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	<title>Pensalibero.it &#187; Corner</title>
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	<description>periodico on line di informazione laica, liberale, indipendente.</description>
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		<title>Cento giorni per “pulire” la spesa pubblica ingorda</title>
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		<pubDate>Sun, 19 May 2013 14:33:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Binacchi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tutto quello che si sperpera nella pubblica amministrazione, i doppioni e le incrostazioni, i doppi e tripli timbri, le carte e le cartacce, le autorizzazioni preventive e in itinere, le caselle di doppi e tripli enti che fanno impazzire privati e aziende, beh tutto questo, si colga l’occasione d’oro, si cancelli, si pulisca, si semplifichi, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><b>Tutto quello che si sperpera nella pubblica amministrazione, i doppioni e le incrostazioni, i doppi e tripli timbri, le carte e le cartacce, le autorizzazioni preventive e in itinere, le caselle di doppi e tripli enti che fanno impazzire privati e aziende, beh tutto questo, si colga l’occasione d’oro, si cancelli, si pulisca, si semplifichi, si ammoderni.</b></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="size-full wp-image-15060 alignleft" alt="governoletta" src="http://www.pensalibero.it/wp-content/uploads/2013/05/governoletta.png" width="205" height="92" /></p>
<p style="text-align: justify;">Oltre lo slogan, i primi cento giorni di Letta, e compagnia, saranno davvero decisivi. I primi quindici son già passati. Ne rimangono 85. Non bisogna perdere tempo. E oltre lo slogan delle scalette lavoro-imu-giovani-tasse o fisco-occupazione-cuneo-pensioni, bisogna pensare alla grande pulizia di primavera-estate. Pulire la pubblica amministrazione dai doppioni e tripploni e dalla burocrazia che strangola, pulire la spesa pubblica ingorda.  Saranno quelli i due mesi spesi meglio. Nell’applicare la revisione della spesa pubblica che si immagina tanti tecnici e tanti super esperti (c’era anche una Commissione Bondi se non ricordiamo male) hanno redatto e depositato. Siccome questo Paese ha bisogno di risorse, di soldi, e non si possono fare debiti, e siamo anche abbastanza fortunati che la Unione europea ci dichiarerà fuori entro il mese, speriamo, dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo, allora sfruttiamo il momento e diamo il colpo d’acceleratore alla pulizia interna. Tradotto quello che non serve nella pubblica amministrazione, quello che si sperpera nella pubblica amministrazione, i doppioni e le incrostazioni della pubblica amministrazione, i doppi e tripli timbri, le carte e le cartacce, le autorizzazioni preventive e in itinere, le caselle di doppi e tripli enti che fanno impazzire privati e aziende, beh tutto questo, si colga l’occasione d’oro, si cancelli, si pulisca, si semplifichi, si ammoderni. Ma non a parole, a fatti.  Come direbbe mia mamma, che pure ha la bontà di leggermi e ovviamente di criticarmi, voi giornalisti dite  tutto quello che non va e bisognerebbe trovare le soluzioni. Si è cercato di spiegare a mamma che i giornalisti non sono al governo e che il loro compito è di raccontare e fare cronache e che le decisioni spettano appunto a chi governa e a chi approva. Ma è anche vero che probabilmente lettori e telespettatori sono stanchi di litanie e analisi sulla carta e si aspettano davvero misure concrete, incisive, che comincino a far vedere che si fa qualcosa. Saranno almeno dieci o 15 anni che si vantano ministeri di semplificazione e commissioni di trasparenza, indagini sulla sburocratizzazione hanno riempito i cassetti contribuendo a fare nuova burocrazia. La semplificazione quella sì è rimasta uno slogan e ha contribuito al allargare non solo la complicazione della burocrazia ma  ad allontanare ancora di più la fiducia degli amministrati dagli amministratori. Tirate fuori dai cassetti del carte di Bondi e  degli altri che hanno studiato quanto è complicato lo Stato, tirate fuori dai computer i file che rilevano e rivelano le pieghe dello stato dove s’annidano ancora sprechi e doppioni, spese improduttive e qualche marchetta, e allora probabilmente in cento giorni si potrà cominciare a fare pulizia, e a trovare qui 3 o 4 miliardi di euro che saranno utile per il fondo che dovrà finanziare la revisione delle tasse e delle imposte sulle due cose non solo emblematiche ma di valore assoluto su cui vive la nostra società: lavoro e casa. Rivedere i gradi della pubblica amministrazione, accorciare la filiera degli uffici che decidono sulla stessa cosa, cancellare i balzelli di questo o quell’ufficio che sembra vivere solo perché mette un timbro sarà la vera pre-scommessa della larga intesa. Da quanti anni si parla di cancellazione di enti inutili? Tanti, troppi. Quanti sono ancora in vita? Tanti, troppi. Un artigiano di Parma mi raccontò che per un soppalco di 30 metri quadri dovette chiedere 23 autorizzazioni con relativi oneri, quasi un timbro a metro quadro. Già sarebbe una vittoria che a settembre quei timbri diventassero 3, sarebbe il segnale che qualcosa si è messo in moto.</p>
