Precariato e mercato del lavoro

Precariato e mercato del lavoro E cronaca recente la manifestazione contro il precariato che ha diviso le forze politiche e sociali che compongono lattuale maggioranza di governo. Su questo argomento si impongono alcuni riflessioni, magari pi tecniche che politiche, anche se poi si sa tutto o quasi finisce in politica. Tra i vari argomenti su cui il governo Prodi aveva manifestato intenzioni riformatrici cera in evidenza anche quello della riforma del mercato del lavoro, attraverso lintento generico dintervenire su parte della legislazione di base di settore, in particolare sul d.lgs 276/2003, dattuazione della legge 30/2003, impropriamente [ma comunemente] detta Legge Biagi. Per su come oggi si voglia affrontare il problema della riforma del mercato del lavoro ancora le idee non sembrano molto chiare, se debba trattarsi cio di un completo e compiuto percorso riformatore ex novo, oppure di una riscrittura pi o meno estesa o pi o meno parziale del decreto 276. Gli avvenimenti di questi giorni sono appunto un segnale molto indicativo di questo stato dincertezza. Naturalmente non c molto da sorprendersi: il programma elettorale su questo punto manifestava una generica critica ed un'altrettanto generica intenzione dintervento, limitandosi a sottolineare fortemente lesigenza di dover dare delle risposte al problema, ma sostanzialmente a dire e non dire, consapevoli comerano le forze politiche e sociali che lo avevano elaborato, della complessit del problema, delle linee di divisione che passavano allinterno della coalizione, delle culture che sottostavano a ciascuna di esse. N da meno accadeva in occasione delle dichiarazioni programmatiche rese dal presidente Prodi allatto della presentazione del suo governo alle Camere. Ci non vuol dire tuttavia che su questi argomenti il governo sia stato fermo: alcuni indizi di novit si sono manifestati e sono principalmente contenuti in alcuni passi del disegno di legge per la Finanziaria 2007, in particolare gli articoli 177 e 178, sostenuti e corroborati da un documento programmatico elaborato dal Ministero del lavoro e della previdenza sociale il 27 settembre scorso, a firma del ministro Cesare Damiano e riferito al processo di programmazione per l'anno 2007 ed all'individuazione delle priorit politiche. Tale documento affronta il problema nel corpo di un pi vasto programma dindirizzo ministeriale, ma lo affronta solo in uno dei suoi aspetti, ossia quello dellincremento e del miglioramento delle opportunit occupazionali e della partecipazione al mercato del lavoro, attraverso la valorizzazione di forme di buona flessibilit ed il contrasto alle tipologie contrattuali che comportano situazioni precarizzanti. Tradotto in termini pi concreti e meglio comprensibili, si tratterebbe di riscrivere tutto il capitolo della riforma Biagi dedicato al lavoro a progetto e predisporre il suo superamento mediante incentivi da concedere alle imprese per trasformare i contratti dei collaboratori a progetto in contratti di lavoro subordinato, come appunto contenuto nellart. 178 del progetto di finanziaria. E doveroso riconoscere che del contratto a progetto si fatto, sin dalla sua istituzione, un uso prevalentemente non corretto. Esso partiva, come era nelle premesse affermate nel Libro Bianco di Marco Biagi, dalla constatazione che il santuario del precariato risiedeva nelluso n improprio n distorto, ma normale, del contratto di collaborazione coordinata e continuativa che, come vero e proprio sottoprodotto del lavoro dipendente, ne assumeva i caratteri distintivi di fatto senza averne alcuno di quelli di diritto. Prassi consueta ed abbastanza in uso nel rapporto privato, ma che aveva trovato nella pubblica amministrazione, specie quella intermedia delle regioni e degli enti locali, un campo vastissimo di applicazione; fenomeno questultimo, come si pu capire, potenzialmente molto pi deteriore che nel privato, dato lelevato rischio clientelare che la prassi comportava e tuttora comporta, essendo ancora consentito alle amministrazioni pubbliche di poter ricorrere a questa particolare figura contrattale. Se il contratto a progetto, nelle premesse, doveva costituire il superamento della vecchia collaborazione coordinata e continuativa con un ambito pi ristretto e soprattutto pi definito di applicazione, nella gestione ordinaria i risultati non sempre sono stati sempre conseguenti alle premesse. Si partiti dallesigenza culturale di mettere in contrapposizione e forse in concorrenza - due concezioni di lavoro, ambedue a sostegno dellimprenditore: a) quella del lavoratore dipendente stabile, caratterizzato da una scelta formativa orientata solo alle esigenze della medesima azienda, da una mancata conoscenza delle alternative offerte dal mercato ed anche da un mancato interesse alla partecipazione al mercato stesso, da un radicamento geografico; b) quella del lavoratore autonomo caratterizzato da una ricerca del lavoro in concorrenza con gli altri soggetti e le altre categorie, anche di lavoratori subordinati, dalla conoscenza del mercato e dallesigenza di una sua trasparenza, da una formazione mirata e diversificata a seconda delle esigenze. Queste due concezioni non necessariamente debbono essere presentate allo stesso pubblico, anzi preferibilmente debbono individuare tipologie di interpreti diversi. Anche se esistono lodevoli eccezioni, cos non avvenuto per gran parte delle esperienze fin qui verificabili; e se pertanto si deve ritenere giustificata