Il “Caso” Renzi. Un Premier sul lettino

Stefano Golfari, giornalista, blogger, volto noto di TeleLombardia dove conduce trasmissioni di approfondimento politico e culturale intervista Manuela Barbarossa, psicoanalista, fondatrice dell’Accademia di Filosofia PRISMA e autrice di numerosi saggi di psicoanalisi e di filosofia. L’idea è quella di indagare con gli strumenti della psicoanalisi le personalità e le situazioni che si muovono dentro il quadro confuso della Politica italiana nella sua fase attuale.

di Stefano Golfari | 26 dicembre 2016

A volte ci si scherza, perché ad alcune personalità politiche che si muovono sulla scena del Paese potrebbe davvero giovare una seduta sul divanetto del dottor Freud… Proviamo invece ad assumere seriamente, scientificamente, questo approccio: per fare analisi psicoanalisi della Politica, dottoressa Barbarossa, da dove occorre partire?

Ho sempre trovato fondamentale utilizzare le  categorie psicoanalitiche per trarne indicazioni illuminanti per la comprensione della struttura psichica e pulsionale, sia individuale che collettiva. Del resto la produzione freudiana è
ricca di scritti che possiamo considerare sociali. Basti pensare a Totem e tabù,dove Freud espone tesi profetiche che assumono un valore esplicativo non solo in merito ai fattori preindividuali costitutivi della convivenza civile, ma anche in merito alla genesi di alcune specifiche dinamiche relazionali e sociali. Quindi, se mi chiedi da dove occorre partire non posso che risponderti: dall’ origine. Dall’ origine della civiltà…

Infatti ricordo un tuo saggio (“Masse, gruppi e  psicologia fondamentalista” -Centro Scientifico editore) dove proprio dalla simbologia freudiana sull’origine della civiltà tu giungevi a spiegare il fondamentalismo religioso dei giorni nostri. E’ uno scritto affascinante, che fece molto discutere ed ebbe molto successo. Ancora, però, pensare di rivolgerci alla psicoanalista per capire la realtà, la società, la cronaca dei fatti… fa “strano”. Il pensiero comune, quando si parla di psicoanalisi, immagina metodi di cura rivolti a problemi psichici di singole persone fisiche, invece nei tuoi saggi la psicoanalisi è strumento di analisi sociale…

La Psicoanalisi ha un’unica anima e due campi d’azione: come metodo di cura psichico e come strumento di analisi sociale. Nasce come metodo di cura delle nevrosi, e dunque di una condizione di sofferenza psicologica dell’individuo, ma nel corso del suo sviluppo si propone come una nuova antropologia. Ovvero come una differente e innovativa interpretazione della soggettività e delle produzioni dello spirito. Dall’ arte allamusica alla letteratura, alla filosofia per capirci. La sola scoperta freudiana dell’inconscio è già in sé e per sé una scoperta non solo rivoluzionaria, ma che ci offre una dimensione affatto differente dell’uomo e delle sue relazioni con il mondo. La malattia psicologica, in grado di toccare sia l’ “anima” che il corpo sino a renderlo inerme, pone al centro dell’attenzione e rivaluta anche nei suoi aspetti fenomenologici la storia individuale, i vissuti e i fantasmi che ciascuno racchiude in sé. Occupandosi del “soggetto” psichico, di quel soggetto che coincide con quello linguistico-grammaticale che, pur essendo per l’appunto il soggetto del discorso, non necessariamente “sa quel che dice” -di quel soggetto distante, ma non lontanissimo, dal cogito cartesiano -la concezione di Freud è così destinata necessariamente a superare la propria origine, il proprio perimetro per divenire momento di riflessione e conoscenza della natura e della struttura profonda del soggetto e delle sue dinamiche interne ed esterne.

In questo senso cosa ci può dire il discorso psicoanalitico su quello che oggi sta accadendo in Italia? Sul “caso Renzi” ad esempio, entrato in scena come un fulmine con l’idea di svecchiare usi e costumi che non piacevano più a nessuno, sembrava sostenuto dalla forza che serve per introdurre importanti cambiamenti.. e invece adesso sembra repentinamente invecchiato lui, isolato e superato dagli eventi… tanto che lo si è definito il “Rottamatore rottamato”.

