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	<title>Pensalibero.it &#187; Opinioni</title>
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	<description>periodico on line di informazione laica, liberale, indipendente.</description>
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		<title>L’impossibilità dell’affermazione del merito in Italia e il bla bla bla della politica</title>
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		<pubDate>Sun, 19 May 2013 14:26:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Caciulli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano 2]]></category>

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		<description><![CDATA[Se un merito possiamo dare alle proteste degli insegnanti e dei Cobas della scuola nei confronti delle prove INVALSI di verifica dello stato dell’apprendimento in Italia, è quello di aver contribuito a squarciare il velo d’ipocrisia che in Italia avvolge accuratamente il tema della valutazione.  Tra inviti alle famiglie e agli studenti a boicottare i [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-9883" alt="regioni-italia_lente1" src="http://www.pensalibero.it/wp-content/uploads/2012/09/regioni-italia_lente1-224x250.jpeg" width="224" height="250" />Se un merito possiamo dare alle proteste degli insegnanti e dei Cobas della scuola nei confronti delle prove INVALSI di verifica dello stato dell’apprendimento in Italia, è quello di aver contribuito a squarciare il velo d’ipocrisia che in Italia avvolge accuratamente il tema della valutazione.  Tra inviti alle famiglie e agli studenti a boicottare i test, critiche feroci al metodo e appelli a diffondere la “cultura dell’autovalutazione”, quello che appare chiaro e che non amiamo che il nostro lavoro possa essere pesato, soggetto a giudizio e magari richiesto di aggiustamenti e diverso approccio.  Nel mondo scolastico la <i>querelle</i> va avanti da qualche tempo.  Nel pianeta Università peggio che andar di notte. Non molto tempo addietro, per ricordare un aspetto indicativo, l’apposita commissione ministeriale licenziò il <i>panel</i> delle riviste e dei periodici che avrebbero certificato la scientificità dei saggi e degli articoli pubblicati dagli aspiranti ricercatori e professori.  Dentro, accanto a testate di assoluto valore, furono immessi bollettini parrocchiali, giornali e testate locali, <i>house organ</i> di associazioni. Non fosse mai che qualcuno potesse essere penalizzato dal non aver avuto accesso ad alcuni circuiti del dibattito accademico e scientifico. Se poi abbiamo voglia di guardare dentro il funzionamento della pubblica amministrazione tutti dubbi si sciolgono in certezze. Il metodo scelto per valorizzare il merito e l’impegno dei singoli è quanto di più barocco e contorto si potesse pensare. Si comincia (quando si fa) con la <i>definizione degli obiettivi</i> ai quali non manca mai un tasso altissimo di genericità. Si prosegue con le valutazioni finali redatte dai dirigenti (altrettanto generiche, prive d’indicatori oggettivi e di riscontri) e si chiude in bellezza premiando in maniera graduata la <i>presenza</i> sul posto di lavoro, spesso <i>l’empatia</i> stabilita in ufficio e col diretto superiore. Quasi impossibile avere una valutazione <i>esterna</i> (i cittadini o gli operatori che a vario titolo s’interfacciano con le strutture) o di funzionalità dell’apparato, di rispondenza a quanto si sarebbe potuto fare per migliorare le <i>performance</i> di comparazione con quanto fatto altrove. Più si sale nella scala gerarchica più le possibilità di una valutazione <i>attendibile</i> si rarefanno. Niente giudizi<i> dal basso</i>, ognuno nelle mani del diretto superiore. Giunti al vertice scatta l’<i>autovalutazione</i> e siccome <i>ogni scarafone è bello a mamma sua,</i> non si è mai sentito di un dirigente che giudicasse negativo il suo operato e rinunciasse a bei soldoni da distribuirsi. Se tutto questo sistema non pesasse sui conti pubblici, si potrebbe anche sorriderne. Se la pubblica amministrazione fosse efficiente e <i>amica</i>, si potrebbe anche non vedere. Ma tutto questo pesa eticamente ed economicamente, si riflette in negativo sulla vita di tutti noi. E allora non è possibile far finta di niente come non è possibile far finta di niente di fronte al sistema delle aziende pubbliche e di servizio pubblico e al circuito degli amministratori che in Italia si sono distinti per aver fatto fallire imprese e per essere stati immediatamente riciclati in altre imprese. Non si può far finta che nella funzionalità ed efficacia delle amministrazioni locali come sul governo nazionale si possono notare grandi differenze secondo la qualità degli amministratori e non del loro colore politico.  L’elenco potrebbe essere infinito e non risparmiare neanche il settore privato, le rappresentanze economiche, sociali e professionali con tutte le loro appendici, la gestione dei partiti. Nonostante che le parole <i>talento</i> e <i>merito </i>siano ormai ricorrenti nel bla bla bla della politica e dei leader, nessuno spiega come si può fare a riconoscerli e valorizzarli. Nessuno pone al centro del dibattito l’indispensabilità e le regole per la valutazione individuale, di gruppo, di struttura.<i> </i>Così il giudizio, l’espressione <i>è bravo,</i> rimane priva di contenuti e non condivisibile perché non se ne conosce le motivazioni. Così questo paese non riuscirà a fermare il proprio declino. <i> </i></p>
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		<title>Boldrini casalinghe e donne seminude</title>
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		<pubDate>Sun, 19 May 2013 14:25:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessio Falorni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano 2]]></category>

