ANTONIO CARIGLIA: CHIAREZZA E COERENZA, SOCIALISMO E DEMOCRAZIA

Legato da un rapporto filiale con il fondatore della socialdemocrazia italiana, Giuseppe Saragat, frequentava uomini come Brandt, Wilson, Kreisky, e volava alto. Anticipava temi che sarebbero poi diventati consueti nel dibattito politico. La sua attività politica iniziata sui banchi di scuola combattendo il fascismo ancora in sella e non traballante.

di Redazione Pensalibero.it | 22 febbraio 2010

antoniocariglia.jpg“CHIAREZZA E COERENZA, SOCIALISMO E DEMOCRAZIA”. Si intitolava così il primo libro che raccoglieva scritti e discorsi dell’allora vicesegretario nazionale del PSDI, Antonio Cariglia. Erano gli anni ’60. Cariglia era giovane ma già aveva conquistato una posizione di rilevo nel panorama politico nazionale: era stato a 27 anni uno dei segretari nazionali della UIL, deputato eletto nella circoscrizione Firenze-Pistoia a 39 anni, nel 1963 e, appena entrato in Parlamento, presidente della prestigiosa Commissione Esteri della Camera.
Le quattro parole che compongono il titolo del libro sono la sintesi perfetta della personalità di Cariglia, del suo pensiero e dei suoi comportamenti.
Chiarezza ne aveva da vendere: i suoi discorsi erano diretti ed incisivi, lontani anni luce dall’ambiguo politichese e dalle cortine fumogene che all’epoca (ma anche oggi) nascondevano il vuoto di idee. Tanto chiaro, da fare infuriare gli avversari, soprattutto il vecchio PCI refrattario ad accettare l’idea che il socialismo o è democratico o non è socialismo.
Veniva attaccato spesso con veemenza feroce, soprattutto perché era uno dei pochi a ripetere che l’Italia doveva mantenere i suoi legami con il mondo occidentale. Lo chiamavano “l’atlantico di ferro” quando i comunisti avevano il cuore e la mente tutti rivolti ad est, i socialisti muovevano i primi passi verso l’Internazionale socialista ed i democristiani perseguivano una politica estera talvolta ambigua o appena sussurrata.
Polemiche ed attacchi non lo spaventavano e non lo facevano arretrare di un millimetro: e questo mandava in bestia gli avversari. Ma lui non rinunciò mai alla seconda parola del titolo di quel profetico libro: coerenza.
Un rigore ed una volontà di ferro che apparivano sorprendenti in un uomo il cui tratto distintivo erano sobrietà, signorilità, pacatezza.
All’epoca in cui scalava i primi gradini della sua prestigiosa carriera, Cariglia aveva una marcia in più rispetto alla maggior parte degli uomini politici italiani: le frequentazioni internazionali.
Per decenni è stato l’unico rappresentante italiano nel Bureau dell’Internazionale Socialista dove introdurrà al cospetto dei maggiori leaders europei prima Pietro Nenni ( in seguito all’Unificazione socialista: 1966-69 ) e, molti anni dopo, Achille Occhetto.
Legato da un rapporto filiale con il fondatore della socialdemocrazia italiana, Giuseppe Saragat, frequentava uomini come Brandt, Wilson, Kreisky, e volava alto. Anticipava temi che sarebbero poi diventati consueti nel dibattito politico: la riforma dello Stato, l’efficienza del potere e della pubblica amministrazione senza, però, che venisse messo in discussione l’equilibrio dei poteri. Come presidente della Commissione interni della Camera promosse fin dai primi anni ’70 una indagine conoscitiva sulla situazione della stampa in Italia: sarebbe ancora utile fare tesoro delle conclusioni e delle proposte cui quella commissione addivenne.
Non cedeva mai al gusto della polemica spicciola o al risentimento: perché in lui prevaleva sempre il senso dello Stato. Anche quando venne ingiustamente inquisito ai tempi dell’ondata giustizialista e dovette aspettare 12 anni per vedersi completamente prosciolto, rinunciando alla prescrizione perché la sua onestà fosse riconosciuta senza lasciare dubbi.
Perseguì con tenacia il riconoscimento delle sue ragioni: nonostante che fosse evidente il procedere a senso unico delle inchieste, non abbandonò nemmeno per un attimo il campo naturale della sua militanza politica: a sinistra, fedele alla sua visione socialista e democratica.
In politica, se si persegue il bene comune, occorre riconoscere che le sconfitte sono sempre più numerose delle vittorie, perché difficilmente si ottiene quanto si vorrebbe. Ma nella sua azione tutta tesa ad alleviare le condizioni dei deboli, Cariglia può vantare risultati ottenuti con il suo operare concreto. I centri socio-sanitari realizzati e gestiti dalla Fondazione Turati di cui è stato ininterrottamente presidente dal 1965 ad oggi hanno consentito la cura di anziani, portatori di handicap, persone bisognose di riabilitazione; e nella sua città, Pistoia, centinaia e centinaia di famiglie devono la casa alla sua attività di presidente dell’Istituto autonomo della case popolari.
Ora che è scomparso, a 86 anni, dopo settanta di attività politica, iniziata sui banchi di scuola combattendo il fascismo ancora in sella e non traballante, proseguita con la lotta partigiana, l’attività sindacale, ed il perseguimento degli ideali socialdemocratici fino ai più alti livelli nazionali e internazionali, fa piacere constatare che molti riconoscimenti gli sono stati tributati lealmente anche dagli avversari di ieri. Alcuni hanno riconosciuto la validità delle posizioni che in passato contrastavano. Altri hanno semplicemente tributato un riconoscimento alla persona e ad una stagione nella quale Politica, quali che fossero le idee, si scriveva con la P maiuscola.
Sembra trascorsa una infinità di tempo. Ed è appena ieri.

