Catastrofe della scuola pubblica: come rimediare?

Sarà benemerito chi caccerà i mercanti dal Tempio della Pubblica istruzione, come fece Gesù appena entrato in Gerusalemme, e lo restituirà ai suoi sacerdoti: la Scuola ai docenti.

di Aldo A. Mola | 6 novembre 2017

“La mia casa sarà chiamata casa di preghiera, voialtri invece ne fate una spelonca di briganti!”. Lo scrissero gli Evangelisti Matteo (21, 13), Marco e Luca, con identiche parole.  Matteo aggiunse: “Guai a voi scribi e farisei ipocriti, che siete simili a sepolcri imbiancati: sono belli all’apparenza, ma dentro sono pieni di ossa di morti e d’ogni immondezza… di ipocrisia e di iniquità”. È il ritratto di tante scuole italiane, da decenni alla deriva. L’ultima seria legge sulla scuola è quella varata nel 1923 da Giovanni Gentile, ministro della Pubblica istruzione nel governo di coalizione nazionale in carica dal 31 ottobre 1922, sulla traccia di quella approntata da Benedetto Croce due anni prima col governo Giolitti. Scuola è disciplina: studio, preparazione e applicazione, come la Scuola dell’Esercito all’Arsenale di Torino, comandata del gen. Claudio Berto. Scuola è educazione dalla ferinità all’umanità, attraverso lungo tirocinio. È palestra (ginnasio): il dominio di sé si raggiunge con impegno e sacrificio.

Nel 1944-1946 furono i “vincitori/liberatori” a imporre in Italia la “nuova scuola”. Ordinarono persino l’epurazione dei manuali, ma non poterono sostituire con i loro “sergenti” presidi e docenti che continuarono la loro “missione”. Il Sessantottismo perpetuo ha poi portato allo sfascio attuale, documentato dal bulletto che tira il cestino dei rifiuti contro la professoressa inerte e rassegnata in un Istituto intitolato a Galileo Galilei, genio perseguitato dalla curia pontificia. Presidi (oggi avvolti nella mantelletta di “dirigenti”, nocchieri di sedi centrali, staccate e periferiche autocefaliche), docenti (alla mercé di allievi e genitori spesso spaesati e spaiati) e personale amministrativo (dalle palpebre quotidianamente abbassate su circolari inapplicabili) celebrano le esequie della Scuola pubblica, ancora per alcuni mesi nelle mani di un ministro immeritevole di menzione.

Dalla buffa zazzera e dallo sguardo più spiritato che ispirato, codesta ministro ha l’attenuante: decenni di invenzioni devianti. Per primo si esibì Giuseppe Bottai, con la “Carta della Scuola”, tanto celebrata dai “fascisti di sinistra” poi transitati in partiti accomunati dal mito dei soviet, di Mao e, perché no?, del socialnazionalismo fatto proprio dal “socialismo reale”. “Fascista critico”, già Bottai mescolò la cura degli orti scolastici alla traduzione dal greco e alla comprensione di un sistema filosofico, come oggi accade con la fatua alternanza scuola/lavoro: due fantasmi evanescenti mentre la disoccupazione giovanile non si schioda dal 36% e  i “ni-ni” aumentano.

Lo sfascio fu accelerato dai famigerati decreti presidenziali che nel 1974 istituirono i Consigli scolastici elettivi provinciali, distrettuali e di istituto, dalle elementari alle superiori, in nome di una parità spacciata per democrazia. La Scuola non è né può essere “paritaria” né “democratica”. È trasmissione di cognizioni da chi sa a chi non conosce. È educazione del discepolo da parte del maestro. È responsabilità del maggiore verso il minore. Quei consessi furono la fiera delle vanità. A caccia di chissà quale popolarità e in vista di non si sa quali mete, genitori rampanti organizzarono liste elettorali e stamparono manifesti con le loro faccette per raccattare preferenze. Altrettanto fecero i figli, mentre il personale amministrativo-tecnico-ausiliare (Ata: segretari, assistenti di laboratorio, bidelli) si contese il “posto” riservatogli dalla legge.