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		<description><![CDATA[Ennesima gaffe della presidente della Camera che “demonizza” la figura della casalinga. E ormai rilascia più dichiarazioni di Obama. Boldrini, Presidente della Camera, rilascia più dichiarazioni al giorno di Obama. L&#8217;ultima che ho letto è stata:&#8221;L’Italia e’ tappezzata di manifesti con donne discinte e ammiccanti. In tv i modelli sono quelli della CASALINGA o della [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><b>Ennesima gaffe della presidente della Camera che “demonizza” la figura della casalinga. E ormai rilascia più dichiarazioni di Obama.</b></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-15084" alt="lauraboldrini" src="http://www.pensalibero.it/wp-content/uploads/2013/05/lauraboldrini.png" width="135" height="201" />Boldrini, Presidente della Camera, rilascia più dichiarazioni al giorno di Obama.<br />
L&#8217;ultima che ho letto è stata:&#8221;L’Italia e’ tappezzata di manifesti con donne discinte e ammiccanti. In tv i modelli sono quelli della CASALINGA o della donna seminuda. Da li’ alla violenza, il passo e’ breve&#8221;</p>
<p>Ora, che la Boldrini si spenda contro la ghettizzazione della donna, e contro una mentalità maschilista, che indubitabilmente esiste nel nostro Paese, lo posso capire e lo approvo. Ma che si spinga a demonizzare la figura della casalinga, che ancora riguarda 5 milioni di donne in Italia (e 130mila maschi, con le prime in diminuzione e i secondi in aumento), mettendola alla stregua dei modelli negativi, no.</p>
<p>Tra l&#8217;altro, dovrebbe anche riflettere sul fatto che una mentalità maschilista è anche quella che riguarda lei, per cui la donna che fa la Presidente della Camera (&#8220;mestiere da maschio&#8221;, secondo i maschilisti) è una ganza, mentre una donna che fa la casalinga una scemarella che non conta nulla.<br />
Informo questo tipo di femministe, che si autoghettizzano come e più dei maschi, che secondo calcoli econometrici, il lavoro di una casalinga è quello che, per ora di lavoro, produce più valore economico a prezzi di mercato all&#8217;interno dell&#8217;intero sistema produttivo nazionale. Il problema è che non è contabilizzato, e dunque, in una società non solo maschilista, ma anche consumista, non gli viene attribuito valore. Ma se lo fosse (dati Boeri-Burda-Kramarz) varrebbe un terzo del PIL nazionale. E questo perchè l&#8217;economia domestica ha un risvolto pesantissimo sulla gestione della famiglia, che è il punto a livello del quale vengono effettuate le decisioni economiche più importanti nel novero del consumo e della spesa nazionale. Senza contare la coesione, della famiglia, che deriva dal fatto che c&#8217;è una persona che costantemente dedica attenzione ai suoi temi, ed è impegnata a risolvere i problemi non nei ritagli di tempo. Questa, si, una cosa non contabilizzabile ma che produce cittadini migliori, e dunque una società migliore.<br />
I problemi, caso mai, sono nella scelta. Se una donna viene costretta in un ruolo di casalinga per motivi pseudo-culturali (ma come si vede, ora cominciano a crescere i casalinghi maschi&#8230;segno che non è sempre il maschio, quello che guadagna di più e dunque è &#8220;sacrificabile&#8221; sull&#8217;altare di una gestione più accorta della famiglia), o se, viceversa, oggi il ruolo di casalinga/o non se lo può permettere ECONOMICAMENTE quasi più nessuno, perchè sono rari i casi in cui uno stipendio solo basta a sostenere il menage familiare.</p>
<p>Ecco, queste sono solo alcune delle considerazioni che si possono avanzare sull&#8217;argomento. E, in considerazione delle quali, inviterei la Boldrini ad andarci un po&#8217; più cauta con certe sue esternazioni.<br />
Sennò, magari può spiegare come la casalinga sia una figura femminile sbagliata alla mi&#8217;mamma.<br />
Che è casalinga, e lo è in virtù di una scelta, visto che lavorava. E che tutte le volte che sente queste cazzate, un po&#8217; si sente offesa.</p>
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		<title>Miss Italia è sinonimo di Bellezza</title>
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		<pubDate>Sun, 19 May 2013 14:19:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pier Paolo Segneri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano 3]]></category>

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		<description><![CDATA[E’ notizia di questi giorni che la Rai, per quest’anno, rinuncerà alla diretta e alla messa in onda della consueta edizione di Miss Italia. Mi sembra una scelta assai poco lungimirante. Quando penso all’Italia, la prima cosa che mi viene in mente è la Bellezza. Certo, poi, seguono una serie infinite di altre cose, comprese [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><b>E’ notizia di questi giorni che la Rai, per quest’anno, rinuncerà alla diretta e alla messa in onda della consueta edizione di Miss Italia. Mi sembra una scelta assai poco lungimirante.</b><b></b></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-15307" alt="missitalia" src="http://www.pensalibero.it/wp-content/uploads/2013/05/missitalia-250x166.jpeg" width="250" height="166" />Quando penso all’Italia, la prima cosa che mi viene in mente è la Bellezza. Certo, poi, seguono una serie infinite di altre cose, comprese quelle poco piacevoli o avvilenti o addirittura tristi, soprattutto di questi tempi. Soprattutto ora che subiamo e viviamo una crisi che ci angoscia e ci preoccupa come cittadini, al di là del colore politico o delle proprie fortune o sfortune personali. Questa crisi riguarda tutti noi e ha diffuso un po’ ovunque, oltre che in ciascuno di noi, un profondo senso d’inquietudine, di angoscia, di paura, di rabbia, di malessere provocando una sorta di depressione generalizzata. Eppure, la prima cosa che mi viene in mente, pensando all’Italia, è proprio la Bellezza. Non a caso, si parla dell’Italia come del Belpaese: arte, colori, paesaggi splendidi, mare, montagna, lago, colline, città d’arte, isole. E non basta: l’Italia è Bellezza perché la bellezza è creatività, storia, cultura, costume, cinema, teatro, musica, cucina, cibo, vini e chi più ne ha più ne aggiunga. Però, c’è un però…! E’ notizia di questi giorni che la Rai, per quest’anno, rinuncerà alla diretta e alla messa in onda della consueta edizione di Miss Italia. Ebbene, lasciatemelo dire (e scrivere!), mi sembra una scelta assai poco lungimirante, anzi: direi che si tratta di un grosso abbaglio, forse addirittura grossolano. E’ proprio in questi momenti