Russel Jacobi mette in evidenza la pericolosità di liquidare il passato, bollandolo come obsoleto, per cedere ad una moda che, mentre disprezza il passato, “considerandolo antiquato, esalta il presente e il nuovo, giudicandolo il meglio”. Ricordiamoci che il “meglio” non è figlio del bene. La banalità di considerare tout court superato il passato corre parallela a quella cultura, parente stretta del senso comune, che facendo apparire qualsiasi struttura come figlia dei tempi per più agevolmente liquidarla, si scava la propria fossa autodefinendosi anch’essa, a rigor di logica, figlia del proprio tempo.Di un tempo che necessita di ridurre tutto a “minimi termini”, poiché sembra possedere solo “termini minimi”, ovvero categorie elementari di comprensione della realtà. Da qui il “rottamatore rottamato”.
Ciò non significa che non si debba andare verso il nuovo.
Tutti ne sentiamo la necessità e l’emergenza.
Si deve riconoscere che in questi ultimi anni il desiderio di cambiamento è stato forte. Ma il desiderio di cambiamento che si è imposto, è legato all’insoddisfazione di una realtà statica, cosificata, che ricorda l’eterno ritorno dell’uguale. Non è questione di vecchio o nuovo, ma di ripetizione cristallizzata dello stesso. Il sentimento sociale depressivo che ne consegue (la ripetitività produce stallo psicologico e  ripiegamento su se stessi) è legato a questa sorta di mummificazione dell’essere. Forse lo sbaglio, se così si può dire, è stato quello di non identificare sino in fondo ciò che andava modificato ma erroneamente proporre una operazione di rinnovamento in contrapposizione al “vecchio” dando a quest’ultimo un significato solo ed esclusivamente negativo. Non è stata fatta una rigorosa riflessione.

Quale riflessione è mancata?

C’è stata troppa improvvisazione. Hegel ci insegna che esiste una sorta di passaggio tale per cui il vecchio deve essere superato ma ricompreso e conservato in ciò che si va a costruire. Superare e conservare. Per dare un senso di continuità ma anche di vero rinnovamento. Il termine filosofico tedesco che identifica questo processo è Aufhebung, concetto ripreso e rielaborato dalla Scuola di Francoforte, ovvero da un gruppo di filosofi che hanno analizzato la realtà storica e sociale utilizzando categorie filosofiche hegeliane e psicoanalitiche ancora oggi attuali. Il concetto di rottamazione è un concetto inadeguato, povero di spirito, fortemente conflittuale, mortifero perché richiama l’idea della liquidazione totale di ciò che è stato.

E questo non va bene?

No. Perché “Rottamare” è buttare via, eliminare. Non funzioni più ?  Ti butto via.  Lo stesso Matteo Renzi, nel momento in cui non funziona più, guarda caso,  lo vorrebbero rottamare. E’ qui presente in tutta la sua forza una  cultura esclusivamente funzionale che riduce e reifica l’esistente. Nessuna continuità, nessuna eredità  viene conservata. Ci si volta e si ha alle spalle il vuoto. E il vuoto simbolicamente non è legato al nuovo, ma all’angoscia del nulla. Per altro i concetti di vecchio e nuovo, di giovane e di vecchio, sono troppo elementari e fattuali. Possono avere un immediato effetto stile spot pubblicitario, ma sul lungo percorso mostrano la pochezza che enunciano. Vecchio e giovane sono due categorie che descrivono uno status temporale. Mancano di pienezza, di bellezza, di suggestione. Bisognava andare oltre, elaborare, dare un ampio respiro etico e di pensiero a questo bisogno di rinnovamento. Respiro che è mancato.

Ma allora che operazione sarebbe stata quella di Matteo Renzi? E che ne sarà domani? Ci siamo appena lasciati alle spalle il ReferendumCostituzionale, con la vittoria del No, e siamo già piombati dentro una nuova, complessa, traballante e nebbiosa fase politica. Lo sguardo psicoanalitico cosa vede in tutto questo? Cosa svela?