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		<title>L’errore “a monte” è che gli europei sono &#8220;gli altri&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 12 May 2013 20:43:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Binacchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Apertura]]></category>
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		<description><![CDATA[I vertici europei così pomposi e così impalpabili hanno ancora qualche mese per dare segnali di speranza non solo ai mercati ma alle genti. Il rischio di avere un calo storico nell’affluenza al voto europeo e l’arrivo nelle aule di Strasburgo e Bruxelles di deputati europei contro l’Europa saranno una prospettiva alquanto realistica. Anzi, diciamocelo, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><b>I vertici europei così pomposi e così impalpabili hanno ancora qualche mese per dare segnali di speranza non solo ai mercati ma alle genti. Il rischio di avere un calo storico nell’affluenza al voto europeo e l’arrivo nelle aule di Strasburgo e Bruxelles di deputati europei contro l’Europa saranno una prospettiva alquanto realistica. Anzi, diciamocelo, forse è già tardi. </b></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-6942" alt="Europa_BandiereR400" src="http://www.pensalibero.it/wp-content/uploads/2012/04/Europa_BandiereR400-250x166.jpg" width="250" height="166" />L’altro giorno a Firenze ad un vertice sulla comunicazione d’Europa un funzionario della Commissione europea voleva far credere ai giornalisti che 30.000 (trenta mila) dipendenti delle burocrazie europee sono giusti o quasi pochi. Dipende da cosa fanno e per quale Europa? Se continua ad essere l’Europa delle sole regole e delle sole imposizioni sono fin troppi, se diventerà l’Europa del respiro europeo popolare e della rinascita non solo economica ma culturale allora potrebbero anche essere pochi. Dipende da che Europa vogliamo e facciamo. Al momento è solo quella della moneta e non ci sta dando grandi soddisfazioni. L’errore “a monte” è che gli europei son, a rotazione, gli “altri”. Non noi. Non siamo inclusivi ma a volte non siamo nemmeno tolleranti. Anche nel linguaggio, anche nelle denominazioni dei fenomeni correnti. Si continua a parlare di fuga di cervelli o di emigrazione da lavoro anche se si va dalla Francia al Belgio, dall’Italia alla Germania, da Livorno a Stoccarda. In un contesto di vera integrazione europea dovrebbe essere come andare da Pistoia a Gavinana, o da Castiglione delle Stiviere a Ostiglia. Invece no, si continua a pensare in termini di stati nazionali, di bandiere e di frontiere. Ah i bei tempi di Giochi senza frontiere, con i famosi arbitri internazionali Guido Pancaldi e Gennaro Olivieri, che decidevano se un paese vinceva non tanto sulla base dello spread o dell’export ma se i loro rappresentanti popolari, gente delle borgate più sperdute, cadevano o stavano in piedi su materassi insaponati. Forse c’era più coscienza europea ai tempi dei Giochi senza frontiere, che pensate includevano persino all’epoca Svizzera e Regno Unito, che adesso ai tempi della moneta cosiddetta unica e della misurazione dei deficit. Gli “Stati comunicativi d’Europa” sono al minimo storico. Si dovrebbero provare gli “Stati emotivi d’Europa”. Se si continua in vertici che promettono e non realizzano si arriverà facilmente l’anno prossimo nel rinnovo del Parlamento europeo alla curiosissima situazione di avere nel Parlamento europeo una folta rappresentanza di liste e movimenti nazionalisti e anti europei. Non male come processo di coesione e di  integrazione. E allora, come dicono noti colleghi che da anni seguono le vicende europee, ci sarà da ridere o da piangere. Sarebbe ora di pensare ad una organizzazione europea più vicina alla gente, meno burocratica e più di servizio, dove le desuete e quasi urticanti immagini di portavoce di commissari e commissari di portavoce danno pagelle e insinuano dubbi lasciano il posto a progetti e realizzazioni di opere e servizi veramente utili alle comunità amministrate. I vertici europei, così pomposi e così impalpabili, hanno ancora qualche mese per dare un segnale di speranza non solo ai mercati ma alle comunità, non solo ai grandi investitori, che per carità faranno pure il loro lavoro, ma non sono rappresentativi delle  popolazioni ma alle popolazioni stesse. Altrimenti il rischio di avere un calo storico nell’affluenza al voto europeo e l’arrivo nelle aule di Strasburgo e Bruxelles di deputati europei contro l’Europa saranno una prospettiva alquanto realistica. Anzi, diciamocelo, forse è già tardi.</p>
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		<title>Malattie d’Europa e cure nostrane</title>