di difficoltà diffusa che è necessario, invece, riscoprire il senso più vero della Bellezza. E non confondiamola, per favore, con l’apparenza e neppure con l’estetismo. Perché la Bellezza è il simbolo del nostro Paese. Ecco perché Miss Italia rappresenta un evento che, più di qualsiasi altro, in questo momento, può trasmettere a tutti noi quel senso di fiducia che ci manca. Miss Italia significa ottimismo, rinascita, volontà di reagire alla crisi in modo positivo e costruttivo. Se vogliamo restituire slancio alla nostra creatività, alla moda italiana, al made in Italy o anche soltanto alla nostra speranza, allora è necessario comprendere che la manifestazione “Miss Italia” non è l’emblema della mera esteriorità fisica, non è l’esaltazione di una vuota e superficiale estetica delle forme, ma può essere ed è l’occasione simbolica che può aiutarci a capire davvero che cos’è la Bellezza. Quindi, “Miss Italia” è anche un programma televisivo su cui la Rai farebbe bene ad investire per condurci alla riscoperta delle nostre migliori qualità: immaginiamo per un attimo una Miss che sfila indossando un abito che ricalca i gusti e i tempi in cui viviamo, che restituisce valore al merito di chi quell’abito l’ha disegnato e realizzato. Ma non basta, immaginiamo di avere in studio, durante la kermesse, gli ospiti che possono dare forza all’idea che l’Italia ha bisogno di speranza e che l’ottimismo della volontà può avere la meglio sul pessimismo della ragione se impariamo a conoscere e a capire che cos’è davvero la Bellezza, nelle sue manifestazioni artistiche, culturali, di costume. Se andiamo avanti di questo passo, se cancelliamo anche Miss Italia, se non comprendiamo quale meravigliosa occasione essa rappresenti, allora ci condanniamo all’ignoranza, all’angoscia, alla depressione. Infatti, Miss Italia ha avuto i suoi momenti di maggiore splendore quando è servita a rilanciare il nostro Paese dopo anni o periodi di crisi. Pensiamo, ad esempio, a che cosa ha rappresentato Miss Italia negli anni ’50, nel secondo dopoguerra, con la forza dirompente di una speranza e di una fiducia nel prossimo e nel futuro che ha condotto al boom economico. Pensiamo a Miss Italia degli anni ’80, che ci ha aiutati a ritrovare quella solarità necessaria per uscire fuori dal periodo degli “anni di piombo”. Pensiamo a Miss Italia non come a qualcosa di vecchio e superato, ma come a qualcosa che può essere migliorato e adattato ai nostri tempi. Non cancelliamo Miss Italia dai palinsesti, ma facciamo tutti in modo che la Rai lavori, fin da subito, per cercare idee che possano rendere quell’evento televisivo anche un evento innovativo. La manifestazione di Patrizia Mirigliani è un evento che regala speranza e restituisce fiducia, ma se si cancella la speranza, non ci resta che la disperazione. Miss Italia ha attraversato la storia del nostro Paese, non soltanto sul piano del costume, ma soprattutto della cultura, dell’arte, della moda. Pensiamo a Totò. Ecco, pensiamo a quando Totò scrisse e lanciò la sua canzone “Miss mia cara Miss” e cerchiamo di capire, di andare in profondità, di non soffermarci all’estetica di facciata. La Bellezza di questa kermesse è anche nella canzone di Totò. Nel lavoro che la cultura produce. Del resto, lo stesso Totò, il principe De Curtis, fece parte della giuria di Miss Italia.</p>
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		<title>Troppa austerity fa male alla democrazia</title>
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		<pubDate>Sun, 19 May 2013 14:18:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianfranco Sabattini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano 3]]></category>

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		<description><![CDATA[Crisi dell&#8217;eurozona e &#8216;Big crash&#8217; del 1929 Sebbene sinora non si sia verificato alcun crollo delle istituzioni democratiche, né si siano manifestate derive autoritarie, la situazione potrebbe evolvere al peggio. Nell’inserto del “Corriere” di domenica 21 aprile scorso sono comparsi due interessanti articoli di Federico Fubini e di Ian Kershaw: giornalista economico il primo, storico [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><strong>Crisi dell&#8217;eurozona e &#8216;Big crash&#8217; del 1929</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sebbene sinora non si sia verificato alcun crollo delle istituzioni democratiche, né si siano manifestate derive autoritarie, la situazione potrebbe evolvere al peggio.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-15304" alt="1929" src="http://www.pensalibero.it/wp-content/uploads/2013/05/1929-250x190.jpeg" width="250" height="190" />Nell’inserto del “Corriere” di domenica 21 aprile scorso sono comparsi due interessanti articoli di Federico Fubini e di Ian Kershaw: giornalista economico il primo, storico della Germania nazista il secondo. Fubini ricorda che in occasione della crisi mondiale del 1929 il mito dell’isolamento e dell’autosufficienza radicato nella cultura economica e politica dei Paesi economicamente avanzati ha portato i Paesi creditori a chiudere i propri mercati ai beni importati dai Paesi debitori.</p>
<p style="text-align: justify;">È accaduto così che questi ultimi, messi nell’impossibilità di procurarsi le risorse necessarie per saldare i propri debiti, siano stati costretti ad un’austerità, i cui esiti negativi si sono poi propagati ai Paesi creditori. Gli errori del passato, sulla scorta dell’esperienza vissuta con la Grande Depressione del 1929-1932, dovrebbero indurre a pensare che nessuna delle conseguenze delle decisioni politiche prese allora per uscire dalla crisi hanno la benché minima probabilità di verificarsi ancora.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi, con riferimento alla crisi dei Paesi dell’Unione europea, la Germania ed i suoi alleati economici restano fedeli all’eurozona e al mercato interno europeo, ma stentano ad accettare l’idea che la crisi attuale potrebbe essere superata, nell’interesse di tutti, se decidessero, pur attraverso un’ingegneria economico-finanziaria di loro invenzione, di rimettere in circolazione i loro surplus finanziari e fossero meno ossessionati dal perseguimento ad ogni costo della stabilità interna.