Si potrebbe metaforicamente dare una lettura edipica molto interessante al tentativo che è stato messo in atto di svecchiare e rinnovare la Politica. Si è cercato di eliminare simbolicamente il “padre” attraverso una sorta di organizzazione dei fratelli che, insieme e coalizzati, hanno spodestato il despota e hanno preso il potere. In questo senso la rottamazione ha avuto un innegabile e importante significato liberatorio ed emancipatorio.
La liquidazione del padre padrone. La “messa in atto” del desiderio edipico di eliminazione del “padre” rappresentato in questo caso dalla vecchia politica e dai vecchi politici, sempre gli stessi, che passandosi lo scettro impediscono un vero rinnovamento, per prenderne il posto. Ma un  conto è la liquidazione simbolica. Un conto è l’annullamento totale. Due concetti che possono apparire simili o complementari, ma che al contrario, da un punto di vista inconscio, mobilitano fantasie e scenari immaginari molto differenti. Come dicevo prima, si è voluto in qualche misura non solo liberarsi del padre, ma liberarsi anche della sua eredità ideale e culturale. E qui si riaffaccia la percezione del vuoto. Il referendum che voleva cambiare 47 articoli della Costituzione su 139, è stato inconsciamente percepito come atto non solo finalizzato ad una totale liberazione del padre, ad un tentativodi svecchiamento -che ci poteva stare -ma come una sorta di rigetto, una vera e propria eliminazione anche del suo ricordo, dei suoi insegnamenti, di ciò che ha rappresentato. Della sua storia. Una sorta di ripudio delle conquiste che comunque avrebberodovuto essere mantenute.
L’analisi statistica del voto al Referendum costituzionale ci offe un dato clamoroso, che è di fondamentale importanza interpretare nel modo più corretto, se vogliamo cercare di scrutare nel nostro futuro: l’80% dei giovani ha votato No. All’interno della tua lettura psicoanalitica, quali significati attribuisci a questa percentuale?
I giovani, la fascia di età tra i 18 e i 25 anni, a mio parere non se la sono sentita di liquidare in questo modo il padre. Probabilmente hanno “percepito” il vuoto che il rigetto della sua eredità ideale e culturale avrebbe inevitabilmente prodotto. Direi che i giovani, spontaneamente, mossi forse da un impulso di autoconservazione, alla parola “rottamazione”, che come abbiamo detto rappresenta immaginariamente la liquidazione totale, hanno contrapposto con il loro voto quella di Aufhebungche -come sottolineavo prima -significa una cosa diversa: superare e conservare. Inconsciamente l’uccisione simbolica del padre attraverso la rottamazione ha assunto un significato pericoloso, nefasto, depressivo e non poi così emancipatorio. Rottamazione è un termine particolarmente reificante, mentre il termine “conservare” non significa essere conservatori, ma enuncia una capacità di preservare ciò che va tutelato. Per i giovani, ma non solo per loro, rottamare la vecchia politica non ha rappresentato la liberazione dal padre e la rielaborazione simbolica dell’eredità ideale e culturale paterna, bensì solo il suo rigetto mediante il quale ci si preparava ad abbandonare “la casa del padre”per ridiventare nuovamente figli ma di una impersonale ed estranea società europea. E dunque, che senso aveva? Che risoluzione edipica rappresentava quella dove “morto un padre se ne fa un altro” ?

Stefano Golfari   (movimenti metropolitani.it)

Giornalista e conduttore tv, lavora per le reti del Gruppo Mediapason, in diverse produzioni. Da settembre 2014 conduce “Iceberg". In passato ha lavorato come inviato. Videomaker, ha realizzato documentari e reportage. Scrive sul quotidiano online affaritaliani.it e su Glistatigenerali.it. Ho pubblicato un saggio biografico sulla figura politica di suo padre, Cesare Golfari, “Governare il territorio”.

3 commenti

  1. Luciano Enotera

    Bellissima intervista.

    • La trovo una intervista geniale che è pure stata copiata da un giornalista su Repubblica. Ridicolo !!! L’autrice esprime concetti importantissimi . Renzi avrebbe dovuto leggerla.

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