dice l’amico dentista di Washington.”
“Perché, domando, che sta succedendo?”
“Hai una infezione e non si può curare.”
“Beh, allora procediamo”, dico con rassegnazione anche perché arrivato alla mia tenera età ho la maggior parte dei miei denti ancora funzionante.
“Devi andare da un chirurgo dentista”, mi dice l’amico. E mi sovviene che in America i dentisti non fanno estrazioni, soprattutto quando si tratta di molari. Un modo come un altro per limitare eventuali cause promosse dai pazienti.
Scelgo uno studio dentistico specializzato in chirurgia sulla 19ª Street.
Sono un po’ perplesso perché il molare incriminato non è che mi faccia male. Si è spezzato in un segmento ed ecco la ragione cui mi sono rivolto all’amico dentista.

Mi reco nello studio specializzato in chirurgia dentistica.
Mi affidano ad un giovane dottore di incarnato bruno ma il nome e’ americano. Speravo che ad operarmi fosse il titolare dello studio ma per non offendere il giovane abbronzato mi sistemo sulla poltrona.
Raffica di radiografie, iniezioni per anestesia locale.
Sono le 11:30 e il medico inizia a trapanare e scalpellare.
Alle una si assenta forse per andare in bagno e ricevo una telefonata da mia moglie che mi chiede cosa stia succedendo.
“Guarda: credo proprio che questo non ci capisca una mazza. Sono capitato proprio male…”
Ritorna li dentista e ricomincia a trapanare e scalpellare.
Alle 15, dopo quasi quattro ore di tortura buccale mi dice:
“Non sono in grado di estrarre questo dente. Mi spiace ma lei deve rivolgersi ad un mio collega che sta sulla K a 10 minuti di strada da qui.”
Ed esce dalla stanza.
Super incazzato, nonostante le numerose iniezioni anestetizzanti, dichiaro al manager dello studio che non sborserò un centesimo.
Grande imbarazzo di tutto il personale che assiste mentre il manager si profonde in scuse e inchini, mi indica l’indirizzo dove devo recarmi e mi affida ad una sua collaboratrice perché chiaramente, visto che traballo, ci sono problemi per la mia incolumità nel traffico washingtoniano.
Durante il tragitto sono raggiunto da una telefonata. È la assistente del nuovo chirurgo presso il quale sto recandomi che mi informa essere necessario provvedere ad una anestesia generale il che comporta che qualcuno mi riporti a casa visto che non potrò guidare.
Informo la moglie che si mette in contatto con il figlio Max il quale è in questi giorni a Vera Cruz. La nostra è una famiglia dispersa in vari continenti.
Decidiamo che non dovrò sottopormi ad alcuna anestesia generale. L’ultima volta che l’ho fatto in occasione dell’asportazione della cistifellea, ho avuto effetti collaterali per diversi giorni.
Mi faccio accompagnare al parcheggio e prendo la mia macchina, guidando con estrema concentrazione.
Mi consulto con un amico medico il quale trova il nome di un famoso chirurgo dentista con mega studio a Bethesda.
I due medici si parlano ed il chirurgo fissa immediatamente un incontro per la mattina del lunedì (dimenticavo di dire che l’episodio della tortura dentistica avveniva il venerdì).
Alle otto del lunedì mi presento dal famoso chirurgo. Molto cordiale, iraniano americano, superattrezzato tecnologicamente.
Raffica di radiografie, ma non sono sufficienti allora è meglio posizionarsi nella macchina per la super panoramica.
Mi trasferiscono nell’altra sezione dello studio nella sala operatoria.
L’infermiera nera mi chiede se gradisco musica jazz. Gradisco gradisco. Gli altoparlanti diffondono un CD di un famoso trombettista.
Il medico rientra e sul braccio sinistro introduce l’ago per la sedazione. Dal braccio destro invece prelevano il sangue per verificare non so che.

Il famoso medico si avvicina poi con una grande macchina fotografica e scatta immagini all’interno della mia bocca e del molare devastato.
Poi mi addormento e mi risveglio a operazione completata.
Antibiotici in quantità industriale, antidolorifici, sciacqui con acqua e sale ripetuti ogni due ore.
Saluto il famoso medico che rivedrò dopo una settimana per un controllo non senza prima avere consegnato la mia carta di credito per un prelievo di 1300 $ assolutamente non coperto dalle super costose assicurazioni che devo pagare ogni mese.
Sto cercando un avvocato litigator per fare causa al primo cavadenti.

Oscar Bartoli (con un molare in meno)

Oscar Bartoli, Avvocato, giornalista pubblicista, collabora con molti media italiani. Risiede negli Stati Uniti dal 1994 e vive tra Washington D.C. e Los Angeles. Ha lavorato per molti anni nel gruppo SMI,leader europeo nel settore metalli non ferrosi, successivamente nell'IRI come responsabile dei contatti con i media e in seguito direttore IRI USA. Ha insegnato per dieci anni alla scuola di giornalismo della Luiss e per due anni alla Catholic University di Washington DC. Tiene un corso sulla comunicazione nel Master di Relazioni Internazionali dello IULM di Milano. Da giovane, per pagarsi gli studi ma, soprattutto, perche' gli piaceva, ha lavorato come chitarrista - cantante suonando nelle case del popolo, circoli cattolici, night clubs, radio e televisione. Gli articoli per la rubrica Pillole d'Oltreatlantico sono pubblicati dal blog Letter from Washington DC

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