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, osserva Fubini, di fronte ai comportamenti della Germania e dei suoi alleati, è possibile “avvertire certi echi del passato”; al momento del grande “crash”, gli USA e la Francia, vigendo ancora un sistema monetario internazionale ancorato all’oro (gold standard), accumulavano oro allo stesso ritmo col quale la Germania di Weimar “accumulava inflazione e disoccupazione”. Al presente, l’oro ha perso il suo ruolo originario e il regolamento dei debiti e dei crediti che nascono dai traffici internazionali avviene sulla base di monete, o di una moneta (l’euro), ancorate alla fiducia che ogni Paese ripone in ogni suo partner commerciale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò non ostante, in modo non diverso da allora, i Paesi del Nord dell’eurozona hanno accumulando attivi commerciali da record, mentre molti Paesi del Sud dell’aera dell’euro hanno accumulato alti livelli di inflazione e di disoccupazione. È questo il motivo per cui tener ossessivamente fede all’obiettivo della stabilità interna (Germania e alleati), da un lato, e a quello di una rigida austerità (Italia ed altri Paesi del Sud dell’Europa), dall’altro, serve a ben poco; serve solo a denunciare il fallimento del quale sono stati, e continuano ad essere, protagonisti tutti i leader dei Paesi dell’Unione Europea. I leader dei Paesi in deficit hanno di continuo chiesto inutilmente ai Paesi in surplus che a loro fosse resa possibile un’austerità più sopportabile, mentre la Germania e i suoi alleati si sono di continuo mostrati inflessibili nel non accogliere la richiesta, sino a trovarsi anch’essi in procinto d’essere coinvolti nella crisi.</p>
<p style="text-align: justify;">La singolarità della situazione dell’eurozona è espressa dal fatto che, dopo ottant’anni dalla Grande Depressione, i Paesi che la compongono si trovano ad essere al centro di un’altra crisi globale che concorre a rendere ancora più difficile la fuoriuscita dalla crisi interna alla loro area monetaria. La difficile situazione in cui versa l’Unione europea spinge Kershaw a chiedersi se sia possibile, soprattutto se la crisi dell’eurozona si aggravasse, il verificarsi di un’altra calamità europea simile a quella scatenatasi dopo il “Big Crash”. Sebbene sinora non si sia verificato alcun crollo delle istituzioni democratiche, né si siano manifestate derive autoritarie, la situazione potrebbe evolvere al peggio; al riguardo, per Kershaw, non mancano preoccupanti segni premonitori, quali l’inasprirsi delle tensioni sociali, l’intensificazione dei sentimenti nazionalisti ed il successo dei partiti che danno loro voce, l’affermazione crescente dei partiti conservatori e populisti. Tuttavia, per lo storico della Germania nazista, date le differenze tra la situazione attuale e quella di allora, è estremamente improbabile che l’Europa precipiti nel caos e nella tragedia degli anni Trenta. È vero; però, a parte la tragedia seguita agli anni Trenta, è possibile nutrire la paura che gli effetti ultimi possano essere quasi gli stessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Infatti, se dopo la Grande Depressione, i singoli Paesi si sono rinchiusi progressivamente all’interno dei loro confini politici, in una fase successiva hanno perseguito l’obiettivo dell’autosufficienza; a tal fine, per convertire i loro “surplus produttivi” in un “equilibrio di disponibilità”, i Paesi debitori hanno fatto ricorso ad una politica aggressiva finalizzata a conquistare uno “spazio vitale”, ovvero un’area economica considerata sufficiente a garantire la loro sopravvivenza. Quest’opzione, come tutti sanno, ha condotto alla seconda guerra mondiale, che secondo alcuni è stato l’unico modo per ridistribuire i surplus commerciali dei Paesi creditori, al prezzo di milioni di morti e di sofferenze costate “lacrime, sangue e sudore”. Sicuramente oggi non esiste la necessità di conquistare “spazi vitali”; l’esistenza di un’economia globale interconnessa con istituzioni mondiali preposte, anche se a volte solo formalmente, al suo governo escludono il pericolo di una terza guerra mondiale. Non si vorrebbe, però, che l’incapacità dei leader delle aree economiche integrate nel mercato mondiale, anziché fare morire la gente per il “sangue versato” in inutili guerre, la facessero morire d’inedia, per l’eccesso di “lacrime e di sudore” che un’ingiustificata accanita propensione alla stabilità ed all’austerità che costringe quella gente a versare, quando non decida anticipatamente di suicidarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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		<title>Francesco Fratello Lupo</title>
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		<pubDate>Sun, 19 May 2013 14:13:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Andraous</dc:creator>
				<category><![CDATA[Miscellanea 2]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Francesco è fratello lupo, non viene meno alla vita neppure da addormentato, due lupi che non si sbranano, invece s’incontrano ogni volta e si annusano, si mettono in cammino, compagni di viaggio. Qualche momento è corso via da quella fumata bianca, da quel “buonasera” pronunciato da un amico incontrato dopo tanto tempo. Pochi attimi e [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Francesco è fratello lupo, non viene meno alla vita neppure da addormentato, due lupi che non si sbranano, invece s’incontrano ogni volta e si annusano, si mettono in cammino, compagni di viaggio.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-14519" alt="conclave-2013-nuovo-papa-jorge-mario-bergoglio-644x347" src="http://www.pensalibero.it/wp-content/uploads/2013/04/conclave-2013-nuovo-papa-jorge-mario-bergoglio-644x347-250x134.jpg" width="250" height="134" />Qualche momento è corso via da quella fumata bianca, da quel “buonasera” pronunciato da un amico incontrato dopo tanto tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Pochi attimi e l’Uomo è venuto avanti parlando del bene da fare senza ulteriore indugio per vincere il male, sfuggendo le parole comprate al banco della pietà per ottenere una cittadinanza del mondo per lo più da ricostruire con onestà e amore.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordo che me ne stavo lì senza pensare al toto papa, alle scommesse, alle probabilità per questo o quell’altro conduttore-testimone delle scelte profeticamente umane, come delle erranze esistenziali.</p>