Quell’orgia di scambisti fu sterile, perché le scuole tanto ricevevano dallo Stato, tanto potevano spendere. Per di più quei decreti abolirono le benemerite Casse scolastiche che da un secolo avevano fatto beneficenza vera, con tatto e discrezione, aiutando chi davvero ne aveva bisogno: ciò che non fa la Repubblica, che dal suo carrozzone carnevalizio lancia soldi/bonus come coriandoli o caramelle invecchiate.

Il resto è sotto gli occhi. Gli esami di maturità hanno cambiato norme e volto varie volte in pochi anni. Così come sono non servono a nulla. I “test” per la verifica del sapere scolastico nazionale sono un rito come le candelore. L’insieme della pubblica istruzione è un caleidoscopio di istituti che si barcamenano, scuole in abbandono, classi allo stato brado, accampate in edifici ancora solidi se sottratti tempo addietro a monache e a frati, in caserme dismesse o di anteguerra. Quelli di costruzione recente spesso paiono usciti da menti obnubilate che o non sono mai state a scuola o non ne hanno mai capito le necessità fondamentali. Aule per conferenze e palestre nella generalità dei complessi scolastici rimangono aspirazione insoddisfatta.

Così stando le cose, la scuola pubblica muore. Essa nacque con l’unificazione nazionale, con ministri quali Pasquale Villari, Quintino Sella, Michele Coppino, Francesco De Sanctis, Ferdinando Martini…, quasi tutti massoni con buona pace dell’altra riva del Tevere che continua a vedere la Massoneria come “lobby”, quasi i papi non abbiamo mai maneggiato potere, denaro e altro. Per restituire la Scuola alla sua identità originaria occorrono tre rimedi: un ministro serio (una persona colta e competente, come furono Vittorio Emanuele Orlando e il fossanese Balbino Giuliano…) in un governo durevole e dal progetto politico e civile altrettanto serio; il ripristino della sovranità educativa dei collegi docenti presieduti da persone colte e competenti, responsabili della formazione scientifica nella libertà; l’adeguamento delle retribuzioni del personale scolastico al valore della sua missione., mentre oggi  più che misere sono offensive. Chi forma il cittadino va remunerato più di chi ne cura gli acciacchi fisici. I malanni del corpo passano, con la guarigione o con la morte. Quelli della personalità di adolescenti e di giovani durano e creano danni irreparabili, come mostra il fanatismo oscurantista di tutti i culti. Per curarli va letta “La Porta Magica di Roma, simbolo dell’Alchimia occidentale” (ed. Olschki) di Mino Gabriele, eccellente candidato al Premio Acqui Storia 2017.

Diversamente le famiglie hanno il diritto/dovere di provvedere in proprio alla scolarizzazione dei figli, trattenendo però dalle tasse quanto allo scopo debbono spendere per scuole private: un mondo,codesto, sempre all’anno zero, anche e soprattutto per la colpevole ignavia della borghesia di recente fortuna, doviziosa per caso, inconsapevole  e incapace di un progetto culturale di lungo periodo.

È significativo che nella competizione elettorale svoltasi in Sicilia il tema dell’istruzione sia stato pressoché ignorato. Accadrà altrettanto alle elezioni politiche nazionali? Nel frattempo gl’insegnanti vengono mortificati dagli allievi, da genitori incoscienti e da quella parte di scalcinata opinione pubblica che si gonfia le gote con chiacchiere su democrazia e onestà. È la stessa che condannò a morte Socrate, perché rinfacciava agli ateniesi di non capire che la classe politica, i “governanti”, deve essere il meglio della “città”: non espressione di pulsioni tumultose, della “balda gioventù”, di giocose e oscure “piattaforme”,  ma anziani fatti saggi dalla vita, dallo studio, dalle armi.

Sarà benemerito chi caccerà i mercanti dal Tempio della Pubblica istruzione, come fece Gesù appena entrato in Gerusalemme, e lo restituirà ai suoi sacerdoti: la Scuola ai docenti. Se lo Stato latita, lo facciano i cittadini, moltiplicando le scuole private.

 

Aldo A. Mola

Aldo Alessandro Mola è uno storico e saggista italiano.

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