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		<pubDate>Sun, 05 May 2013 14:14:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Binacchi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il governo Enrico Letta può servire molto all&#8217;Europa non solo come modello di grande coalizione ma come tappa per riflettere che ci vogliono le riforme della riforme, che sono ora più che mai necessarie le nuove visioni, delle nuove pre-visioni che comprendano il concetto della comunità ritrovata non della diffidenza consolidata.  La 48 ore europea [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><b>Il governo Enrico Letta può servire molto all&#8217;Europa non solo come modello di grande coalizione ma come tappa per riflettere che ci vogliono le riforme della riforme, che sono ora più che mai necessarie le nuove visioni, delle nuove pre-visioni che comprendano il concetto della comunità ritrovata non della diffidenza consolidata. </b></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-15092" alt="enrico_letta_2" src="http://www.pensalibero.it/wp-content/uploads/2013/05/enrico_letta_2-250x162.jpg" width="250" height="162" />La 48 ore europea  del neo ma già piuttosto presidente Enrico Letta ha segnato una serie di svolte. La prima: che siamo un po&#8217; tutti più europei. Non c&#8217;è un&#8217;Europa matrigna e cattiva che se non fai bene i conti ti bacchetta e ti lascia aperta la procedura di infrazione ma siamo tutti Europa da Bruxelles ad Atene da Berlino a Roma da Lubiana a Oslo. E la scommessa dei prossimi mese è di farla sentire alle popolazioni la nuova Europa. La seconda: che non ci sono malattie economiche solo italiane o greche o spagnole ma che ci sono malattie europee, che riguardano pure Francia e Germania, e quindi occorrono riforme europee. Senza sbagliare cure come è successo purtroppo in passato. Terzo: fare i conti bene in casa per confrontarsi nella casa più grande che è l’Euriopa e che le cure nostrane sono solo una pre-terapia per una cura generale effettiva. Capito questo, al netto dell’Ocse, saremmo già a buon punto. Anche il bla bla bla su imu e rigore, su crescita e tenuta delle imprese  si svuoterebbe finalmente di significato. Perché il percorso sarebbe quello del “fare subito” non del “rinviare” . Quindi il viaggio quasi lampo di Letta all&#8217;indomani della fiducia è servito alle diplomazie ma soprattutto alle genti. Anche parlando un po&#8217; in inglese, un po&#8217; in italiano e un po&#8217; in francese nella conferenza stampa post cappuccino con  Barroso, il presidente del consiglio italiano ha messo a segno punti internazionali e nazionali. Ha spiegato che “o siamo tutti Europa o l&#8217;Europa delle pagelline non ha senso” , che ci vogliono austerità e rigore insieme con progetti e visioni di crescita e sviluppo non solo e non per gli stati nazionali ma per la stessa Europa. L&#8217;Unione europea non è un&#8217;altra cosa rispetto al destino degli stati singoli. E questo fa la differenza. L&#8217;Ocse loda l&#8217;Italia che &#8220;ha compiuto notevoli progressi rafforzando le finanze pubbliche e adottando una vasta serie di riforme destinate ad incoraggiare la crescita economica&#8221;. Ora però &#8220;il nuovo governo deve garantire il rafforzamento di tali progressi e il perseguimento della medesima strada&#8221;. Parole chiave, ma mettetevi d’accordo sui numeri. Certo i tre incontri hanno avuto valenze diverse: nella prima tappa a Berlino ha spiegato alla Merkel che, pur con  le elezioni tedesche alle porte, si deve capire che l&#8217;Europa non è una più una successione di vertici più o meno notturni con tensione reciproca su quella o questa diffidenza ma una convergenza comune su punti anche distanti. Poi a Parigi con Hollande la scena più confortante e quasi più familiare: una intesa non solo politica ma proprio di visione strategica. Parigi e Roma guidano il gruppo di Stati che hanno capito per primi che senza sviluppo e segnali di ripresa non si possono imboccare le strade del risanamento. A Bruxelles il coronamento anche affettivo nel quale oltre al rispetto e alle cortesie si è arrivati a chiamarsi in conferenza stampa per nome. Enrico, Manuel. Un buon inizio. Il governo Enrico Letta può servire molto all&#8217;Europa non solo come modello di grande coalizione ma come tappa per riflettere che ci vogliono le riforme della riforme, che sono ora più che mai necessarie le nuove visioni, delle nuove pre-visioni che comprendano il concetto della comunità ritrovata non della diffidenza consolidata.</p>
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		<title>Tasse, famiglie, lavoro: i veri incroci del rilancio</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Apr 2013 20:01:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Binacchi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Se ci sono 10 o 20 euro si tengono per le medicine essenziali, e si rinuncia alla bistecca. Le regioni anche virtuose restringono il cordone del rimborso sanitario e fanno pagare medicine che solo due mesi fa erano mutuabili. Siamo abituati alla fiera dei numeri e a volte non facciamo più caso a quanto sono [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><b>Se ci sono 10 o 20 euro si tengono per le medicine essenziali, e si rinuncia alla bistecca. Le regioni anche virtuose restringono il cordone del rimborso sanitario e fanno pagare medicine che solo due mesi fa erano mutuabili. </b></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-14884" alt="1DAL-RILANCIO-DELLIMMOBILIARE-LA-CRESCITA-DEL-PAESE" src="http://www.pensalibero.it/wp-content/uploads/2013/04/1DAL-RILANCIO-DELLIMMOBILIARE-LA-CRESCITA-DEL-PAESE-250x192.jpg" width="250" height="192" />Siamo abituati alla fiera dei numeri e a volte non facciamo più caso a quanto sono pesanti. Terribile che passino così, quasi naturali. Ci vorrebbero 5 secondi di silenzio per ogni numero del dramma italiano per far capire l’urgenza dei rimedi. Come alla preghiera dei fedeli durante la messa. Riflettere per capire. E vediamoli questi numeri italiani esplosi da poco: 1 milione di famiglie italiane senza reddito da lavoro; 6 milioni di senza attività tra disoccupati, inoccupati, ricercanti e sfiduciati, 52 per cento di italiani con poca o senza fiducia nel futuro; 7  famiglie su 10 rinunciano a carne, pesce e esami clinici non essenziali. Avete letto bene? Si rinuncia a fare esami del sangue, radiografie, ecografie, verifiche cliniche perché non ci sono i soldi per pagare nemmeno il ticket. Se ci sono 10 o 20 euro si tengono per le medicine essenziali, e si rinuncia alla bistecca. Le regioni anche virtuose restringono il cordone del rimborso sanitario e fanno pagare medicine che solo due mesi fa ero mutuabili. Ma dove siamo finiti? Che ora è per la società?  