<p style="text-align: justify;">In quel nome c’è stato più di quanto il cuore desiderava, un passo indietro per farne cento in avanti, Francesco è il nuovo  Papa, come colui che tanto tempo fa scosse la Chiesa dalle sue fondamenta, quel giovane con le mani strette a pugno, e adulto con la spada, con il sangue, con le parole scagliate senza amore né onore.</p>
<p style="text-align: justify;">Quel Francesco che osa dare le spalle alla sorte, alle eredità consolidate, alle verità nascoste nei colpi di maglio, quel Francesco poverello, ma che poverello non è stato mai, ricco assai più ricco delle tasche perennemente vuote.</p>
<p style="text-align: justify;">Quel Francesco rivolto alla luna e al sole, all’uomo e alla natura, è nuovamente su quello spalto, su quella terrazza, sopra ogni testa, rinnova la storia che fa propria, dentro una preghiera sottovoce, in punta di piedi.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo il Papa, stavo per dire il Papa buono, come lo fu un altro, come lo furono chi più, chi meno, tutti gli altri, ma su quel più e quel meno c’è a fare da ponte la resistenza e la capacità dell’umanità, che non sarà mai imbrogliata dagli eventi costruiti a misura, dagli accidenti scivolati giù da qualche palcoscenico.</p>
<p style="text-align: justify;">Francesco è fratello lupo, non viene meno alla vita neppure da addormentato, due lupi che non si sbranano, invece s’incontrano ogni volta e si annusano, si mettono in cammino, compagni di viaggio; quanto lasciano dietro non sono segni incomprensibili di una grammatica sgangherata, ma punteggiatura visibile, contabile, sommabile, orme digitali due passi alla volta, si muovono  prima, durante e dopo, senza prestare i fianchi alla disattenzione, eretti a mezzo e di traverso alle tante diaspore, alle troppe ritirate, alle opere di bene raccontate comodamente dai comodi rifugi, dove di accettabile non c’è nulla, neanche le ribellioni, le rivolte, le fughe da una giustizia ridotta a professarsi senza fissa dimora, perennemente ubriaca di promesse mai mantenute.</p>
<p style="text-align: justify;">Papa Francesco è la Chiesa, forse non basta più la sola coerenza, occorre la generosità che fu di  quel  “Lupo Franscesco”, come ti sei voluto chiamare,  il quale ci manda a dire ancor oggi quanto l’umiltà non possa sposarsi con l’imposizione, soprattutto quando quest’ultima giunge da quella Istituzione che a sua volta dovrebbe farne buon uso, come a noi stessi è stato chiesto, e continua a essere richiesto.</p>
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		<title>Politica: ripartire dal basso, da quello che c&#8217;è</title>
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		<pubDate>Sun, 05 May 2013 13:52:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco D'Alfonso</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano 2]]></category>

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		<description><![CDATA[Occorre ripartire da se stessi e rimettersi in discussione, senza rimanere ostaggi di storie consumate, che impediscono di guardare fuori di sé. La crisi di sistema che sta travolgendo il Paese obbliga tutti a ripensare sia la propria visione sia la propria missione pubblica. Le istituzioni e i partiti sono ormai assediati da movimenti di [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><b>Occorre ripartire da se stessi e rimettersi in discussione, senza rimanere ostaggi di storie consumate, che impediscono di guardare fuori di sé.</b></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="size-medium wp-image-14918 alignleft" alt="politica1-390x254" src="http://www.pensalibero.it/wp-content/uploads/2013/04/politica1-390x254-250x162.jpg" width="250" height="162" />La crisi di sistema che sta travolgendo il Paese obbliga tutti a ripensare sia la propria visione sia la propria missione pubblica. Le istituzioni e i partiti sono ormai assediati da movimenti di cittadini, la cui capacità progettuale pare essere minima, oscillando tra la richiesta del rinnovamento morale del Paese e quella di una partecipazione rumorosa e impotente, attraversata talora da tentazioni di scorciatoie autoritarie. Il fatto è che non soltanto nessuno è al riparo, ma, soprattutto, ciascuno è responsabile della crisi. Non ci sono colpevoli esterni, contro cui scagliarsi. Né basta il richiamo a nobili tradizioni e a un luminoso passato. Occorre pertanto ripartire da se stessi e rimettersi in discussione, senza rimanere ostaggi di storie consumate, che impediscono di guardare fuori di sé.</p>
<p style="text-align: justify;">PD SEL PSI e Tabacci hanno raccolto il 29,4% dei votanti che corrisponde al 22,5% degli aventi diritto, dando vita a una coalizione che doveva governare l’Italia per cambiarla e che invece si è sfaldata in meno di una settimana annullando ogni residua credibilità di gruppi dirigenti che non sono stati in grado di vincere nemmeno contro il centrodestra più screditato della storia repubblicana.</p>
<p style="text-align: justify;">Il governo Letta varato in queste ore è figlio di una ennesima sconfitta e non è certo il sole dell’avvenire che sogniamo, ma presenta alcuni elementi in grado di garantire alla sinistra come alla destra il tempo e il modo di rigenerarsi. Sarebbe infatti errato sottovalutare come l’indubbio rinnovamento effettuato, che mette fuori gioco tanto le “ditte” quanto i “cerchi magici “o le scuderie di bellicose “amazzoni azzurre”, liberi energie, anche se non è prevedibile la direzione prevalente che prenderanno le stesse. Il forte ancoraggio all’Europa garantito dalla presenza di Letta, Bonino, Moavero e Saccomanni e dall’assenza di ogni populista antieuropeo non garantisce una coerente linea di politica economica di discontinuità rispetto alle scelte recessive adottate in questi ultimi due anni ma ha il pregio di segnare con chiarezza il campo di confronto sul quale cimentarsi, l’Europa appunto, mettendo fuori gioco le pericolose trovate demagogiche tipo il ritorno alla lira.</p>
