Il budget di salute: per una nuova logica della cura

Non è il welfare, la protezione sociale, a creare la comunità, ma è la comunità, cioè le relazioni sicure, a creare welfare, cioè benessere sociale e relazionale.

di Maria Grazia Guida | 6 novembre 2017

Sempre più ci troviamo di fronte ad una nuova “società del rischio”, il modello sociale prefigurato da Ulrich Beck. A fianco delle disuguaglianze dei redditi e delle condizioni di lavoro salariate (tipiche della società moderna) assistiamo a un emergere di stili di vita e forme di azioni che supportano sempre meno gli individui in quanto “la gente ha smarrito  le sue reti  tradizionali di sostegno  e deve confidare solo su se stesso e sulle proprie capacità“ (Beck 1992).

Sempre più è importante nelle impostazioni di interventi a sostegno delle povertà comprendere l’emergere a fianco di “antiche” disparità esistenti nelle opportunità di vita (reddito) le disuguaglianze connesse ai vari indicatori di rischio sociale (precarietà del lavoro, fragilità di legami familiari, assenza e carenza di interventi di welfare, basti pensare per  gli anziani e per le persone vulnerabili al venire meno di interventi domiciliari).

Intervenire e programmare  interventi oggi  sul bisogno di cura significa intervenire sulle fragilità sociali dove l’incertezza dei redditi, delle condizioni abitative, dei legami sociali e familiari determinano in modo e in tempi a volte dinamici e repentini a livello personale il rischio di sperimentare in parte della propria vita mancanza di risorse primarie, l’assenza di relazioni sociali e di relazioni affettive di sostegno tipiche delle nuove povertà.

La vulnerabilità sociale agisce e colpisce sia persone  tradizionalmente deprivate che popolazioni ricche (vedi Amartya Sen, che insiste sull’importanza di riflettere di più sulle possibilità affettive che la vita sociale offre per l’utilizzo di quanto acquisito e meno sulle posizioni sociali che le persone ottengono).

La vulnerabilità sociale nasce da un incrocio fra le condizioni del lavoro o del non lavoro e la aumentata fragilità dei supporti di fronteggiamento ai bisogni e di prossimità. Partendo dalla convinzione che il grado di civiltà di una società si misuri soprattutto dal modo in cui essa si rivolge ai componenti più deboli.

Contrastare la “rabbiosa solitudine” delle nostre fragilità con la costruzione di legami e occasioni di fiducia  vuol dire  correre il rischio di riproporre una ricostruzione di società più sostenibile, dove la logica della costruzione di benessere di comunità consenta di uscire da una logica di competizione sociale che promuove esclusione, stigmatizzazione, “morte sociale” e non vita.

Il progetto personalizzato è l’occasione di uscire da una metodologia di servizio inteso come sistema chiuso alla relazione servizio-individuo, nel senso che è importante la capacità di tessere una rete costituita dall’insieme delle nostre possibilità tecniche e di servizi.

Ma è ancora più importante entrare nell’ottica di una rete relazionale dove il legame di senso dell’operatore, del volontario, del territorio, consenta di inventare nuovi disegni, dove soprattutto le persone fragili si sentano autorizzate a sentirsi portatrici di novità con l’originalità di percorsi che abbiano orizzonti ampi di inclusività, dove la dimensione del progetto individuale possa generare nella comunità solidarietà e cambiamento sociale per sviluppare strategie appropriate al fronteggiamento delle situazioni critiche.

 

 

Il lavoro di comunità e la capacità di andare contro corrente possono essere motori di cambiamento economico e sociale.

Occorre evitare il rischio di caduta nell’assistenzialismo e nella dispersione sterile di risorse.

Partiamo dalla convinzione che non è il welfare, la protezione sociale, a creare la comunità, ma è la comunità, cioè le relazioni sicure, a creare welfare, cioè benessere sociale e relazionale. La comunità welfare diventa comunità welcome per tutti, soprattutto le persone più fragili e bisognose di cura.

Le sperimentazioni di budget di cura, in corso, ad esempio, a Imola, Benevento e Caserta, indicano come favorire il nascere di economie che fanno crescere la ricchezza collettiva,con la costruzione di economie subordinate al benessere.

Il budget di salute/cura e dei progetti che finanziano riconverte le spese irrazionali, prima tra tutte le rette per strutture residenziali tradizionali e innesca nuovi processi produttivi sostenibili. Dobbiamo ripensare alle politiche sociali e sanitarie che forse anche nella nostra regione hanno portato all’inefficacia nel tutelare fragilità e cronicità e hanno determinato aumenti di costi non giustificati.

 

di Maria Grazia Guida  (http://www.mu-me.it)

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