E che ora è per la politica? E’ l’ora di tirarsi su le maniche e fare qualcosa di preciso e di operativo subito. Domani, settimana prossima, entro poche settimane, non di più, perché i mesi sono già una entità temporale troppo ampia ed indefinibile. Le scalette degli interventi possibili ci sono e sono pubblicizzate da tempo. Lo sanno e lo dicono tutti, da destra a sinistra dal centro ai movimenti più avanguardisti: meno tasse sul lavoro, liberare le famiglie da aumenti e imposte che le strangolano, semplificare le burocrazie che invece di avvantaggiarsi degli effetti della rete sembrano sdoppiare le complicazioni, puntare sulle ricchezze naturali e artistiche per sviluppare forme di industria innovativa e rinnovata. Se non si sceglie qualcosa da subito, se non si mette ordine nelle tasse e nelle imposte,  se non si fa lo sfoltimento di prelievi e addizionali ci si dirige verso un’estate economicamente rovente e un autunno di complicazioni sociali. Non ce lo possiamo permettere  non solo per l’Europa ma soprattutto per noi. Scegliere subito tre o 4 provvedimenti e avanzare in parlamento subito per accendere la crescita, la svolta dello sviluppo nel nuovo tragitto del rigore.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo anche fortunati che stanno arrivando in questi giorni delle liquidità giapponesi che stanno comprando molto in Europa, siamo fortunati che la Banca centrale aiuta con politiche monetarie di oggettivo sostegno al risanamento, siamo fortunati che negli uffici e nelle stanze dell’Unione europea è tornata la fiducia nella “affidabilità” strategica italiana con il dogma del 3 per cento, beh approfittiamone, facciamo qualcosa di storico, mettiamo la politica al servizio della società e della gente  invece che al servizio dei giochetti di potere che alla fine si traducono in boomerang.</p>
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		<title>Macché ripresa nell&#8217;anno. Qui va giù anche l&#8217;export</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Apr 2013 20:27:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Binacchi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo la drastica riduzione dei consumi interni, dalla carne alla moda, dopo la riduzione degli investimenti, dalla casa al risparmio, adesso vanno giù anche le esportazioni, anche per i Paesi europei. &#8220;Oggi seren non è , doman seren sarà, se non sarà seren si rasserenerà&#8221;. Vale per chi vuole fare esercizio di &#8220;esse sorda&#8221;, ma non vale [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><b>Dopo la drastica riduzione dei consumi interni, dalla carne alla moda, dopo la riduzione degli investimenti, dalla casa al risparmio, adesso vanno giù anche le esportazioni, anche per i Paesi europei.</b></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-14754" alt="1366203024-export" src="http://www.pensalibero.it/wp-content/uploads/2013/04/1366203024-export-250x83.jpg" width="250" height="83" />&#8220;Oggi seren non è , doman seren sarà, se non sarà seren si rasserenerà&#8221;. Vale per chi vuole fare esercizio di &#8220;esse sorda&#8221;, ma non vale per gli economisti o i professionisti delle previsioni economiche. Che oramai ci prendono meno dei professionisti delle previsioni del tempo, per non parlare di quelli che pretendevano e pretendono di prevedere i terremoti. Umanità varia, e talora avariata. Così va il mondo, mascherina, direbbe nonna, all&#8217;incominciare del carnevale. ma siamo fuori stagione, e nessuno scherzo vale. Vi ricordate quelli che, a fine 2012,  dicevano: si vede una lucina in fondo al tunnel, è la lucina della ripresa, che avremo entro il 2013. Previsioni piantate sulla sabbia, anzi sulle sabbie mobili. Te la do io la ripresa, si potrebbe dire oggi, a quasi metà anno, qui va giù tutto: dopo la drastica riduzione dei consumi interni, dalla carne alla moda, dopo la riduzione degli investimenti, dalla casa al risparmio, adesso va giù anche l&#8217;export. Tenevano le esportazioni italiane, anche verso gli altri Paesi d&#8217;Europa, adesso anche quelle tendono al brutto. Maglie, cravatte, pacchi e apparecchi medicali, tecnologie per il freddo macchine per gelati perdono posizioni. Brutto segno.  