<p style="text-align: justify;">La presenza dei sindaci Del Rio e Zanonato nel Governo può essere la chiave di volta per l’avvio di un confronto serio sul federalismo, dando agli ex colleghi delle grandi città l’opportunità di avere interlocutori attenti e consapevoli diversi dalla burocrazia centralista romana che aveva occupato l’intero ministero Monti e riportato le lancette dell’orologio istituzionale a prima del 1985.</p>
<p style="text-align: justify;">La sinistra dovrebbe partire da questi dati che sono fatti reali per non rimettere le basi per una nuova e definitiva sconfitta, evitando di correre dietro agli illusionisti. Questa idea dei “due partiti” del centrosinistra è la versione farsesca delle divisioni “tragiche” tra socialisti e comunisti del XX secolo, non ha alcuna giustificazione che non sia l’istinto di sopravvivenza personale dei gruppi dirigenti di partiti e gruppi spesso esistenti solo sulla carta e va contrastata con ogni mezzo.</p>
<p style="text-align: justify;">La verità è che non siamo riusciti a uscire dalla crisi del modello che ha dato vita alla nostra Repubblica. La condivisione storica, politica e culturale che diede vita alla nostra Costituzione stava nei partiti e le istituzioni repubblicane nacquero per loro impulso: l’innovazione e la partecipazione, fonte della buona politica, veniva dai partiti e passava nelle istituzioni, dove trovava le maggiori resistenze. Oggi la situazione è rovesciata: è dalle istituzioni a elezione diretta dove i cittadini scelgono rappresentanti e politiche alternative che viene la spinta al cambiamento, mentre i partiti sono almeno tre passi indietro.</p>
<p style="text-align: justify;">La via per giungere al “partito della sinistra europea” passa per una operazione di legittimazione di leadership dal basso, attraverso confronti e consultazioni che non siano orientate da gruppi dirigenti o presunti tali. I leader che hanno una legittimazione popolare reale, come i sindaci eletti che hanno dimostrato anche di saper governare, hanno un ruolo fondamentale di stimolo e testimonianza in tal senso. Pisapia, Doria, Zedda come Fassino e Merola e gli altri primi cittadini che sono stati capaci di riunire e rilanciare la sinistra di governo nelle proprie comunità locali devono essere i primi a mettere in secondo piano le proprie appartenenze partitiche e rendersi garanti di un processo che in realtà si è già avviato e che aspetta solo di essere riconosciuto come tale, senza passare per inutili assisi congressuali di partiti contenitori che non conoscono più nemmeno il proprio contenuto.</p>
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		<title>Il profitto non è sacro</title>
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		<pubDate>Sun, 05 May 2013 13:40:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Zoller</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano 3]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel corso di vent’anni i lavoratori dipendenti hanno perso un terzo della loro ricchezza trasferendola a imprenditori e redditieri: oggi il 40 per cento della ricchezza va ai lavoratori e il 60 per cento a imprenditori e a chi dispone di rendite. Piero Sansonetti nel suo recente libro La sinistra è di destra (Rizzoli, 2013) [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><b>Nel corso di vent’anni i lavoratori dipendenti hanno perso un terzo della loro ricchezza trasferendola a imprenditori e redditieri: oggi il 40 per cento della ricchezza va ai lavoratori e il 60 per cento a imprenditori e a chi dispone di rendite.</b><b></b></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-15037" alt="currencies" src="http://www.pensalibero.it/wp-content/uploads/2013/05/currencies.jpg" width="182" height="202" />Piero Sansonetti nel suo recente libro La sinistra è di destra (Rizzoli, 2013) svela una verità peraltro ben conosciuta dai ceti medio-bassi della società italiana,  ma tenuta ben coperta dall’apparato mediatico-finanziario che ha gestito il ventennio della seconda repubblica. Scrive Sansonetti: “In Italia a metà degli anni Ottanta la ricchezza era divisa così: il 60 per cento finiva ai lavoratori dipendenti e a pensionati, e il restante 40 per cento a profitti e rendite.<br />
Nel corso di vent’anni i lavoratori dipendenti hanno perso un terzo della loro ricchezza trasferendola a imprenditori e redditieri: oggi il 40 per cento della ricchezza va ai lavoratori e il 60 per cento a imprenditori e a chi dispone di rendite”. I tanti nuovisti e i giustizialisti che si sono goduti la fine della prima repubblica, pensando che potesse nascere una sinistra più forte,  non si sono avveduti di aver avallato viceversa gli interessi dei poteri forti economico-finanziari, ed hanno scriteriatamente consentito che con l’acqua sporca della prima repubblica venisse buttato via anche il bambino (cioè, diritti sociali)  che in quella storia repubblicana era pur cresciuto bene, come afferma un valido testimone come Sansonetti, giornalista per molti anni all’‘Unità’ e poi direttore di ‘Liberazione’.<br />
È un’operazione di verità che noi socialisti naturalmente sosteniamo e promuoviamo, tanto che recentemente sull’‘Avanti della domenica’, oltre al libro di Sansonetti è stato dato spazio al saggio di Zygmunt  Bauman &#8211; «La ricchezza di pochi avvantaggia tutti» Falso! &#8211; edito da Laterza nella collana dal titolo programmatico ‘Idòla’: un termine usato dal filosofo inglese Bacone per definire “le nozioni errate che si radicano nelle menti fino a diventare luoghi comuni e a condizionare così il comportamento degli uomini rendendoli incapaci di cercare e raggiungere la verità”. Ovviamente la ricchezza di pochi avvantaggia… pochi, ma la ‘machina’ mediatica può indurci a credere l’opposto.<br />