2 commenti

  1. Caro Nicola, mi è dispiaciuto molto della scomparsa di tuo fratello.
    Prtroppo l’ho saputo in ritardo ma volevo dirti che ti sono vicina e che il mio rpimo voto è stato per lui. Un forte abbraccio, Ippolita

  2. Dal quotidiano http://www.leragioni.it diretto da Emanuele Macaluso, riportiamo una lettera dell’ex Presidente della Rai Claudio Petruccioli con il suo ricordo di Antonio Cariglia.

    Caro Emanuele,
    ho letto ieri la notizia della morte di Antonio Cariglia. Una “breve” come si dice in gergo giornalistico. Ho pensato alla rapida caducità della “fama” di cui capita di godere in vita; e, anche, a quanto sia cambiato il panorama politico, nel quale non si ritrovano più nomi e sigle che hanno dominato la scena politica italiana nella seconda metà del secolo scorso: come il PSDI (Partito Socialista Democratico Italiano). Oggi bisogna scriverlo per esteso, perché moltissimi non saprebbero decifrarlo. Del resto, se trent’anni fa chiedevi a qualcuno per strada cosa gli faceva venire in mente la sigla “pc” la risposta sarebbe stata “partito comunista”; oggi a tutti o quasi viene in mente “personal computer”.
    Cariglia ha avuto non trascurabile notorietà nella “prima Repubblica”, anche prima di diventare segretario del PSDI, nel 1988; e non solo per gli sfottimenti amichevole e perfidi insieme del nostro “fortebraccio”, il quale lo aveva eletto fra i suoi preferiti accrescendone – così – di molto la popolarità. Io mi sono incrociato con lui due volte. La prima, da giovanissimo, quando, nei primi anni ’60 entrai nella “giunta dell’UNURI”. Anche questa è una sigla che va spiegata: si trattava del “governo nazionale” – per così dire – degli studenti universitari (roba oggi incomprensibile; ma non credo sia un progresso). Io ero il primo comunista che entravo a farne parte. Era al varo il primo “centrosinistra”, quello di Moro e Nenni, con tutte le sue ambizioni e con i propositi di sfida (e isolamento) verso i comunisti. Il fatto creò dunque un qualche scandalo; del quale si fece interprete vivace e rumoroso, soprattutto con articoli e dichiarazioni su “La Nazione” proprio Antonio Cariglia, allora quarantenne e – se non ricordo male – vicesegretario del PSDI. La questione si ingrossò al punto che intervenne anche la “gerarchia” cattolica, richiamando all’ordine le organizzazioni studentesche cattoliche. Il risultato fu l’opposto che l’intervento si proponeva. Non solo l’Intesa universitaria, che raccoglieva gli universitari cattolici, ma tutte le organizzazioni giovanili cattoliche, dalle Acli agli Scout presero posizione a favore dell’autonomia loro e della rappresentanza studentesca. E io restai nella giunta a completare il mio mandato.
    La seconda volta fu trent’anni dopo, nel 1992. L’ho ricordata nelle pagine 35 e 36 del mio “rendiconto” in questo modo:
    “ Nell’Internazionale Socialista eravamo entrati come membri ordinari, con identici diritti di tutti gli altri il 17 settembre del ’92. Prima che il definitivo visto di ingresso venisse apposto, fu necessario sbrigare una pratica domestica: un passo formale presso i due soci italiani. Lo statuto dell’Internazionale è chiarissimo: qualora ci siano già membri dello stesso Paese, ogni nuovo ingresso è subordinato al loro assenso; siano pure d’accordo tutti gli altri, senza il sì dei diretti interessati la porta non si apre. Come quando c’è un fidanzamento contrastato. Col tempo diventa una cosa seria. Si può pensare al matrimonio. Ma prima della cerimonia lo sposo deve far visita al futuro suocero, che non ha ancora detto il suo SI. Si fissa un appuntamento e si va. Anche noi facciamo così.
    All’ordine del giorno del Congresso di Berlino (fatidica Berlino!) era stata finalmente posta all’ordine del giorno la “questione italiana”, cioè l’ammissione del PDS come membro effettivo. Pochi giorni prima ci muovemmo in “delegazione”; comprese le minoranze, cioè i parenti che non avevano visto di buon occhio le nozze. Ce n’erano anche nella nostra famiglia; ma volevamo dimostrare che erano stati convinti. Non andammo subito dal futuro suocero. Prima passammo dal vecchio zio, simpatica persona che aveva preso a ben volere la nostra storia, e ci aveva favoriti in tutti i modi, e consolati nei momenti difficili. Anche le forme lo consentivano, anzi, in un certo senso lo imponevano. Lo zio era, infatti, il maggiore dei fratelli e aveva per primo avviato l’attività nella quale il più giovane, forte e spregiudicato, lo avrebbe poi soppiantato. Adesso, il nostro ingresso in famiglia gli faceva piacere non solo perché la ditta ne sarebbe stata rafforzata, avvalorando così la bontà della sua scelta iniziale e solitaria; ma anche perché l’arrogante fratello ne sarebbe risultato un po’ ridimensionato.
    Incontrammo prima i dirigenti del PSDI, Cariglia con Vizzini e la Ivana Corti. Passammo da loro in un appartamentino decoroso ma appartato, all’ammezzato del palazzo dei gruppi parlamentari. C’erano fotografi, reporter e telecamere. Ma nulla di paragonabile a quello che ci attendeva quando salimmo al quinto piano. Una bolgia di giornalisti, di troupe televisive, di flash provocava uno stordimento fisico per la calca, e per la luce intensissima, da ferire gli occhi. L’anticamera era impraticabile; ma anche il salone del gruppo del PSI non era da meno”.
    Ecco: quando ieri ho letto la “breve” sulla morte di Cariglia, ho pensato a questi momenti. In particolare a questo ultimo, alla affettuosa bonomia con cui più che darci un assenso scontato da parte sua, ci faceva gli auguri per l’altro, decisivo, che dovevamo ancora strappare. Non so se si rese conto che fra le persone che accoglieva ben volentieri nella Internazionale socialista c’era anche quella che trent’anni prima non voleva che entrasse neppure nella giunta dell’UNURI. Lo ricordo così, come una brava persona in una politica che sapeva anche essere civile.
    Ciao Claudio

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