E&#8217; la recessione bellezza, che si fa sentire in tutte le sue pagine, che non risparmia alcun piano economico. Dal Fondo monetario internazionale si affrettano a dire che l&#8217;Italia non ha certo bisogno dell&#8217;&#8221;aiuto&#8221; che invece è stato necessario per Grecia e Cipro, ad esempio, ma certo il fatto che l&#8217;economia non stia svoltando non è un segnale confortante. Ma soprattutto non è confortante che si creda che sia sufficiente aspettare che vadano via le nuvole per avere il sereno. Molti economisti illuminati concordano su un fatto: che è sicuramente giusto puntare e raggiungere il pareggio di bilancio e aggiustare strutturalmente i conti (o almeno tendere) ma contemporaneamente, se non prima, va aggredito il male della disoccupazione, il tumore del non-lavoro che rischia di disperdere gli stessi benefici tecnici del rigore e della politica di bilancio. Ma vi pare che sia normale che ormai si metta anche in discussione il pranzo con la carne alla domenica? Ma vi pare che sia normale che si metta in conto di perdere anche la cassa integrazione per difetto di bilancio? Ma vi pare che si debba accettare che imprese piccole e medie debbano chiudere i battenti perché Stato e pubbliche amministrazioni non pagano i debiti per lavori fatti anche 4 o 5 anni prima? Le statistiche europee dicono che la ricchezza pro-capite italiana è superiore a quella dei tedeschi. E questo ha fatto irrigidire appunto i tedeschi. Che dicono: Se gli italiani sono ricchi si paghino loro i loro debiti. Il problema, come sempre, sono le statistiche e le medie. Ci saranno anche i pro-capite da 300 mila euro ma ci sono anche i pro-capite da 8 mila euro l&#8217;anno e chiedetelo a loro se riusciranno a pagare debito pubblico, dopo aver pagato imu, irpef, tares e quanto altro annesso. E&#8217; ovvio: oggi seren non è, domani -sperano- seren sarà, ma non si può dire<i> </i><i>senza fare niente,</i> che se non sarà seren si rasserenerà. Anzi si rabbuierà. E allora altro che lucina.</p>
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		<title>Spiaggiati e forse dimenticati: la vera emergenza del non-lavoro</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Apr 2013 07:20:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Binacchi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Corner]]></category>

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		<description><![CDATA[Più di un milione di licenziati in un anno, 40 imprese che muoiono mediamente in un giorno, un potere d&#8217;acquisto che è tornato indietro di 23 anni, e una una prospettiva di austerità più che di sviluppo. Come quei balenotteri che improvvisamente si spiaggiano, che non riescono più a trovare l&#8217;onda giusta per tornare a [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><b>Più di un milione di licenziati in un anno, 40 imprese che muoiono mediamente in un giorno, un potere d&#8217;acquisto che è tornato indietro di 23 anni, e una una prospettiva di austerità più che di sviluppo.</b></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-14588" alt="2011_01_26_17_41_33" src="http://www.pensalibero.it/wp-content/uploads/2013/04/2011_01_26_17_41_33-250x166.jpg" width="250" height="166" />Come quei balenotteri che improvvisamente si spiaggiano, che non riescono più a trovare l&#8217;onda giusta per tornare a solcare il mare, così appaiono quelle centinaia di migliaia di persone, connazionali che più o meno improvvisamente perdono lavoro e dignità, reddito e fiducia, futuro e relazioni. A volte, tragicamente, anche la vita. Altroché disoccupati, inoccupati, inattivi, resilienti, resistenti sono proprio sfrattati dal loro habitat, esiliati dal loro cammino, espulsi dal loro contesto: spiaggiati, appunto. Più di un milione di licenziati in un anno, 40 imprese che muoiono mediamente in un giorno, un potere d&#8217;acquisto che è tornato indietro di 23 anni, e una una prospettiva di austerità più che di sviluppo: la stagione è quella che è, e anche il meteo sembra rispecchiarlo. Tarda, tarda molto questa primavera 2013. Poi magari esploderà l&#8217;estate col suo caldo e con la sua afa tutto all&#8217;improvviso, difficile che succeda al sistema economico. Lo dicono anche da Francoforte, sede della Banca centrale europea, che non dobbiamo purtroppo aspettarci sorprese troppo  positive entro l&#8217;anno. La luce in fondo al tunnel, tanto evocata e miraggiata alla fine dell&#8217;anno scorso  rimane un desiderio, un sogno, una chimera. Ma intanto per quegli spiaggiati qualcosa si può e si deve fare. Perché è dal sistema lavoro che può e deve riscattarsi l&#8217;intero sistema economico. Non si possono chiedere miracoli alla finanza ma non si possono nemmeno lasciare in questo stato le imprese e il mercato del lavoro. Le imprese devono tornare a investire nel lavoro e il sistema deve riqualificare i marginalizzati dal lavoro, creando lavoro parallelo. L&#8217;espulsione del quarantacinquenne in una società compiuta non può e non deve essere un dramma ma una fisiologica fase di passaggio da una situazione all&#8217;altra. Si fa presto a dire: ammortizzatori. No qui ci vogliono detonatori di idee e promotori di iniziative concrete e comprese. Lo chiedono le imprese grosse ma soprattutto quelle piccole e medie: meno lacci e meno burocrazia per produrre, meno lacci e meno carte per assumere e per impiegare. Semplificazioni da applicare  e non solo da annunciare per fare bella figura in un talk. Qui il vero scandalo non è tanto e solo lo spread che può salire o i conti che non tornano ma non vedere gli spiaggiati . Come fossero il naturale scarto di un innaturale e drammatico processo di involuzione economica.</p>