Propongo tra gli ‘Idòla’ da smascherare un’altra situazione denunciata da Luciano Canfora nel libro «È l’Europa che ce lo chiede!» (Falso!), sempre nella citata collana laterziana. Non è l’Europa dei Popoli o dei Parlamenti che decide: il “popolo” è considerato un peso, così come le istituzioni, per non parlare dei partiti. La nuova “forza direttrice è nel potere bancario, Bce e Fmi in primo luogo, spiega Canfora.<br />
1. Così è successo per l’euro: al popolo si fece credere che “sarebbe stato un semplice cambio di valuta fondato sulla rigida equivalenza di 1 euro pari a 2000 lire, laddove ben presto si capì che il cambio reale era di 1 a 1000, con tutte le conseguenze catastrofiche” a partire dal dimezzamento del salario e degli stipendi reali. Commenta Canfora: “neanche la più feroce politica confindustriale d’altri tempi avrebbe ottenuto, in guanti gialli, un tale risultato in tempi così rapidi”.<br />
2. Si fanno credere esigenze “europee” (si veda la famosa lettera Bce al governo italiano del 5 agosto 2011) le restrizioni di salari e pensioni e l’aumento della tassazione indiretta, tutti provvedimenti che gravano sui gruppi sociali più deboli. Sono esigenze invece imposte dalla Bce, che per Canfora è il braccio operativo di un mondo capitalistico/finanziario la cui visione ideologica è considerata – da coloro che spiegano al popolo quali sia la “retta” via da seguire – l’approdo ottimale del progresso umano. Anche questo è un “idòlum” falso: il modo di produzione capitalistico basato sul profitto è destinato ad evolversi e a decadere, come tutte le cose. Ma cosa si potrebbe fare di alternativo?<br />
Si dovrebbe smontare il dogma che “il profitto è sacro”, non si tocca! “Se banchieri e magnati si rassegnassero a ridurre i loro profitti, il che vuol dire ridurre l’orario di lavoro a pari salario e aumentare i posti di lavoro, il problema giovani sarebbe perlomeno avviato a soluzione… È evidente che la riduzione dell’orario e il rispetto delle conquiste sociali in campo pensionistico (soprattutto per i lavori usuranti) creerebbero più posti di lavoro, ma intaccherebbero indubbiamente il profitto”.<br />
In secondo luogo, Canfora insiste ancora sul tema del lavoro. La soluzione a cui aderisce  suonerà fastidiosa alla retorica corrente: in Europa si dovrebbe procedere alla svalutazione dell’euro per aumentare il lavoro e produrre beni a prezzi più bassi e competitivi sui mercati mondiali, statunitensi ed asiatici. Con quale obiettivo? Salvare l’Europa  sociale, lo Stato sociale europeo come “patrimonio dell’umanità”.</p>
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		<title>Ma a Letta manca ancora il colpo del venditore</title>
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		<pubDate>Wed, 01 May 2013 18:52:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Rodriguez</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano 2]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel discorso del nuovo premier manca un messaggio chiave. Nonostante la grande boccata d’ossigeno che offre a un paese fiaccato e impaurito, non è scattata la potenza motivante del we can! Se la sensazione generata dall’intervento sulla fiducia del senatore Monti alla camera nel 2011 era di grande speranza per la fine della stagione politica, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Nel discorso del nuovo premier manca un messaggio chiave. Nonostante la grande boccata d’ossigeno che offre a un paese fiaccato e impaurito, non è scattata la potenza motivante del we can!</b><b><br />
</b><br />
<img class="alignleft size-medium wp-image-14799" alt="Ecco-com-e-nato-il-Governo-Letta_h_partb" src="http://www.pensalibero.it/wp-content/uploads/2013/04/Ecco-com-e-nato-il-Governo-Letta_h_partb-250x149.jpg" width="250" height="149" />Se la sensazione generata dall’intervento sulla fiducia del senatore Monti alla camera nel 2011 era di grande speranza per la fine della stagione politica, quella che ha accompagnato l’ascolto dell’intervento di Enrico Letta è stata di sollievo per lo scampato pericolo della deflagrazione generale del sistema istituzionale.</p>
<p>Però, nonostante la visione a 360° (senza ironia!) del discorso di Letta rispetto alla tigna professorale di Monti. Nonostante la grande boccata d’ossigeno che offre a un paese fiaccato e impaurito, non è scattata la potenza motivante del we can!</p>
<p>Limiti dell’oratoria? O limiti dell’approccio narrativo? Come risulta evidente dalle prime pagine dei quotidiani o ascoltando i tg, nel discorso di Letta manca un messaggio chiave, quello che dà corpo a un obiettivo facilmente riconoscibile nella nostra vita quotidiana. Un valore simbolico che motivi all’adesione entusiastica, yes we can.</p>
<p>Non c’è, per intenderci, il corrispettivo dell’Imu per lo schieramento che fa capo a Berlusconi.</p>
<p>Non che manchino i temi (notevolissimo il passaggio sui confini), ma questi, nonostante l’affermazione di voler parlare di politiche piuttosto che di politica, sono sempre affrontati come concetti astratti, non come aspetti della vita quotidiana.</p>
<p>Letta parla al ceto politico. Berlusconi parla alle persone.</p>
<p>Qualcuno dirà che parla alla pancia, alle emozioni. Ma non è solo questo; a patto che davvero si possano dividere pancia e cervello nelle motivazioni umane. Anche Letta suscita e cerca le emozioni ma lo fa con metafore e racconti dotti, lontani dalla quotidianità, come il finale su Davide e Golia.</p>
<p>Berlusconi, invece, ha probabilmente, la capacità istintiva di centrare quella che nel marketing viene chiamata la Usp, unique selling preposition, la esclusiva motivazione all’acquisto. Individua il tema, gli attribuisce il valore simbolico motivante e attorno ad esso costruisce l’aggregazione.</p>
<p>La sinistra, ma non sono così sicuro che il problema sia della sinistra se non piuttosto di un certo approccio culturale, non ha questa capacità. Una certa politica e molta sinistra guardano le cose dall’alto delle istituzioni, piuttosto che dai marciapiedi.</p>
<p>L’Imu di Berlusconi diventa un valore simbolico, una cornice di significato che evoca tante cose: bisogna far pagare meno tasse, bisogna tutelare un bene prezioso come la prima casa, quella che è sinonimo di famiglia, proprietà e sicurezza acquisita, continuità con i figli, frutto del proprio lavoro. Poco importa se la difesa di queste cose non è coerente con l’abolizione della tassa stessa. È diventata l’elemento che ti distingue, che ti fa identificare. Berlusconi e i suoi sono questo.</p>