lesigenza di rimettere dei paletti e porre un freno allabuso, ci per non vuol dire che si debba ripartire negando la premessa teorica. Come gi accennato infatti, con la Finanziaria 2007, la proposta di arrivare ad una stabilizzazione delloccupazione mediante la trasformazione dei contratti a progetto in rapporti di lavoro subordinato attraverso una procedura conciliativa che avviene sia in ambito contrattuale, sia attraverso facilitazioni e dilazioni [meglio sarebbe dire rateazioni] di carattere contributivo. Non pu sfuggire allattenzione dei pi che la soluzione che ora ci viene proposta, di fatto, rappresenta lennesima riedizione di vecchie esperienze condonistiche, sempre negate dalle forze che allattuale governo fanno riferimento, ma che inesorabilmente si ripropongono con logica ripetitiva e perversa. Ferma restando la comprensibilit del ripetitivo, proviamo a spiegare il perch del perverso. In primo luogo liter condonistico generalizzato prescinde a priori dalla discussione del problema di base, se cio il lavoro a progetto come definito e realizzato sia subordinato oppure no e si risolve in una preventiva ed implicita negazione dellesistenza del lavoro a progetto in quanto tale: si nega cio che possano esservi le connotazioni dellautonomia, si afferma che tutto non possa che essere ricondotto ad una subordinazione in fieri e pertanto si offrono sconti di natura prevalentemente contributiva a tutti quegli imprenditori che vorranno riportare i rapporti nellambito della legalit e di una normalit intesa come esigenza culturale e realizzabile unicamente nella forma del lavoro subordinato. Ci che manca in questo disegno lelaborazione di ci che si intende in relazione a quelle forme di buona flessibilit, di cui si ammette lesigenza, ma delle quali si continua a non offrire alcuna definizione. In secondo luogo si realizza un pasticcio istituzionale. Il ricorso al condono e la sua ammissibilit debbono sottostare ad un accordo con le solite cosiddette organizzazioni sindacali comparativamente maggiormente rappresentative, il che, come di recente e con la consueta autorevolezza faceva notare Pietro Ichino, porta allillogica conseguenza che lattuazione di un condono e la collegata irrogazione di misure contributive, se non di sanzioni, siano condizionate da un accordo con soggetti privati, come le organizzazioni sindacali, con giustificati dubbi di correttezza costituzionale. Infine si saltano a pi pari le fasi della verifica. Preso appunto per buono il convincimento che il lavoro a progetto non esiste, diventa inutile procedere alla verifiche stesse, sia quelle relative al momento della stipulazione del contratto, sia quelle relative alla correttezza del suo svolgimento. Riguardo al primo punto, quello della stipula, viene sottratta efficacia a quellimportante, anche se poco attuato, istituto, che va sotto il nome della certificazione del contratto; certificazione che, si ricorda, avviene presso le commissioni che sono [o dovrebbero] essere istituite presso le direzioni provinciali del lavoro e presso gli ordini provinciali dei consulenti del lavoro. Listituto della certificazione nasce appunto dallesigenza di dare certezza ai contenuti di un contratto a progetto ed alla sua rispondenza alle caratteristiche di lavoro autonomo, sia pure nel quadro della collaborazione ed il coordinamento con il committente e la sua struttura. Riguardo al secondo punto, quello dello svolgimento, si prosegue nel limite gi individuato a carico della precedente gestione governativa e cio di non dare sufficienti indirizzi allattivit di ispezione, ma in pi si tende a rendere inutile la stessa attivit delle direzioni provinciali del lavoro in questo specifico settore, arrivando anche ad una sorta di mortificazione dellintero sistema ispettivo. Per ultimo, ma [come si dice] materia dimportanza non minore, lintervento governativo prescinde, almeno in sede di finanziaria, da qualsiasi considerazione in merito a quello che stato e resta il nodo fondamentale per ogni politica volta al superamento del il precariato: la riforma del sistema degli ammortizzatori sociali. Per la verit si prevede lennesimo intervento parziale, ossia la proroga di quanto gi disposto nella finanziaria precedente soprattutto in materia di indennit di disoccupazione, ma ci che ancora manca la visione organica e la riforma conseguente di tutto il sistema, in maniera tale da poter disporre le necessarie tutele a favore del lavoratore, indipendentemente dalla circostanza che si tratti di lavoratore subordinato o da ricomprendersi nelle varie categorie del lavoro autonomo nel loro rapporto con una committenza forte. Eppure non difficile immaginare come un sistema pi completo di ammortizzatori sociali possa costituire una delle pi importanti ed efficaci tra le possibili risposte alle affermate esigenze di buona flessibilit. Ci che tra laltro, sia pur nei limiti consentiti dal dettato costituzionale, gi stato impostato a livello regionale, come nellesperienza della Regione Piemonte che ha legiferato in deroga a favore delle categorie pi esposte e prive di ammortizzatori, come apprendisti e collaboratori coordinati e continuativi; e ci in applicazione, da parte di una regione allepoca guidata dal centro-destra, di alcuni principi esposti in una proposta di legge gi presentata nel 2003 da alcuni senatori dellUlivo, primo firmatario Tiziano Treu. Silla Cellino

Articolo del: 2006-11-06 00:00:00
Rubrica: Torre di babele

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