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		<title>Tre o 4 cose di buon senso</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Apr 2013 09:52:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Binacchi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Comico e assurdo andare a votare con la stessa legge. Siamo la patria dei costituzionalisti e dei giuristi mettiamoli in conclave per una settimana, non dico a pane e acqua, ma a digiuno di talk, e vedrete che qualcosa uscirà. E poi argine alle tasse sulle famiglie e metà parlamentari sarebbe già una prima conquista. [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><b>Comico e assurdo andare a votare con la stessa legge. Siamo la patria dei costituzionalisti e dei giuristi mettiamoli in conclave per una settimana, non dico a pane e acqua, ma a digiuno di talk, e vedrete che qualcosa uscirà. E poi argine alle tasse sulle famiglie e metà parlamentari sarebbe già una prima conquista. Capire che non c’è un tempo di riflessione ma solo un tempo dell’azione.</b></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-13857" alt="nuovoparlamento" src="http://www.pensalibero.it/wp-content/uploads/2013/03/nuovoparlamento-250x166.jpg" width="250" height="166" />Prima di arrivare all’Ascensione e poi scoprire che siamo rimasti tutti drammaticamente a terra è bene dirsi, e ripersi, che basterebbero tre o quattro cose di buon senso per riattivare il bisogno di governo. Primo: sarebbe assurdo e comico tornare a votare con questo sistema che nesusno più vuole. Quindi se nessuno più vuole davvero il Porcellum si faccia da domani un provvedimento, basterebbero due righe di soppressione, per tornare al Mattarellum oppure mettersi lì di buona lena e sfornare una legge che da troppo tempo tutti invocano e nessuno fa. Siamo la patria dei costituzionalisti e dei giuristi mettiamoli in conclave per una settimana, non dico a pane e acqua, ma a digiuno di talk, e vedrete che qualcosa uscirà. Secondo: un argine alle tasse che mangiano reddito e lavoro, e una forma di corresponsabilità per tutti quelli che dai 200 – 300 mila euro l’anno in su contribuiscono meno di quelli che guadagnano e denunciano 20-30 mila euro l’anno. Non sarebbe solo un provvedimento per innescare la domanda e il mercato interno, ma sarebbe un atto di rilancio della credibilità della politica, tutta. Terzo: semplificazione politica amministrativa e sua trasparenza. Tradotto: una Camera che fa una cosa, un Senato che non fa le stesse cose della Camera con metà dei parlamentari e con la cancellazione del finanziamento pubblico dei partiti. Quarta cosa di buon senso: capire  che ci vuole un governo subito. Capire che non c’è un tempo di riflessione ma solo un tempo dell’azione. Diceva un ascoltatore della radio l’altro giorno: “Il Vaticano era in mezzo agli scandali, in tre settimane, è cambiato tutto. Si sono dato un papa e un governo”. E un altro: “Loro hanno due Papi, noi neanche un governo”. Fa impressione che ragazzi e giovani ad una festa intervistati da Ballarò alla domanda chi vorrebbe come capo del governo italiano rispondano:  “Uno come il papa, un Bergoglio”. Altroché ventenni allo sbaraglio. Tre o quattro cose di buon senso che capiscono più velocemente i ventenni dei fini politici sessantenni. Anche questo vorrà dire.</p>
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		<title>Giochi giochetti e insani scherzetti</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Mar 2013 15:04:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Binacchi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C’è un ché di farsa e un ché di tragedia negli ultimi atti politici. Ma attenzione: la campanella della ricreazione finita è suonata da un pezzo. Tutti in aula a fare il proprio dovere: contestatori e contestati, sistemici e anti sistema, bersaniani e renziani, alfaniani e larussiani, civici e meno civici. Politici vecchi o nuovi? Il [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><b>C’è un ché di farsa e un ché di tragedia negli ultimi atti politici. Ma attenzione: la campanella della ricreazione finita è suonata da un pezzo. Tutti in aula a fare il proprio dovere: contestatori e contestati, sistemici e anti sistema, bersaniani e renziani, alfaniani e larussiani, civici e meno civici.</b><b> </b><b>Politici vecchi o nuovi? Il problema non è la cronologia di una iscrizione ma la verità di una idea.</b></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-2992" alt="montecitorio" src="http://www.pensalibero.it/wp-content/uploads/2011/11/montecitorio-300x200.jpg" width="250" height="166" />Scappa la voglia di impegnarsi. Perché sembra che nulla insegni loro che bisogna fare e fare presto. Settimane e mesi buttati in parole. Mina (<i>parole, parole parole..