<p>Dall’altra parte cosa c’è? L’Europa? Certo, Letta cerca con le borse di studio Erasmus di farla entrare nella quotidianità, ma a quanti parla? Di che cosa parla? Cosa è l’università oggi nell’esperienza dei giovani italiani?</p>
<p>È urgente trovare argomenti che possano diventare la Usp del Pd di questa fase? A febbraio, gli oppositori del governo Monti, molti dei quali interni al Pd, la individuarono negli esodati e per i loro obiettivi politici fu una scelta felice. La reputazione del governo Monti ne fu fortemente indebolita.</p>
<p>Ma ora? Diventa centrale anche per il Pd individuare una motivazione forte per sostenere il governo Letta, altrimenti sarà solo un successo di Berlusconi.</p>
<p>È importante però dire che trovare il messaggio motivante non è questione di copy writer o comunicatori (non lo dico solo per salvarmi l’anima), è una questione di approccio. Bisogna avere il coraggio di prendere un cavallo di battaglia che risponda alle attese delle persone che si vogliono chiamare a raccolta e su questo giocarsi tutto. Le metafore vincenti, i messaggi efficaci, nascono solo da una visione chiara, ben a fuoco, dei problemi che si vogliono affrontare. E poi dal coraggio di mettersi in gioco. E Letta deve essere consapevole che è diventato premier ma non ancora leader.</p>
<p><b>     </b></p>
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		<title>A proposito di Grillo/1</title>
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		<pubDate>Wed, 01 May 2013 18:50:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Baccalini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano 2]]></category>

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		<description><![CDATA[Che cosa deve ancora fare Grillo per convincere gli italiani che amano la democrazia di essere a capo di un movimento autoritario, populista, fascista? Sono convinto che il M5S sia un movimento costituzionalmente autoritario. Un gregge di persone senza personalità e competenze segue disciplinato un capo che prende le decisioni senza poter essere contestato. I [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Che cosa deve ancora fare Grillo per convincere gli italiani che amano la democrazia di essere a capo di un movimento autoritario, populista, fascista? </b></p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-7234" alt="grillo2288421" src="http://www.pensalibero.it/wp-content/uploads/2012/05/grillo2288421-250x154.jpg" width="250" height="154" />Sono convinto che il M5S sia un movimento costituzionalmente autoritario. Un gregge di persone senza personalità e competenze segue disciplinato un capo che prende le decisioni senza poter essere contestato. I membri del gregge, quando sono costretti dalle circostanze a profferir parola dicono sciocchezze sesquipedali che muovono al riso: ciò rende imprevedibile che possa dal gregge nascere la capacità di contrapporsi al capo ed imporre una evoluzione democratica al movimento. Lo Statuto del Movimento attribuisce al capo/padrone la proprietà esclusiva del simbolo e lo autorizza ad espellere, non con decisione di un collegio democraticamente eletto, ma mediante lettera di un avvocato, chi non è d&#8217;accordo con lui, senza possibilità alcuna di ricorso. La “democrazia della rete” ha mostrato tutta la sua inconsistenza, visti i numeri delle cosiddette “parlamentarie” e “quirinarie” ed ha offerto la più evidente dimostrazione (ma ce ne era bisogno?) che la democrazia liberale può esistere nelle società complesse solo attraverso i metodi e le regole della rappresentanza. Grillo ha rivendicato l&#8217;obiettivo di disporre del cento per cento dei parlamentari e di “mandare a casa tutti gli altri” con un discorso che sembra la</p>
<p>traduzione di uno analogo pronunciato da Hitler al Bundestag quando il suo partito era ancora minoritario: non credo che lo abbia fatto di proposito, oso pensare che non sapesse del discorso e che sia caduto in un infortunio, ma l&#8217;episodio la dice lunga lo stesso. Ha mostrato apprezzamento per Casa Pound. Che cosa deve ancora fare Grillo per convincere gli italiani che amano la democrazia di essere a capo di un movimento autoritario, populista, fascista?</p>
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		<title>A proposito di Grillo/2</title>
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		<pubDate>Wed, 01 May 2013 18:48:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Renzo Penna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano 2]]></category>

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		<description><![CDATA[Se si continua ad affrontare il fenomeno 5 stelle con questa supponenza non faremo neanche un passo avanti nel recupero di una vera sinistra liberale e socialista per l&#8217;Italia. La lista delle loro gaffe non basta a correggere gli enormi ritardi della sinistra, presente e passata, in tema di sobrietà e costi della politica. Gli [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-7234" alt="grillo2288421" src="http://www.pensalibero.it/wp-content/uploads/2012/05/grillo2288421-250x154.jpg" width="250" height="154" />Se si continua ad affrontare il fenomeno 5 stelle con questa supponenza non faremo neanche un passo avanti nel recupero di una vera sinistra liberale e socialista per l&#8217;Italia. La lista delle loro gaffe non basta a correggere gli enormi ritardi della sinistra, presente e passata, in tema di sobrietà e costi della politica. Gli orfani del proporzionale (a proposito, il vero maggioritario ci avrebbe favorito) hanno plaudito al Porcellum che cancellava il maggioritario annacquato del 94. Nulla hanno detto sul cumulo delle cariche, sulla povertà dilagante. La riconferma di Napolitano apre le porte a quello che mai è avvenuto in modo così plateale nella politica italiana: l&#8217;inciucio alla luce del sole. I Pd dovrebbero stare fuori e contro, invece quel che resta di un grande partito chiede uno strapuntino.</p>
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