</i>) avrebbe fatto prima. Loro sono i politici, noi siamo al società. Distinzione forse vecchia ma al momento insuperata. Loro rischiano di non essere “risolutivi” e noi rischiamo la “soluzione finale”. C’è un ché di farsa e un ché di tragedia negli ultimi atti politici. Gli imprenditori che dicono a ragione: fate presto che stiamo morendo (cfr Squinzi, Confindustria) e i politici che si baloccano tra posti e posticini, annunciando riforme epocali mai avvenute. Dicevamo qui qualche settimana fa: speriamo almeno che capiscano. Non sembra. Elenco: le imprese sono strozzate, le banche chiudono i rubinetti, i giovani sono sempre più a spasso, le famiglie rinunciano alla carne e la risposta sono i minuetti e le passerelle. Se perfino un giornale compassato e tecnico come il “Sole “4 Ore” titola “Basta giochi” vuol dire che la campanella della ricreazione finita è suonata da un pezzo. Tutti in aula a fare il proprio dovere: contestatori e contestati, sistemici e anti sistema, bersaniani e renziani, alfaniani e larussiani, civici e meno civici. Basta giochi, come dice il “Sole” ma anche basta giochetti e insani scherzetti. Cosa succederà martedì alla riapertura dei mercati? Come andranno i nostri titoli? Cosa faranno le agenzie di rating? Non è vero che la gente non capisce, la gente capisce eccome e già nel giro di qualche settimana i flussi sono cambiati e stanno mutando scenari, dicono le ricerche. Non basta uno streaming a fare primavera politica, non basta una parole per innescare il rinnovamento. Ci vogliono politici veri, nuovi o vecchi che siano. Il problema non è la cronologia di una iscrizione ma la verità di una idea. Non si scherza col Paese e non si gioca con la vita. Dei concittadini. Decidete una cosa, una volta tanto, fuori dagli egoismi e dai veti, lontano dai voti e dai tornaconti, ma  per la quella che non solo sui manuali dovrebbe riconoscersi come “società”. Cioè tutti noi.</p>
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		<title>La democrazia del clic</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Mar 2013 09:18:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Binacchi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo Stato ha deciso di non mandare più a casa in busta il modello cartaceo per la denuncia dei redditi e il pensionato e il lavoratore dipendente pubblico se lo deve andare a trovare in rete. Quando si accorgeranno che non arriva la busta cud per posta inonderanno uffici inps e caf. Ennesima ondata di [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><b>Lo Stato ha deciso di non mandare più a casa in busta il modello cartaceo per la denuncia dei redditi e il pensionato e il lavoratore dipendente pubblico se lo deve andare a trovare in rete. Quando si accorgeranno che non arriva la busta cud per posta inonderanno uffici inps e caf. Ennesima ondata di italica burocratite, l’epatite della democrazia</b>.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-14053" alt="images (1)" src="http://www.pensalibero.it/wp-content/uploads/2013/03/images-11-250x186.jpeg" width="250" height="186" />Lo sapevate che pensionati e dipendenti pubblici quest’anno si devono scaricare il cud da internet? Lo Stato ha deciso di non mandare più a casa in busta il modello cartaceo per la denuncia dei redditi e il pensionato e il lavoratore dipendente pubblico se lo deve andare a trovare in rete, nei meandri dei siti pubblici,  isolare e scaricare il documento che certifica i redditi dell’anno prendente. Bella trovata per complicare la vita in tempi di crisi. 12 milioni di italiani aspettano la busta a casa con la certificazione, per poi fare la denuncia dei redditi complessivi, e molti di questi non sanno che il postino quest’anno non suonerà, almeno per questo alla loro porta. E lo stesso Stato che ha introdotto l’innovazione non si è nemmeno tanto preoccupato di informare e diffondere la novità. Che non è da poco. E’ l’ennesimo episodio che fa scattare l’emergenza della cosiddetta democrazia del clic. Ha ragione il professor Scorza, che insegna diritto delle nuove tecnologia all’Università di Bologna, intervistato da Rai Radio1: la banda larga e il diritto ad essere connessi ad internet non sono una questione di mercato ma una problema di democrazia. Tout court. E per i noi patiti di latino anche sic et simpliciter. Insomma la democrazia del clic ha portato i nodi al pettine. Un conto è offrire ai cittadini servizi accessori o complementari via internet, un conto è applicare servizi primari come la consegna e il ricevimento di documenti importanti e fondamentali per la vita democratica. Insomma, un bel problema. E in molti lo si dice da anni, se non decenni. Non è un lusso portare la banda larga e la connessione  a 100 mega, almeno, anche nell’ultimo paese della comunità montana al confine del mondo per 100 famiglie: è semplicemente un dovere dello Stato. E non solo in nome della modernità, ma nel nome dell’appartenenza alla comunità dei cittadini. In fondo ci vorrebbe poco a capirlo, senza ulteriori lezioni di diritto. E invece no. Ancora mezza Italia va due mega, ancora un quinto d’Italia non ha strutture di predisposizione alla banda larga. In tutta questa vicenda del cud elettronico da scaricare ci sono pure risvolti comici se non fossero al contempo drammatici. Il cud da trovare è nel sito dell’Inps. Bene. Già trovare una pagina giusta nel sito dell’Inps ha del miracoloso. Ma mettiamo che si trovi. Per raggiungere quel sito il cosiddetto utente (da utor, mhh) deve avere una posta certificata. Avete letto bene: posta certificata che in Italia abbiamo, credo, in poche centinaia di migliaia. Accreditarsi con un account, trovare una chiave o password, trovare il documento e poi scaricarlo. E poi stamparlo. Ce la vedete la nonna fare tutto questo? Dopo mezza giornata di ricerca, e con l’aiuto dei nipoti tecnologici anche la nonna può esserci riuscita. Ma poi viene il bello “Scusa Enrico, c’è carta nella stampante?” “Ma nonna, che fai, quello è il microonde”. Stato di diritto o stato d’animo? Sempre più il secondo, a vedere certi fenomeni. Adesso che succederà? Che quando si accorgeranno che non arriva la busta cud per  posta inonderanno uffici inps e caf e avremo l’ennesima ondata di italica manifestazione di burocratite. L’epatite della democrazia. Scusate, eminenti burocrati, facciamo una cosa: prima di introdurre la prossima epocale innovazione digitale accertatevi che ci sia la banda larga ma che –banale ma va detto- sia connesso anche il cervello.</p>
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		<title>Diteci almeno che avete capito </title>
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		<pubDate>Sun, 17 Mar 2013 11:27:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Binacchi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che non sia mai, carissimi eletti,  che viviamo una improvvisa insperata esperienza gioiosa collettiva. Non speriamo che improvvisamente spariscano addizionali e punti di Iva perché avete indovinato improvvisamente una ricetta economico sociale. Dateci un segno che ancorché eletti siete ancora come noi.   Non vogliamo una soluzione miracolosa domani o dopodomani. Che non sia mai, carissimi [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Che non sia mai, carissimi eletti,  che viviamo una improvvisa insperata esperienza gioiosa collettiva. Non speriamo che improvvisamente spariscano addizionali e punti di Iva perché avete indovinato improvvisamente una ricetta economico sociale. Dateci un segno che ancorché eletti siete ancora come noi.  </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-13857" alt="nuovoparlamento" src="http://www.pensalibero.it/wp-content/uploads/2013/03/nuovoparlamento-250x166.jpg" width="250" height="166" />Non vogliamo una soluzione miracolosa domani o dopodomani. Che non sia mai, carissimi eletti,  che viviamo una improvvisa insperata esperienza gioiosa collettiva. Non speriamo che improvvisamente spariscano addizionali e punti di Iva perché avete indovinato improvvisamente una ricetta economico sociale.  Un po’ di pena ci serve per crescere e per fortificarci, ma questi ultimi decenni sembrano l’anticamera dell’inferno economico, e quindi sociale. Non vogliamo un paradiso civile e politico già domani, forse non saremmo pronti, noi italiani, ma diteci almeno che avete capito. Per davvero. Diteci che vi rendete conto che davvero con una pensione da 480 euro ora non si può mettere nemmeno più il naso fuori di casa. Diteci, cari eletti, che anche voi vedete quello che vediamo noi: e cioè che alla mattina alle 8 circa passando davanti a un fruttivendolo vediamo nonni e nonne che cercano e raccolgono dalle cassette le mele scartate e le verdure non messe sui banchi. Diteci che vedete anche voi, come vediamo noi che ai pranzi della  Caritas o di alti enti sociali di sostegno aumentano ogni giorno quelli che chiedono un piatto di pasta e che un mese prima erano quasi classe media. Diteci che vedete anche voi che i supermercati non sono più così pieni come una volta e che alla casse la spesa media è diminuita del 50 per cento. Diteci almeno questo, che vi rendete conto, sarebbe un bell’inizio, prima di sentirci troppo vicini alla fine. Cari eletti, è normale che in politica dibattiate di tutto, dalla giustizia all’energia, dalla pari opportunità alla cultura e anche di posti di responsabilità e prebende da tagliare.  E’ normale, come dice Chateubriand nelle “Memorie d’oltretomba”, che in politica non avviene mai per davvero quello che si prevede, ma almeno mandateci un segno che anche voi, cari eletti, come noi non eletti e solo elettori, siamo nella stessa barca, anzi nella stessa cesta. Di un pallone economico finanziario continental-mondiale sbattuto dai venti più diversi e contrapposti. Sarebbe già tanto. Fateci capire che state capendo, sarebbe già un bel risultato. Voi adesso starete parecchio tempo tra aule e palazzi, tra piazze e corridoi che  sono segnati come luoghi del potere in quella Roma che è per eccellenza classificata come città del potere. Ecco, ogni tanto, fate questo esercizio di sostituzione linguistica: mettete al posto della parola “potere” la parola “responsabilità”. Vi aiuterà molto trovare i binari del raccordo con quel mondo che vi ha mandato là e che cerca subito, da oggi, da ieri e non da domani, delle risposte. C’è da fare subito un grande lavoro di coesione e inclusione sociale per un Paese che da nord a sud, dal mare ai monti ha un bisogno fortissimo di scelte e segnali di stabilità e certezze. Fateci capire, cari eletti,  che vi preoccupano i disoccupati e gli inoccupati, che vi preoccupano i pensionati e i pendolari, che vi stanno a cuore da subito i problemi della vita di tutti i giorni di noi che non stiamo tra aule e corridoi ma in fila alla posta o in coda nel traffico. Fateci capire che state studiando dei rimedi efficaci a quelle malattie che denunciate, da vent’anni e passa, e che non hanno mai imboccato la strada della guarigione e nemmeno della regressione. Lo sapete perche anche voi che quasi sette milioni di famiglie italiane non ce la fanno a tirare il 15 del mese, lo sapete anche voi che migliaia, decine di migliaia di studenti puntano a titoli per un lavoro che non si conosce, sapete anche voi che migliaia e decine di migliaia di pensionati sostengono nel piccolo i figli e i nipoti che non sanno nemmeno cos’è un reddito. Dateci un segno che, ancorché eletti, siete ancora come noi.</p>
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